Jamaâ Baida - Vincent Feroldi, Présence chrétienne au Maroc

Jamaâ Baida - Vincent Feroldi, Présence chrétienne au Maroc

Jamaâ Baida-Vincent Feroldi, Présence chrétienne au Maroc, Editions et Impressions Bouregreg, Rabat 2005, pp. 230

Questo libro sulla presenza cristiana in Marocco nei secoli XIX e XX aiuta, come spiega Brahim Boutaleb nella sua prefazione, a rileggere «con serenità una pagina di storia contemporanea normalmente trascurata dagli storici». Aggiungiamo noi che si tratta di una rilettura attenta e ben documentata, frutto delle ricerche condotte in gran parte presso gli archivi della Diocesi di Rabat dagli autori Vincent Feroldi, sacerdote cattolico della Diocesi di Lione e segretario generale del Groupe de Recherches Islamo-Chrétien, e Jamaâ Baida, storico marocchino dell'Università Mohammed V di Rabat.
La presenza cristiana in Marocco, come del resto negli altri paesi del Maghreb e a differenza dei paesi arabi del Medio Oriente, non si radica in una tradizione secolare, ma è legata alla presenza europea nel paese e quindi alla storia coloniale. Certo, il Marocco, anche se forse in misura minore rispetto al resto del nord Africa, aveva conosciuto una presenza cristiana durante l'epoca romana. Fu la conquista musulmana a segnare la fine della Chiesa locale, anche se non sappiamo né come né in che tempi questo avvenne. Nei secoli successivi, l'episodio più noto della presenza cristiana nel paese resta il martirio, subito a Marrakech, di cinque francescani inviati da San Francesco a predicare il Vangelo.
Nel corso del XIX secolo giunsero a più riprese missionari protestanti e anglicani, fautori di un proselitismo attivo soprattutto tra le popolazioni ebraiche locali. La Chiesa cattolica tornò invece in Marocco sulla scia della spinta coloniale spagnola. Protagonisti di questo stagione furono i Frati Francescani, molto attivi sia nell'azione missionaria che in quella culturale e caritatevole, guidati dal frate José Lerchundi, bella figura di arabista, fondatore di una tipografia ispano-araba, di un ospedale e di un collegio per ragazzi, in grado di tessere una fitta rete di contatti e amicizie coi musulmani. L'arrivo dei Francesi non solo arrestò l'azione spagnola, ma fece scoppiare una competizione coloniale che ebbe riflessi anche nella vita della Chiesa, dal momento che i Francesi fecero di tutto per sostituire alla presenza dei Francescani spagnoli Frati francesi dello stesso ordine e per convincere il Vaticano ad erigere nel paese un Vicariato apostolico con sede a Rabat. I desideri francesi furono realizzati, soltanto che autorità coloniali e autorità ecclesiastiche ebbero per gran parte del Protettorato una visione assai diversa del senso della loro presenza nel paese. Le prime, che volevano evitare di toccare la sensibilità dei musulmani, pensavano ad una Chiesa impegnata nel servizio esclusivo degli europei, mentre le seconde, soprattutto sotto la guida di Mons. Vielle, secondo Vicario apostolico del paese, aspiravano ad un ruolo missionario attivo anche nei confronti dei musulmani. Nonostante questi contrasti, agli occhi di molti marocchini, e soprattutto dei nazionalisti, missione coloniale e missione evangelizzatrice finirono per sovrapporsi, tanto che le autorità del Protettorato venivano spesso accusate di un'improbabile connivenza con l'attività dei Francescani. In realtà, l'idea di poter convertire in tempi rapidi i musulmani si rivelò illusoria, nonostante le molte opere costruite e nonostante la celeberrima conversione di Mohammed 'Abd el Jalîl. Le frizioni tra Chiesa locale e autorità coloniali aumentarono poi quando molti personaggi cattolici, tra i quali il nuovo Vicario apostolico Mons. Lefèvre, cominciarono a capire che l'epoca coloniale volgeva al termine e che il miglior servizio da rendere ai marocchini era accompagnarli verso l'indipendenza. L'indipendenza del paese, che pure segnò un netto ridimensionamento della Chiesa locale, pose fine all'equivoco dell'identificazione tra regime coloniale e presenza cattolica. La Chiesa fu allora libera di esprimere la sua dimensione testimoniale, sull'esempio di quanto già fatto durante il Protettorato da alcuni personaggi come il Padre Peyriguère e Paul Buttin, mentre i cattolici ancora presenti contribuirono, nonostante il loro numero esiguo, allo sviluppo sociale e culturale del paese, come dimostrato dalle iniziative del monastero benedettino di Toumliline. Le relazioni islamo-cristiane vissero così una nuova fase di dialogo, favorita anche dall'atteggiamento favorevole della dinastia regnante e culminata nel 1985 nella visita di papa Giovanni Paolo II.
Il libro, che si chiude con una nota sulla necessità di realizzare il valore del vivere insieme, offre due spunti di riflessione: da una parte esso dimostra come cristiani e musulmani possano realizzare opere buone quando animati dalla comune ricerca della verità e dall'altra ci ricorda che i cristiani sono sempre chiamati, anche in condizione di minoranza, a cooperare al bene delle società in cui vivono.