Thème: Dialogue interreligieux

L'Iran alle prese con il messianesimo secolarizzato

  24/06/2009

Intervista con il Cardinal Angelo Scola, Patriarca di Venezia, a cura di John Allen
 

Perche la scelta della “tradizione” come tema dell’incontro annuale di Oasis?

Ciascuno di noi, nel prendere le decisioni di ogni giorno, nel lavoro, negli affetti, nel riposo, parte di fatto da un’ipotesi interpretativa della realtà che ha ricevuto dalle generazioni precedenti (tradizione). Oasis, come Lei sa, si propone di indagare il processo di meticciato di civiltà e gli attori del meticciato sono sì i singoli, ma in quanto eredi di una tradizione. Il problema naturalmente è come ci relazioniamo ad essa. Siamo prigionieri della nostra tradizione, come vuole il multiculturalismo? Oppure dobbiamo metterla tra parentesi per aderire ad alcuni principi universali astratti? O, addirittura, con atteggiamento rivoluzionario, dobbiamo abolirla? In realtà la tradizione si dà a noi come un patrimonio da interpretare. Siccome è un fatto di esperienza è in costante cambiamento e questo è tanto più evidente in una società plurale come la nostra.
 

Il Santo Padre preferisce parlare di un dialogo “inter-culturale” invece che “inter-religioso.” Secondo Lei, che cosa vuol dire questa distinzione? Forse il Papa avrebbe in mente anche il peso della tradizione?

Credo che il Santo Padre voglia mettere in luce come la fede cristiana, figlia di un Dio incarnato, per il fatto stesso di offrirsi all’uomo come risposta alle domande del suo vivere quotidiano, diventa immediatamente cultura. Non esiste una fede “pura”, che poi entra in rapporto “con le diverse culture”. D’altra parte ogni fede/religione è sempre soggetta ad interpretazioni culturali. Il rapporto fede-cultura è inevitabile e circolare. Basti pensare ai diversi punti di vista con cui noi occidentali guardiamo “gli Islam”. E quindi non esiste un dialogo interreligioso che non sia anche al tempo stesso interculturale. L’affermazione del Papa non intende in nessun modo limitare il dialogo, ma precisarlo rigorosamente. In gioco non sono mai le “fedi pure”, ma le fedi culturalmente interpretate. Ciò non ha nulla a che fare con il relativismo: la Verità si è incarnata. E ciò vale per il Cristianesimo in se stesso, per tutte le religioni e quindi per il dialogo interreligioso.
 

In Giordania, il Santo Padre ha proposto “un’alleanza di civiltà” tra musulmani e cristiani. Secondo Lei, quale potrebbe essere lo scopo di una tale alleanza?

Il Papa stesso lo ha indicato al termine del Suo discorso all’aeroporto di Amman: «Crescere nell’amore verso Dio Onnipotente e Misericordioso, come anche nel vicendevole amore fraterno».
Insieme cristiani e musulmani possono portare testimonianza di una “ragione larga”, che sa aprirsi alla dimensione dell’Assoluto.

Per quanto Lei può vedere, quali sono i frutti principali del viaggio del Santo Padre in Terra Santa?

Il viaggio in Terra Santa di Papa Benedetto è stato una lezione di realismo. In partenza, si trattava di un “viaggio impossibile” perché destinato a scontentare gli uni e gli altri. Invece Benedetto XVI si è inserito nella lunga schiera dei pellegrini cristiani ai luoghi santi. Ha camminato sulle orme del Figlio di Dio incarnato, morto e risorto per la salvezza degli uomini. Ha calcato le tracce palpitanti delle sofferenze dei cristiani che abitano lì. Ha abbracciato, a nome di tutta la Chiesa cattolica, le comunità cristiane di quel lembo di Medio Oriente, «“candele accese” che illuminano i luoghi santi». Ma questo abbraccio - proprio perché compiuto nel nome di Colui che è Via alla Verità e alla Vita - ha coinvolto, necessariamente anche se a diverso titolo, i fratelli ebrei e musulmani che vivono nella terra donata al padre Abramo. È la proposta universale ed incarnata di Cristo che conduce la fede cristiana al paragone con ogni religione, con ogni visione del reale
 

Come giudica il discorso del Presidente Obama al Cairo?

