الموضوع: Eastern Christians

La strage di Nag Hammadi? Va tutto bene, direbbe qualcuno

C. Abdelmalek  24/02/2010

All’inizio del 2000 sono morti 21 cristiani originari di Kusheh, un villaggio a nord di Luxor. La tragedia è stata rubricata come un fatto di delinquenza ordinaria e nessuno degli accusati è stato condannato. La vigilia di Natale del 2010, uscendo dalla messa di mezzanotte, Amba Kyrillos, vescovo di Nag Hammadi, piccola località a sud del Cairo, sfugge a un tentativo di assassinio. Tale aggressione provoca peraltro la morte di ben 7 persone, 6 copti e un soldato musulmano, mentre altri sette copti rimangono gravemente feriti e le loro condizioni restano precarie. Ancora una volta l’incidente è stato presentato come una risposta a una provocazione, un semplice atto di rappresaglia. Tanto i media ufficiali quanto il parlamento hanno immediatamente mascherato la verità mettendo in atto grandi sforzi per zittire chiunque offrisse una versione contraddittoria rispetto a quella ufficiale. Le autorità locali hanno ripetuto in coro la loro frase preferita kullu temem, espressione popolare egiziana usata per dire che tutto va bene e che non ci sono problemi.
 

La realtà è un’altra. La crisi finanziaria soffocante, l’influenza nefasta della corrente fondamentalista, gli avvenimenti dell’11 settembre sono fattori aggravanti e fonti di conflitto. Ciò non toglie che la ragione essenziale della regressione della cultura della tolleranza e della coesistenza pacifica in seno alla società egiziana resta l’assenza totale della volontà politica di porre fine alla violenza interconfessionale. L’Egitto ha forse bisogno di una catastrofe civile per attirare l’attenzione sulla crescente violenza interconfessionale o è possibile rimediare alla situazione e fare a meno, una volta per tutte, della politica dello struzzo, della dissimulazione, della disinformazione, e del “va tutto bene” (kullu temem)? Non sarebbe meglio operare per rafforzare i principi di una cittadinanza integrale richiesta da tutti gli egiziani che vogliono godere pienamente dei loro diritti e assumersi i propri doveri all’interno di un paese in cui dovrebbero regnare la pace e la sicurezza?
 

Chiunque visiti l’Egitto può facilmente notare le relazioni eccellenti che cittadini musulmani e cristiani intrattengono nello spazio pubblico. Tuttavia un’analisi più approfondita della psicologia e dei costumi della maggioranza della popolazione egiziana porterebbe a concludere che da una parte e dall’altra esiste una tendenza a creare occasioni di conflitto e a incitare alla violenza (che si tratti di personaggi religiosi estremisti, di dicerie, di regolamenti di conti, di situazioni internazionali critiche e instabili…). Ed è proprio di questo che si è trattato nei tragici fatti di Nag Hammadi, dove l’intreccio di ignoranza ed estremismo con i conflitti di interesse e la corruzione politica hanno largamente contribuito a suscitare nelle persone una collera tale da trasformare una semplice diceria circa un presunto stupro in inaudita violenza, saccheggi e uccisioni di innocenti la cui unica colpa è l’appartenenza confessionale.

Riassumiamo qui questi fatti drammatici per non chi ha avuto occasione di seguirli nel dettaglio:

- La radice dei persistenti tumulti nella regione va ricercata nel dissidio tra Abderrahman El-Ghoul, membro del Parlamento, e Amba Kyrillos, Vescovo di Nag Hammadi, il quale ha sostenuto la candidatura dell’avversario del primo in occasione delle elezioni legislative. L’instabilità e il dissenso sono aumentati con la nomina del colonnello Majdi Ayoub, un cristiano, a governatore di Qena. Questa località unisce due tristi particolarità: ospita una delle più grandi concentrazioni di copti ed è allo stesso tempo una delle zone più povere in Egitto. Per provare la sua imparzialità nei confronti delle due comunità, e in particolare di quella cristiana, il neo-governatore ha a più riprese rifiutato di finanziare i lavori di ristrutturazione delle chiese in cattivo stato o in rovina. In Egitto infatti la costruzione di una chiesa può essere decisa solo per decreto nazionale, mentre l’autorizzazione del restauro è prerogativa del governatore.

