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“From Zero to Hero”, donne e uomini attratti dallo Stato Islamico

Ragazze interessate a carriere nel sociale, giovani che ambiscono al combattimento: fenomenologia delle reclute dell’Isis

Viviana Premazzi | mercoledì 3 febbraio 2016

Secondo un recente rapporto dell’intelligence britannica, nell’ultimo anno il numero delle donne occidentali entrate nelle fila di Isis è aumentato del 21 per cento rispetto al 2014 (oggi sono il 10 per cento complessivo dei foreign fighters europei). Melanie Smith ed Erin Marie Saltman, del International Centre for the Study of Radicalisation (ICSR), hanno rilevato che le donne rappresentano il 10 per cento dei membri europei dell’Isis e la loro età media è tra i 16 e i 24 anni. Almeno un quarto delle donne viene reclutata da membri della famiglia – mariti, fratelli o genitori – mentre le altre sono ragazze che scelgono di partire da sole o con una o più amiche.


Dounia Bouzar, fondatrice e direttrice del Centro per la prevenzione delle derive settarie legate all’Islam, ha scoperto che le giovani radicalizzate hanno una caratteristica comune: sono tutte interessate a una carriera nel sociale o nell’area degli aiuti umanitari. Non appena queste aspirazioni si manifestano, attraverso canali come il profilo Facebook, gli islamisti cominciano a gettare le loro reti. Si mascherano da “sorelle e fratelli in spirito” e diventano amiche o amici di queste giovani donne. Durante questa prima fase, le conversazioni non ruotano attorno ad argomenti religiosi, ma intorno a un mondo emotivo che si sta creando. I reclutatori favoriscono la nascita di sentimenti di sgomento e di choc, usando immagini di bambini vittime delle bombe e del gas usato dal regime siriano, o di bambini palestinesi imprigionati dagli israeliani, per esempio. Soltanto quando le vittime sono diventate abbastanza instabili, e quando cominciano a mettere in discussione il loro mondo e il loro stile di vita, entra in gioco la religione. Le sconvolgenti immagini della guerra civile siriana, i massacri da parte del regime di Bashar al-Assad e la mancanza di empatia e di sostegno da parte dell’Occidente (“il nemico lontano”) e degli altri Paesi musulmani (“il nemico vicino”) motiva e spinge queste ragazze e queste donne ad andare in Siria. Atran e Hamid riportano la risposta di una ragazza adolescente che viveva in un sobborgo di Chicago agli agenti dell’FBI che l’avevano fermata appena prima che partisse per la Siria: “Beh, che dire delle barrel bombs (i barili bomba) che uccidono migliaia di persone? Forse se la decapitazione aiuta a fermarle non è un male”.

Altre donne sono attratte dall’idea di sposare un combattente, un eroe. “C’è una miscela di indottrinamento e seduzione”, dice Bouzar. La “combinazione di violenza e di vita domestica” è importante, come sostiene Katherine Brown, docente al King’s College di Londra che da anni studia il fenomeno. Secondo Mia Bloom, docente di Security Studies all’University of Massachussetts Lowell, sono “giovani, impressionabili, romantiche, con un sogno di famiglia”. Come afferma Anne Speckhard, le donne che si recano in Siria idealizzano il loro ruolo di popolare il nuovo Stato Islamico e sostenere i loro uomini. Gli uomini ambiscono a essere degli eroi, duri, forti e importanti.

Daniel Koehler, direttore del German Institute on Radicalization and De-radicalization Studies (GIRDS) nota come alcune di loro siano anche attratte da una forma di “emancipazione jihadista”, una risposta all’isolamento sociale e culturale in cui si trovano a vivere molte ragazze musulmane in Occidente - dalla possibilità cioè di viaggiare e andare all’estero da sole e sposare chi vogliono senza il consenso delle loro famiglie fino alla partecipazione ad attività di polizia e sorveglianza per coloro che fanno parte della terribile brigata al-Khansa, a Raqqa.

Molti uomini diventano invece combattenti per soddisfare le loro fantasie di onnipotenza. “Giocano a fare Dio, pensando di poter controllare la vita e la morte”, ricercano grandezza, “gloria eterna e significato in un mondo intrinsecamente caotico”, come dice l’antropologo Scott Atran. Esibiscono la loro nuova personalità onnipotente, la loro voglia di rivincita, l’esaltazione che deriva dalla volontà di uccidere e la fascinazione per la propria morte. Adottano una celebrazione della violenza e del jihad Rambo-style.

L’appello alla mascolinità, secondo Christopher Daase del Peace Research Institute Frankfurt, si trova in primo piano. I loro video di reclutamento sono molto rivelatori in questo senso. Sono appelli politici a intraprendere la lotta contro l’Occidente con ogni mezzo, vivendo una corretta vita da eroi. Da persone insignificanti si trasformano in eroi, da imputati e “condannati” diventano i giudici inflessibili di una società che considerano eretica e empia, da individui che ispirano il disprezzo a esseri violenti che fanno paura, da sconosciuti a personaggi di cui parlano tv e giornali, autocelebrati e celebrati dai compagni sui social network. Quello che Isis offre è uno status, una reputazione e prestigio, riconoscimento dentro e fuori la comunità locale, sia nel teatro di guerra siriano sia nelle patrie europee attraverso la pubblicazione e condivisione delle immagini dei combattimenti su internet. Coolsaet descrive significativamente questo fattore come la possibilità di andare from zero to hero (da essere zero a essere un "eroe"): senso, appartenenza, fraternità, rispetto, status, avventura, eroismo, martirio e successo personale si mescolano in una causa da loro considerata “di successo”.

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