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Il tesoro della doppia identità

Gillo Dorfles

La difficoltà, la quasi impossibilità, di una completa assimilazione tra linguaggi, costumi, tradizioni di popolazioni diverse, è stata, ed è tuttora, alla base di molti conflitti, di incomprensioni e di lotte politiche, religiose, etiche, che hanno fatto di questa situazione una delle chiavi per comprendere molte delle inimicizie e rivalità tra popoli finitimi, o tra popolazioni immigrate, fino a raggiungere le spesso crudeli manifestazioni dovute ai diversi fondamentalismi etnico-liturgici. Certo l' assimilazione di un individuo, o di una vasta società, entro una nazione «straniera», la volontà e il desiderio di «essere come gli altri», non costituire un «corpo estraneo» entro una comunità preesistente, non poteva non essere una molla formidabile per quei popoli o singoli individui che miravano ad essere - anzi, ad essere considerati - come eguali alla popolazione ospitante. Eppure, è proprio questa disuguaglianza invincibile a costituire il maggiore ostacolo per una omogeneizzazione d' una società e per un' accettazione «dell' alieno» entro una compatta entità nazionale, religiosa, storica. In altre parole, ancora una volta: i tanti rigurgiti di patriottismo, di revanscismo, di irredentismo, di cui in Italia abbiamo avuto esempi passati e recenti - dalla Valle d' Aosta all' Alto Adige, alla Venezia Giulia, ma anche alla grande immigrazione interna dal Sud a Torino, di popolazioni giuliane in Sardegna eccetera - chiariscono perché sia altrettanto ardua l' attuale immigrazione nel nostro Paese di popolazioni mediorientali, come lo fu quella degli italiani negli Stati Uniti ottocenteschi o dei minatori nostrani in Belgio... Forse due parole possono costituire una chiave per la comprensione del problema assimilatorio, l' ambivalenza e il conformismo: ossia l' aspetto, non solo negativo, d' un processo ambivalente nella socializzazione degli «alieni»; e d' altro canto il verificarsi, anche in questo caso, d' un alternarsi spontaneo del conformismo e dell' anticonformismo. Vale a dire: della volontà e della urgenza di «essere come gli altri»; ma anche, una volta raggiunta questa situazione, della spinta a conservare la propria identità «natale» e originaria, sempre legata a una più che giustificabile tradizione. Attorno al problema dell' alienità, ma anche dell' ambivalenza che ne deriva molto spesso, il recente saggio Modernità e ambivalenza (Bollati Boringhieri) di Zygmunt Bauman, il noto sociologo polacco, autore d' un importante testo sull' Olocausto, offre moltissimi esempi di personaggi in cui il problema dell' assimilazione ha giocato in profondità: a iniziare dal caso tipico di un Kafka, il grande scrittore praghese, in cui la preminenza del tedesco sul ceco e insieme la sua origine ebraica creavano un miscuglio culturale e «razziale» straordinariamente fecondo, ma anche di estrema «labilità» etica ed estetica. Ma l' appartenenza a due entità linguistiche diverse, con la stessa ambivalenza che ne può derivare - sia dal lato positivo che negativo - è presente anche in tanti autori che hanno saputo valersi d' un bilinguismo facendolo volgere a loro favore: si pensi a casi come quelli di Celan, di Kipling, di Ungaretti, (le sue poesie francesi) e dello stesso Italo Svevo, mai del tutto «assimilato» nell' area linguistica italiana e che, ciò nonostante, proprio dalla mescolanza tra la cultura tedesca e la «lingua madre» triestina ha saputo trarre il vero fascino dei suoi scritti. Il caso tipico degli ebrei dell' Europa orientale, gli Ostjuden, non è che uno dei tanti esempi di questi conflitti, non solo linguistici, di cui ebbero a soffrire (ma anche ad avvantaggiarsi) molti popoli della Germania, dei Paesi baltici, di piccole, ma ben acculturate, nazioni come la Svizzera, la Croazia, il Belgio. Molto spesso basta un solo fattore per sancire l' avvenuta o mancata assimilazione d' un individuo: la pronuncia delle parole, l' uso di forme dialettali, il tipo di gesticolazione. Per tutta la sua vita l' «immigrato interno» (siculo a Torino, sardo in Toscana) sarà considerato alieno. Penso a un caso abbastanza contraddittorio e addirittura equivoco: un mio amico di famiglia puramente lombarda, però cresciuto a Roma sin dall' infanzia, era divenuto linguisticamente un perfetto «romanesco», eppure pochi si dimenticavano della sua origine e quasi tutti lo consideravano non assimilato a Roma; mentre, di ritorno in patria, veniva sbeffeggiato per la sua «spontanea» pronuncia, e guardato con evidente sospetto. In questo caso la totale (apparentemente) assimilazione giocava a sfavore del tanto agognato conformismo etnico-linguistico. L' ambivalenza culturale, linguistica, comportamentale dovuta all' assimilazione, dunque, può essere positiva e negativa, come lo può essere quella politica; ed è forse proprio il pericolo di ogni ambivalenza che spinge l' uomo e non volere di solito conquistare più di una «valorizzazione», perché questa lo difenda dal rischio d' un assimilazione incompleta e dunque «peccaminosa».

http://archiviostorico.corriere.it/2010/agosto/30/tesoro_della_doppia_identita_co_9_100830040.shtml

 

Source
Corriere della Sera, 02 settembre 2010
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