- Nel novembre 2009 una famiglia musulmana del villaggio di Farshut, appartenente alla Diocesi di Nag Hammadi, ha accusato un giovane cristiano di un presunto stupro ai danni della loro figlia. Immediatamente, e senza nemmeno attendere l’esito dell’inchiesta, alcuni musulmani hanno attaccato, saccheggiando e bruciando negozi e farmacie di proprietà di cristiani. La polizia ha rifiutato di redigere un verbale per riferire imparzialmente la realtà delle aggressioni e ha tergiversato nel respingere o contenere gli aggressori.

- I servizi di sicurezza hanno tentato di porre fine ai tumulti organizzando delle riunioni di riconciliazione interconfessionale. Si tratta di assemblee che non obbediscono alla legge ma hanno lo scopo di riconciliare le comunità in dissenso e durante le quali, di solito, la comunità più debole si vede costretta ad abbandonare i suoi diritti in cambio del ritorno alla calma. Tuttavia il Vescovo Kyrillos ha rifiutato fermamente la riconciliazione e ha chiesto il risarcimento preventivo delle vittime e delle parti lese al meno per le perdite materiali.

- Una delle prime conseguenze di tali rivendicazioni, in linea di principio giuste, è stata che il Vescovo è diventato oggetto di minacce proprio prima delle feste di Natale (previsto il 7 gennaio secondo il rito orientale). Per timore di sommosse e incidenti contro i fedeli all’uscita dalla chiesa egli ha deciso di concludere i riti della vigilia prima del previsto. Effettivamente le celebrazioni liturgiche si sono concluse alle 22, fatto che ha risparmiato al villaggio una tragedia annunciata. Verso le 23.30, mentre lasciava la chiesa per il vicino Vescovado, il Vescovo è stato sorpreso dal rumore di colpi d’arma da fuoco, è uscito per informarsi sulla situazione e si è trovato di fronte allo spettacolo desolante di numerose vittime, tra morti e feriti, immediatamente evacuati verso l’ospedale centrale.

- Il giorno successivo (il giorno di Natale), centinaia di cristiani in collera si sono ammassati nel villaggio e, a causa soprattutto della lentezza nella restituzione del corpo dei martiri alle loro famiglie, i saccheggi sono stati inevitabili. Durante i funerali giovani cristiani hanno ripetuto slogan religiosi e invocato giustizia e uguaglianza. Malgrado l’atrocità degli eventi, coloro che hanno partecipato ai funerali sono stati bersaglio di aggressioni mentre case e negozi di cristiani sono stati saccheggiati nel villaggio vicino di Bahjourah.

- Alla fine dell’inchiesta sono stati accusati tre aggressori. Questi si sono spontaneamente consegnati alla polizia (fatto che resta piuttosto curioso). Uno di loro ha relazioni strette con Abderrahman El-Ghoul (il membro del Parlamento), che è direttamente intervenuto per favorirne la liberazione quattro giorni dopo l’attacco. Tuttavia il deputato ha negato ogni legame con il criminale malgrado l’esistenza di una fotografia che li ritraeva insieme. Dopo la visita del procuratore generale sui luoghi del dramma i tre accusati sono stati rinviati a giudizio con il rito abbreviato, ma l’accusa ha escluso l’esistenza di un istigatore dietro il massacro.

- I mass media si sono limitati a descrivere i fatti come una semplice vendetta senza connotazione confessionale. Da parte sua il Vescovo Kyrillos ha rilasciato delle dichiarazioni a connotazione estremista, dichiarazioni in seguito ritirate dal momento che erano evidentemente frutto della sua impreparazione a esprimersi davanti ai media ed erano perciò state deformate.

- Una commissione d’inchiesta dell’Assemblea responsabile dei diritti dell’uomo, comprendente numerose personalità di fama, rispettate e credibili come la deputata Georgette Kallini, è stata istituita per stabilire la realtà dei fatti.

- Ci si aspettava che la commissione giungesse alla conclusione abituale secondo cui tutto va per il meglio (kullu temem), tuttavia la deputata Kallini ha sorpreso tutti pubblicando un rapporto durissimo, che descrive la triste ma completa verità. Non solo, ma la stessa Kallini si è spinta fino a esigere le dimissioni del governatore per le sue dichiarazioni che attribuivano ai soli copti la responsabilità dei tumulti e che pretendevano che la situazione fosse sotto controllo e che fosse tornata la calma mentre il villaggio di Bahjour veniva messo a ferro e fuoco. Per questa ragione la deputata è stata fatta bersaglio di un attacco collettivo e simultaneo sia da parte del Parlamento, sia del Governatore, sia dei mass media che l’hanno accusata di incitare alla discordia interreligiosa. La deputata ha ribadito la sua convinzione circa l’esistenza di un istigatore dietro le violenze che lei stessa ha etichettato come interconfessionali, mentre il Presidente del Parlamento e i deputati persistevano a considerarli come atti di delinquenza ordinaria.
 