Sono curioso di ascoltare dagli invitati di Oasis l’effetto che le parole del presidente americano hanno lasciato nelle popolazioni del Medio Oriente, in particolare nelle minoranze cristiane. Il suo discorso mi è sembrato molto politico: estremamente lucido nell’indicare le sfide che gli Stati Uniti dovranno affrontare e deciso nel prospettare alcuni cambi di direzione, anche audaci, in nome di un maggiore coinvolgimento degli attori regionali. Mi pare tuttavia che gli argomenti portati a sostegno del “nuovo inizio” tra musulmani e Stati Uniti siano fragili e alcune letture storiche piegate alle necessità del momento. Obama ha dovuto sorvolare su alcuni punti di maggiore attrito. È una scelta comprensibile dal punto di visto tattico, ma non può durare a lungo.
 

Che cosa Lei sta sentendo dai suoi contatti in Iran in questi giorni? A guardare oltre la cronaca, i cattolici e gli sciiti condividono alcuni tratti comuni: una forte gerarchia clericale, una teologia di espiazione, e una corrente di devozione popolare. Ciò significa che i cattolici potrebbero svolgere un ruolo importante nel dialogo con l'Iran, dove predomina l'Islam sciita?

Tre accenti mi colpiscono nella tradizione sciita: la necessità di una continua attualizzazione della rivelazione in alcune persone fisiche, fino al punto di superare una troppo rigida concezione della trascendenza divina, la marcata attesa di un compimento escatologico e la riflessione sul problema del male. Ho l’impressione che su queste cose siamo poco informati, nonostante un enorme lavoro di studio e valorizzazione compiuto da specialisti del settore negli ultimi anni. Conosciamo meglio gli sciiti, non lo sciismo. La rete di Oasis non è sostanzialmente ancora arrivata in Iran e di quello che sta accadendo in questi giorni so quello che vedo e leggo sui mass-media. Ma non dubito che in Iran esista da parte di molti l’intenzione d’instaurare rapporti migliori con l’Occidente. Non dobbiamo dimenticare che la cultura persiana si è rivelata straordinariamente feconda e ricettiva. Il problema principale, se mi è consentita la formula un po’ audace, è che il messianesimo sciita, quasi non reggendo il peso dell’attesa di cui è strutturalmente intessuto, si è convertito nei secoli, in alcune sue correnti, in un’ideologia politica. Si tratta di un processo lungo e non lineare, che ha conosciuto una brusca accelerazione con la rivoluzione del 1979. Come occidentali siamo stati colti alla sprovvista. Ci eravamo dimenticati che la storia è fatta anche di “opzioni teologiche”. Tuttavia anche queste sono reversibili.
Ogni tanto c’è paura che un passo in avanti per la Chiesa con i musulmani voglia dire un passo indietro con gli ebrei.

A volte si ha l'impressione che ogni passo avanti da parte della Chiesa cattolica verso i musulmani sia avvertito dagli ebrei come un passo indietro e viceversa. Come tenere in equilibrio questi due rapporti?

Dante, giunto in Paradiso, chiede ai beati se non siano infastiditi gli uni dagli altri, gelosi della parte di bene che è loro spettata e invidiosi di quella toccata agli altri. La risposta è no, perché la carità più si diffonde, più cresce. Questo per i cristiani, al di là dei loro limiti, vale anche lungo tutto l’arco della storia. La “disponibilità al dialogo” è un bene. E un bene è sempre diffusivo. Non è – mi conceda il paragone grossolano – come una torta che se va a me non può andare a te, se tocca agli ebrei non può spettare ai musulmani. Quando il dialogo non è tattico ma, come diceva Bonhöffer, spalanca i dialoganti alla “profondità del reale”, un passo avanti con i musulmani non solo non significa un passo indietro nelle relazioni con le altre religioni, ma al contrario funge da stimolo.
E per quanto riguarda l’Ebraismo, esso è iscritto nel DNA stesso della nostra fede. Non ho mai dimenticato le parole che, nel lontano 1985, mi disse il Cardinal Henri de Lubac: se il Cristianesimo si deve inculturare, dato che alla nostra radice c'è il popolo ebraico, allora si deve inculturare nella storia, tuttora in atto, di questo popolo.
 

Fonte: National Catholic Reporter (http://ncronline.org/)

Traduzione a cura della redazione di Oasis