S. Ferrari (a cura di), Introduzione al diritto comparato delle religioni. Ebraismo, islam e induismo, Il Mulino, Bologna 2008
Il diritto ecclesiastico sta vivacemente espandendo i suoi campi di ricerca, analogamente a quanto accade ad altre branche del diritto, sotto le spinte di fenomeni che si intersecano e che complessivamente conducono ad allargare lo sguardo a diritti religiosi non di matrice cristiana.
Silvio Ferrari, il curatore di questo volume, è da tempo impegnato da protagonista nell’ampliamento di tali orizzonti. Nella parte introduttiva, che spiega le ragioni di un tale impegno, individua nella globalizzazione e nei flussi migratori di portata planetaria fattori evolutivi determinanti del panorama giuridico complessivo, che impongono agli studiosi di ogni parte del mondo di familiarizzare praticamente con tutte le tradizioni giuridiche religiose. Questo consente di colmare un gap che per decenni ha caratterizzato, secondo Ferrari, larga parte della produzione dottrinale italiana, concentratasi in larga prevalenza sul diritto canonico – con l’eccezione del diritto musulmano, sul quale le vicende coloniali avevano dirottato l’attenzione, poi però impoveritasi fino a tempi abbastanza recenti.
L’affronto dei diritti religiosi “altri” è del resto reso possibile da una rivalutazione dei fenomeni religiosi non cristiani sotto il profilo giuridico. A lungo la dottrina ha ritenuto che diritti come quello ebraico fossero poveri di spessore: è eloquente, ad esempio, la vicenda di Dossetti, il quale in sede di Assemblea costituente affermò che il diritto ebraico non potesse considerarsi un vero e proprio “ordinamento giuridico”. Ora è un dato assodato che diritti come quello ebraico, musulmano o indù siano, a tutti gli effetti, davvero degli ordinamenti giuridici: per la ricchezza del materiale, la complessità della loro struttura e la pervasività sociale. La loro influenza concreta sulla vita di miliardi di persone non è, evidentemente, un dato irrilevante.
Va dunque ascritto ad iniziative editoriali come questa il merito di rendere disponibile un materiale assolutamente decisivo per comprendere la società contemporanea ed orientarla. Si segnala in particolare la struttura del volume: una prima parte introduce adeguatamente il lettore a cogliere l’importanza della comparazione tra gli ordinamenti religiosi, per poi dare spazio alle sezioni sul diritto indù, ebraico e musulmano (curate da noti esperti del settore, come Mordechai Rabello e Aluffi Beck-Beccoz), dal contenuto talmente agile da poter essere fruiti da un pubblico piuttosto vasto.
Alcuni leit-motiv tornano nelle trattazioni dei tre ordinamenti, che pure procedono separatamente. Sotto il profilo contenutistico, senz’altro i tratti fondamentali – genesi, sviluppo, fonti e istituti-chiave – sono sempre trattati adeguatamente. Si nota inoltre un’attenzione predominante per l’istituto matrimoniale, assolutamente comprensibile per il ruolo che tali diritti religiosi svolgono ancora nelle vicende coniugali in diversi Stati. Viene a lungo problematizzato il tema della sopravvivenza degli ordinamenti nel tempo: la tenuta del diritto indù attraverso le epoche e le dominazioni musulmana e britannica; gli assestamenti istituzionali che hanno consentito al diritto ebraico di sopravvivere alla diaspora; l’irrigidimento del diritto islamico, passato dalla libera interpretazione delle fonti ad un forte legame con il passato. Di particolare interesse risulta infine l’analisi dei temi bioetici dal punto di vista ebraico: un campo nel quale vengono in rilievo la vitalità dell’ordinamento ebraico e insieme la pluralità di voci che lo compongono.
È interessante come Ferrari, ammettendo come “il diritto delle religioni è una scienza statu nascenti e deve ancora compiere un lungo cammino”, durante il quale il metodo comparativo si assesterà, colga nelle prospettive di ricerca una possibilità reale per tutti: la ricchezza del panorama religioso, indagata a fondo e con serietà, può essere uno spunto per l’approfondimento della fede di ciascuno.