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Un sacrilegio scegliere Ground Zero

di Charles Krauthammer

Un luogo è reso sacro dalla diffusa convinzione che vi sia avvenuto qualcosa di miracoloso o di trascendente (come Lourdes o il Monte del Tempio), o da una vicenda di grande nobiltà e sacrificio o dal sangue di martiri e dalla indescrivibile sofferenza di innocenti (come Auschwitz). Quando diciamo che Ground Zero è un luogo sacro, intendiamo dire che appartiene a chi vi ha sofferto e vi è morto e questo obbliga noi, i vivi, a conservarne la dignità e la memoria, non permettendo che sia dimenticato, banalizzato o violato. Per questo, nel 1993, la proposta della Disney di costruire un parco tematico sulla storia americana vicino al campo di battaglia di Manassas venne respinta da un ampio fronte di dissenzienti (più saggi di me, che allora, ottusamente, non vidi alcun rischio nell’iniziativa), preoccupati che la Guerra Civile vi sarebbe stata banalizzata. Per questo la torre panoramica commerciale costruita sul limitare del sito di Gettysburg è stata demolita dal Park Service. Per questo, pur non avendo nulla contro i centri culturali giapponesi, l’idea di collocarne uno a Pearl Harbor sarebbe offensiva. Ed è per questo che papa Giovanni Paolo II aveva ordinato alle monache carmelitane di lasciare il loro convento di Auschwitz. Non voleva in alcun modo sminuire la profonda missione che si erano date, pregare per le anime dei morti, stava piuttosto inviando loro un messaggio di rispetto: questo posto non vi si addice, appartiene ad altri. Anche se la vostra voce è sincera, meglio lasciar regnare il silenzio.

Anche il sindaco di New York, Michael Bloomberg, che ha accusato chi si oppone alla moschea a Ground Zero di calpestare la libertà religiosa, ha chiesto ai responsabili della proposta «di mostrare una particolare sensibilità per la situazione». Eppure, come ha acutamente osservato l’editorialista Rich Lowry, il governo non dovrebbe dire alle Chiese come comportarsi, o indurle a mostrare «particolare sensibilità» verso qualcuno o qualcosa. Bloomberg ha così inavvertitamente avvalorato le posizioni, che criticava, ammettendo che Ground Zero è effettivamente un luogo diverso da qualsiasi altro. Quel che Bloomberg sottintende è chiaro: se la moschea fosse controllata da islamisti radicali «poco sensibili» che giustificassero o celebrassero l’11 settembre, non ne appoggerebbe la costruzione.

Ma perché poi? Secondo l’aperta visione della libertà religiosa manifestata dal sindaco, che diritto abbiamo di dettare i messaggi trasmessi da una moschea? Peraltro, sul piano pratico, non abbiamo nessuna garanzia di quel che potrebbe accadere in futuro. Le istituzioni religiose, nel nostro Paese, sono autonome. Chi può garantire che la moschea un giorno non assumerà un Anwar al-Aulaqi — mentore spirituale del killer di Fort Hood e dell’attentatore del giorno di Natale, che è stato imam della moschea della Virginia frequentata da due dei terroristi dell’11 settembre?

Un Aulaqi che predica in Virginia è un problema di sicurezza. Un Aulaqi che predica a Ground Zero è un sacrilegio. O forse il sindaco in questo caso interverrebbe — violando lo stesso Primo Emendamento che pomposamente pretende di difendere — ponendo un veto sul clero della moschea?

I luoghi hanno un peso. Questo luogo in particolare. Ground Zero è il luogo del più grande omicidio di massa della storia americana — commesso da musulmani di una particolare ortodossia islamica, per la cui causa sono morti e nel cui nome hanno ucciso.

Naturalmente questa setta rappresenta solo una minoranza dei musulmani. L’Islam non è più intrinsecamente islamista di quanto la Germania di oggi sia nazista — ma, nonostante l’innocenza della Germania attuale, nessun tedesco ben intenzionato potrebbe pensare mai di proporre un centro culturale tedesco, ad esempio, a Treblinka.

E questo fa pensare alle buone intenzioni dell’imam Feisal Abdul Rauf. È l’uomo che ha definito la politica degli Stati Uniti «una componente del crimine» dell’11 settembre, e quando recentemente gli è stato chiesto se Hamas sia un’organizzazione terroristica, ha risposto: «Non sono un politico... La questione del terrorismo è molto complessa».

L’America è un Paese libero dove si può costruire quello che si vuole — ma non ovunque. Per questo motivo abbiamo regolamenti urbanistici. Non si possono aprire negozi di liquori accanto a una scuola, e se una casa non rispetta la normativa urbanistica, non può essere costruita. Sono restrizioni di natura estetica, ma ve ne sono altre che rispondono a motivazioni più profonde e riguardano il decoro comune e il rispetto per il sacro. Nessuna torre commerciale su Gettysburg, nessun convento ad Auschwitz — e nessuna moschea a Ground Zero. La si costruisca dove si vuole, ma non lì.

Il governatore di New York si è offerto di trovare uno spazio per realizzarla altrove. Per una moschea che cerchi sinceramente di gettare un ponte, come sembra augurarsi Rauf, l’offerta andrebbe accettata.

 

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Corriere della Sera, 19 agosto 2010
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