الصحافة العالمية

I cattolici dell'Oman e le aperture del sultano

Del secolo e mezzo di dominazione portoghese nel sultanato dell'Oman - 1508-1658 - rimane il forte Jalali, costruito per proteggere i convogli della corona diretti alle Indie. Alto sulla collina ondulata di torri, conserva nell'interno una cappella con una scritta: "Ave Maria Sancta Plena Dominus tecum". Che la scritta sia rimasta fino a oggi, nonostante la massiccia presenza musulmana - anche se qui l'islam si diffuse con una certa difficoltà - non fa meraviglia. Pur essendo, infatti, di rigida osservanza islamica, gli omaniti non fanno difficoltà ad accettare la presenza di seguaci di altre religioni. Compresi i cattolici, i quali hanno nel sultanato ben quattro chiese fatte costruire dal cappuccino Bernardo Gremoli, per 29 anni vicario apostolico d'Arabia, con la preziosa collaborazione del confratello Barnaba Maddii, su terreno donato dal sultano Qaboos bin Said al-Said, al potere dal 1970.
Uomo intraprendente e formato nell'accademia militare di Sandhurst - la stessa frequentata dalla famiglia reale inglese - egli depose nel 1970 il padre, un irriducibile conservatore, avviando un'opera di profonda modernizzazione e aprendo progressivamente il Paese all'esterno, con l'avvertenza di guardare al domani, quando il petrolio diminuirà. Con la vendita del gas naturale alla Cina, per esempio, egli sta portando avanti un'ingente opera di potenziamento delle opere pubbliche, al punto che l'Oman è ormai conosciuto come la "Germania d'Arabia".
Negli anni Cinquanta del secolo scorso qui si viveva in capanne di fango, oggi si vive in case con aria condizionata. Qaboos bin Said pensa a costruire porti, aeroporti, strade - si dice che il padre gli fece trovare solo 4 chilometri di piste asfaltate - strutture alberghiere e un insieme di stabilimenti industriali anche per "educare" la gente al lavoro, volendo che almeno il 40% della forza lavorativa nell'Oman sia indigena.
In campo politico la modernizzazione è più lenta, ma continua. Nel 2003 le donne occupavano il 7,8% dei seggi parlamentari e il 10% degli incarichi ministeriali o equivalenti. Oggi ci sono donne al governo e quattro sono procuratori di giustizia. Più visibili i progressi sul piano sociale con l'assistenza sanitaria gratuita per tutti; la scolarità femminile e il prolungamento della speranza di vita, passata, in un trentennio, da 50 a 74 anni.
In campo religioso ha stemperato la sharia e ha alzato un muro contro il fondamentalismo. Gli omaniti sono musulmani ibadhiti, cioè discepoli di Abd Allah ibn Ibad, che praticano un islam diverso, nella sua organizzazione gerarchica, dal resto degli altri musulmani. Pare sia questo il motivo per cui l'Oman è isolato dai Paesi vicini.
Un decreto del 2000 ha ratificato la convenzione internazionale sull'eliminazione di ogni forma di discriminazione razziale. La libertà religiosa consente perfino di stampare o d'importare materiale religioso, anche se i luoghi di culto possono essere costruiti soltanto su luoghi indicati dall'autorità. Ed è quanto è accaduto ai cattolici, presenti in Oman da antichissima data, pur non avendo mai raggiunto cifre a più zeri come negli Emirati Arabi Uniti o nell'Arabia Saudita.
La prima richiesta di sacerdoti per il Paese fu rivolta al vicario apostolico Lasserre dal vice console francese di Mascat il 30 gennaio 1898: egli voleva un ecclesiastico per assistere i fanciulli di colore sottratti alle navi negriere, "altrimenti - scrisse - dovremo mandarli in una colonia dell'Oceano indiano o a Gibuti". Il vescovo rispose di non aver missionari disponibili, cosicché si dovette aspettare il 1907 prima di vedere un sacerdote nella capitale dell'Oman.