Tutti sono rimasti sorpresi anche dal volta faccia del Vescovo, fatto che ha provocato un certo risentimento presso la stessa comunità copta, in particolare dopo gli arresti di massa e ingiustificati di copti prelevati dalla strada o dai loro domicili con l’accusa di istigazione alla violenza (si tratta di un gioco di equilibri macchinato dai servizi di sicurezza che consiste nel trattare con la Chiesa per obbligarla ad abbandonare le sue posizioni in cambio della liberazione degli innocenti).

- I mass media ufficiali hanno minimizzato la gravità dei fatti attaccando la Kallini. Mentre la maggioranza degli intellettuali indipendenti ha denunciato i tragici avvenimenti esprimendo la loro solidarietà ai copti e il timore che si possano verificare incidenti più gravi. Ma queste analisi obiettive e indipendenti sono rimaste confinate a un gruppo ristretto di analisti, politici, intellettuali e non hanno avuto l’eco che il regime si aspettava. Fino al momento della redazione di questo testo, il giovane cristiano accusato del presunto stupro è ancora incarcerato senza che sia stata fornita alcuna prova della sua colpevolezza. Più grave ancora è che il sindacato locale degli avvocati ha impedito a chiunque di offrirsi di difenderlo.

Al di là di questi avvenimenti ciò che più importa è l’influenza di fatti simili sulla situazione sociale egiziana. Senza dubbio la recrudescenza degli atti terroristi, passati da una media di uno all’anno nel 1979 a uno al mese nel 2009, ha avuto come tragica conseguenza il fatto di spingere numerose famiglie cristiane dell’Alto Said a lasciare la terra dei loro antenati per trasferirsi in luoghi precari nei dintorni del Cairo o di Alessandria, dove hanno finito per formare gruppi sociali poveri, precari, instabili dal punto di vista religioso e suscettibili di esplodere in qualsiasi circostanza, soprattutto nei momenti in cui si decidesse di costruire una chiesa o in occasione di una relazione sentimentale tra due giovani o a causa di disaccordi finanziari. Ciò porta a dire che l’emigrazione interna, o meglio ancora la migrazione forzata, è un fenomeno molto pericoloso per l’unità nazionale, ben più temibile dell’emigrazione verso l’Occidente.

Inoltre, a causa del permanere di un clima generale di discriminazione e di esclusione confessionale sin dall’epoca del Presidente Sadat (1970-1981), un gran numero di giovani hanno scelto l’emigrazione verso l’Occidente per risiedervi definitivamente. In questo modo le chiese copte all’estero si riempiono di migliaia di egiziani di seconda e terza generazione. Questi ultimi, benché fieri della loro egizianità, non sono tuttavia meno sensibili a quanto i loro correligionari affrontano in patria. E questo finisce per mettere in difficoltà il governo egiziano di fronte ai suoi partner occidentali.

Tutto ciò contribuisce a esacerbare le sensibilità e a inasprire le rispettive posizioni, anche se una minoranza di intellettuali e di scrittori hanno energicamente e apertamente denunciato la gravità dell’attuale situazione in Egitto. D’altra parte ciò che resta della classe media vive ancora dei ricordi di un passato romantico in cui l’Egitto era un paese aperto non solo agli egiziani ma a chiunque cercasse rifugio e sicurezza (a partire dal Signore Gesù Cristo, gloria a lui, fino ai superstiti del genocidio armeno all’inizio del XX secolo).

Fino a oggi l’Egitto è stato al riparo dalla guerra civile o dall’epurazione etnica. Ciò è stato possibile solo grazie ai valori radicati nella società egiziana, come lo spirito dell’amore reciproco tra i cittadini, la saggezza delle personalità religiose, la situazione internazionale, ma in particolare la capacità del Presidente egiziano di intervenire con autorità e decisione. Bisogna perciò concludere che è il lassismo nell’applicazione delle leggi a incoraggiare la violenza confessionale ed etnica.
 

*Articolo redatto il 19 gennaio 2010