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Rassegna stampa

Aleppo: morirò con i fedeli.

Nei giorni scorsi l’arcivescovo greco-melkita di Aleppo, mons. Jeanbart, ha parlato in Sicilia della situazione che stanno vivendo i cristiani in Siria e in tutto il Medio Oriente, e in particolare in quella che era la città più multiculturale della regione, Aleppo, soffocata dalla morsa dei terroristi e dei ribelli.

Nei giorni scorsi l’arcivescovo greco-melkita di Aleppo, mons. Jeanbart, ha parlato in Sicilia della situazione che stanno vivendo i cristiani in Siria e in tutto il Medio Oriente.
"Chi sono i cristiani siriani? Sono proprio quelli di cui ci raccontano gli Atti degli Apostoli nel giorno di Pentecoste. Quindi in Siria è presente la Chiesa sin dalle origini, li è nata la Chiesa". "Questa è la ragione principale per cui noi cristiani (300.000 su una popolazione di 2 milioni) non vogliamo in nessun caso lasciare la Siria, e a questo aggiungo con fermezza, io in quanto pastore di questa Chiesa non lascerò mai questo popolo, morirò ma non lascerò i miei fedeli. Sono infatti convinto che il Signore mi chiederà conto del mio impegno, del mio coraggio e della mia speranza per questa porzione del suo popolo che mi è stato affidato".

"Devo ammettere che c’è stato un momento, all’inizio della guerra in cui ho pensato di andare via, ma il Signore mi è stato vicino e oggi a 71 anni mi sento più giovane di almeno 15 anni, non temo la delusione e lo scoraggiamento, so che il Signore si prende cura di me e dei suoi fedeli". "Aleppo, la più antica città, era il vanto di bellezza cultura e storia di tutta la Siria e per quanto io ne possa parlare con orgoglio non sarà mai abbastanza per quanto essa realmente meriti. La Siria era un mosaico di religioni e riti, più di 15 gruppi di appartenenza religiosa ed etnica che vi hanno convissuto per secoli, e il governo riusciva a garantire a tutti una certa libertà di espressione e condizioni economiche accettabili. Tutte le scuole pubbliche erano gratuite e tutti potevano permettersi una casa. Certo i poveri c’erano ma non c’era la miseria". "Ad Aleppo c’è l’università statale che contava circa un milione e mezzo di allievi, con più di 150 mila studenti che erano accolti gratuitamente e ben 15 mila alloggiati nella città universitaria al costo di un euro al mese".

"L’arrivo di quella che i media occidentali hanno insegnato a chiamare la primavera araba, ha distrutto questo equilibrio. E per noi non è stata una primavera che voleva portare la democrazia. Certo anche noi speravamo, visto che vivevamo in un regime semi dittatoriale, in cui il potere era centrato nelle mani del presidente. Ma egli stesso è rimasto travolto nel desiderio di allargare gli spazi di democrazia, ma che i moti rivoluzionari hanno distrutto".

"La rivoluzione è contro chi? Contro se stessi! Quali sono i costi di questa democrazia? Aleppo era una città abituata a vivere nella convivialità fra tutte le culture. Non c’era il Canale di Suez ma era il porto di Aleppo l’incrocio di tutti gli scambi. C’erano colonie di italiani francesi tedeschi austriaci olandesi e inglesi, e il dialogo e il rispetto reciproco erano alla base delle leggi di convivenza. Adesso è tutto distrutto". Ad Aleppo le centrali elettriche e di acqua sono in mano ai ribelli, che forniscono acqua alla città un giorno a settimana, e l’elettricità un’ora ogni 48".


La Stampa

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