Quando fu scoperto il petrolio e i cattolici aumentarono, i missionari vi si recavano da Barhain, con due giorni di viaggio. Il primo a risiedervi stabilmente fu il cappuccino americano Barth Kestel nel 1976: egli iniziò la costruzione di una chiesa dedicata agli apostoli Pietro e Paolo sul terreno donato dal Sultano nella zona di Ruwi.
Da Masqat i sacerdoti - in aiuto di padre Barnaba nel frattempo era arrivato un confratello - si spinsero nell'interno, oltre le Jebel al-Akdar, le montagne verdi, dove si trova l'antica capitale Nazwah, anche oggi centro politico e religioso di una certa importanza. Nel Sud si spinsero fino a Salala, mille chilometri da Masqat, dove si recavano fin dal 1958 da Aden, prima sede del vicariato apostolico. Dato il crescente numero dei cattolici anche qui, monsignor Gremoli chiese il terreno al sultano per costruire la "casa della preghiera", che fu fabbricata e che doveva servire per cattolici e protestanti. Nonostante la buona volontà di tutti, la "convivenza ecumenica" non fu facile e il vicario apostolico costruì nello stesso compound una chiesina dedicata a san Francesco Saverio, da dove il missionario partiva - e parte ancora - per assistere i lavoratori dei pozzi di Fahud e Marmul, ai bordi dell'immenso e in parte inesplorato deserto Rub al Khali.
Nel 1984 fu chiesto un ulteriore appezzamento di terreno nella zona di Boshar (Masqat), verso l'aeroporto di Seeb; fu concesso anche questo, ma con la clausola di poter destinare ad altro uso l'area in cui sorgeva la chiesa di Ruwi. Vescovo e missionari fecero notare l'inopportunità della decisione, perché nei pressi della chiesa c'era - e c'è - un cimitero. Il sultano ritirò l'ordine e concesse un'area a Ghala, un villaggio sulla strada che dalla capitale, Masqat, va all'aeroporto. Padre Barnaba si mise al lavoro e nel marzo 1987 monsignor Gremoli benedisse la prima pietra della chiesa dedicata allo Spirito Santo. A lavori ultimati il munifico sultano donò un meraviglioso organo a canne. Una quarta chiesa, dedicata a sant'Antonio di Padova, si trova nel Nord, a Sohar.
Il centro spirituale del sultanato - 309.500 chilometri quadrati con circa 2 milioni e mezzo di abitanti - è, comunque, la chiesa dello Spirito Santo a Ghala, retta dal filippino padre Raul Ramos che assiste circa 20.000 fedeli di almeno otto nazionalità. Per molti di loro, come per gli altri 30.000 sparsi nel sultanato, arrivare in chiesa non è facile, perché abitano lontano, ma non manca mai nessuno: la liturgia domenicale è un conforto che lenisce la lontananza dalla famiglia e cementa gli animi nelle immancabili difficoltà.
La catechesi ai piccoli è garantita da un bel gruppo di volontari, come pure le letture della messa, per le quali sono disponibili 126 lettori che ne garantiscono la proclamazione anche in alcuni dialetti indiani.
A chi gli ha chiesto come si sente in un luogo in cui non è possibile fare nessuna attività missionaria, padre Ramos ha risposto: "Nessun problema: anche noi, come tanti altri evangelizzatori sparsi nel mondo, ci sentiamo missionari nel senso più pieno della parola, perché abbiamo la possibilità di testimoniare il Vangelo. Il messaggio cristiano è amore per Dio e per gli uomini, e noi lo trasmettiamo ai fratelli musulmani, che sentiamo vicini e che rispettiamo. Essi ci chiamano "uomini di Allah" e ci stimano perché ci vedono pregare; c'è anche chi ascolta i nostri suggerimenti. Il resto lo lasciamo allo Spirito che soffia anche su queste sabbie infuocate e corse dal vento".

http://www.vatican.va/news_services/or/or_quo/text.html#11

المصدر
L'Osservatore Romano, 11 Agosto 2010
أرشيف