Antonio Elorza, Los dos mensajes del Islam, Ediciones Barcellona, Barcelona 2008
Nella baraonda bibliografica pubblicata negli ultilmi anni sull'Islam e, specialmente, circa il pericolo che esso porrebbe alla vita dell'Occidente, l'opera scritta da Antonio Elorza offre questo profilo concreto: giudizio dell'autore, il pericolo dell'islamismo radicale non si evita ricorrendo alla differenziazione - senza dubbio certa e necessaria - tra islamismo e islam moderato.
Si vede già che la tesi di Elorza si iscrive in pieno contro quelli che pongono delle speranze in una "alleanza delle civiltà". L'autore non conclude, tuttavia, che ci si debba aspettare - necessariamente - lo scontro di civiltà sostenuto da altri. Elorza ammette espressamente che l'Islam moderato offre possibilità di pace. Il lettore può tuttavia giungere facilmente alla conclusione che, secondo il ragionamento dell'autore, potrà sempre e solo essere una pace precaria. È chiaro che, in politica, la precarietà non è cosa che debba spaventare. È invece necessario farci i conti e conoscere quella che potremmo chiamare la sua eziologia.
Stando a quello che leggiamo nel libro di Elorza, potremmo dire che si tratta di questa: nell'Islam, si è verificata una cesura netta tra il tempo precedente e successivo all'egira. Si tratta, perciò, di una cesura precocissima, consumatasi il giorno in cui il suo profeta assunse la condizione di guerriero. Da questo istante, sostiene Elorza, l'Islam - in tutte le sue forme ortodosse - ha comportato e continua a comportare un fattore di potenziale belligeranza. Belligeranza che, d'altra parte, l'autore considera un frutto abituale delle religioni monoteiste. Il monoteismo, spiega, intendendo la vita in una prospettiva di esssenziale subordinazione di tutti gli uomini al Dio che li ha creati - che è l'unico Dio - presuppone, potenzialmente sempre, la possibilità che a un certo punto il credente monoteista pretenda di imporre, anche con la forza, la sua fede in questo Dio unico a tutti gli altri. Nel buddismo, l'idea del Dio unico si stempera in una realtà strattamente umana, che, in definitiva, è divina. Nel caso del cristianesimo, sempre secondo l'autore, essa non si stempera, bensì viene superata attraverso la strada dell'umanizzazione del Dio unico nella persona di Gesù Cristo. Si direbbe che, in questo caso, è Dio che finisce per rimediare ai suoi stessi attributi divini abbassandosi fino ad assumere la condizione umana. Elorza non dimentica che, pur stando così le cose, il riconoscimento della Chiesa da parte di Costantino nel IV secolo, comportò anche la violenza (che perdurò, tra l'altro, fino intorno al 1800). Si desume però che egli la considera una situazione superata e, inoltre, coerente con la assunzione da parte dei cristiani delle conseguenze della condizione simultaneamente umana e divina di Gesù Cristo. Non la vincola al dogma della Trinità, al quale l'autore allude per poter dimostrare chiaramente che si tratta di una affermazione tanto intelligibile da essere servita, di fatto, a suscitare ogni genere di eresia. E su questo punto interrompe questa linea di ragionamento che potrebbe portare lontano. La relazione che sussiste tra la Trinità e la umanizzazione di Gesù Cristo consentirebbe di fare un passo avanti in uno degli aspetti più importanti e suggestivi del libro. Mi riferisco alle origini dell'Islam e, concretamente, alla sua relazione con l'ebraismo. Alorza argomenta che, a differenza del cristianesimo e del buddismo, l'ebraismo e l'Islam condividono questa - chiamiamola - predisposizione per le posizioni radicali, che egli considera proprie del monoteismo. E, secondo Elorza, non la condividono per caso, ma perché l'Islam è una derivazione dell'ebraismo, la chiave la cui mediazione potrebbe trovarsi - come segnalato da altri autori - nella deriva samaritana, che finì per rappresentare qualcosa di alieno all'ebraismo ortodosso nel secolo IV a.C. e, probabilmente, giunse alcuni secoli dopo a conoscere Maometto. Non è qui il caso di entrare nel dattaglio di questo nesso, del quale si parla a sufficienza nel libro. In ogni caso, questo commentatore non è la prima persona che, leggendo il Corano, ha avuto la sensazione di leggere un apocrifo della Bibbia. Da quanto so, ciò che prolungherebbe la relazione genetica proposta da Antonio Elorza - e spiegherebbe, tra quelle trattate nel libro, altri elementi di primo ordine - è il fatto che i primi cristiani mediamente colti che presero coscienza del fatto che esisteva quello che oggi chiamiamo Islam non pensarono che si trattasse di una nuova religione, né di un giudasimo eterodosso, bensì di un cristianesimo nestoriano. Detto in altro modo: è come se si fossero resi conto che, per il futuro dell'Islam, sarebbe stato decisivo l'abbandono della credenza secondo cui l'uomo Gesù Cristo non era semplicemente un profeta, bensì Dio.
Tutti questi ragionamenti possono far pensare a un fenomeno complesso. Lo è senza dubbio; però Elorza ha ragione quando insiste sul fatto che il successo dell'Islam può essere dovuto, in parte, alla combinazione che c'è nel Corano tra bellezza letteraria, insinuazione misterica e pura semplicità di posizioni. Questo ultimo fatto è fondamentale. Forse stiamo assistendo a un fenomeno simile a quello che ebbe luogo nel XX secolo con il marxismo. Fatte salve tutte le differenze di moltissimi altri ordini, uno dei principali valori del marxismo - per trasformarlo in un fenomeno mentale di massa - fu la facilità con la quale si diffuse, e questo benché a questa stessa facilità corrispondesse - a mio avviso - la debolezza e la superficialità dei suoi argomenti. E questa - la semplicità e la conseguente facilità di capirne i fondamenti - è caratteristica anche dell'islam. Il problema è che, come ricorda l'autore, questa accessibilità è bloccata da un altro tratto radicale, cioè la completa subordinazione della donna all'uomo. Detto con la stessa semplicità di impostazione, agli uomini conviene. Quanto alle donne, capita che giungano a sentirsi ricompensate dalla convinzione del fatto che, comportandosi come di comportano, esse costituiscono il fondamento decisivo della famiglia e, perciò, della comunitò islamica e del futuro dell'Islam. Quello che Elorza - seguendo altri autori - non salva dalla qualifica di schizofrenia è il fatto che molti culti musulmani concilino tutto questo con la accettazione e il massimo uso possibile della tecnologia più avanzata, di origine occidentale. Lo si può qualificare come schizifrenico perché, in questo modo, la semplicità di impostazione viene meno: occorre comprendere l'Islam facilmente ma, oltre a questo, è necessario non porsi domande circa la possibilità che lo sviluppo tecnologico occidentale abbia a che fare con l'inesistenza in Occidente di taluni divieti fondamentali propri del credo islamico.
Al contrario: accettando il controsenso, un musulmano fedele alle sue credenze può finire per concludere - altrettanto facilmente - che sono proprio i musulmani ad essere chiamati a volgere questa tecnologia al bene, fatto che sarebbe proprio dell'Islam. L'islamismo radicale non sarebbe se non la consumazione di questa miscela, portata all'estremo. Estremo del quale fa parte l'accettazione del martirio. Un martirio che tuttavia ripropone quella dualità del monoteismo originario, che, nell'Islam, si presenta come il più crudo dilemma tra Vendetta e Riconciliazione.