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Gli estremisti, eretici moderni

Nell’Islam il peccatore continua a essere un musulmano e non può essere scomunicato. La fede infatti non viene meno se vengono meno le opere.

Ibrāhim Salāh al-Hudhud | venerdì 10 marzo 2017
Nell'immagine Abu Bakr al-Baghdadi e la scritta: ''Perché li definiscono kharigiti?''

Gli ulema (i dotti dell’Islam), tendono a circoscrivere e limitare quanto più possibile la pratica del takfīr, l’accusa di miscredenza che, lanciata contro i musulmani, ne permette l’uccisione. Se utilizzata indiscriminatamente, essa minaccia infatti la coesione della comunità e produce il caos. È ciò che avvenne nell’Islam primitivo, al tempo della “grande fitna” (la grande sedizione), quando la questione della successione a Maometto provocò profonde spaccature tra i musulmani. In quel contesto, il gruppo dei kharigiti si staccò dagli altri fedeli accusandoli di miscredenza. È a loro che vengono oggi assimilati estremisti e jihadisti.

Versare il sangue del musulmano e rendere leciti il suo denaro e i suoi beni dopo averlo dichiarato miscredente per via dei peccati commessi, e questo muovendo dal principio per cui la fede è fatta di parole e opere, e che non vi è fede senza le opere, questa è la dottrina della maggior parte dei kharigiti e dei loro eredi intellettuali di ogni epoca. I kharigiti avevano accusato di miscredenza ‘Alī, Uthmān e i compagni del cammello, i due arbitri (Abū Mūsā al-Ash‘arī e ‘Amr bin al-‘Ās), e quanti aveva approvato l’arbitrato e i suoi due arbitri o anche solo uno di essi [1]. Essi ritenevano inoltre che il califfo dei musulmani dovesse essere eletto da tutti i musulmani, che l’appartenenza alla tribù dei Quraysh non fosse una condizione vincolante [2], e che anzi era meglio che il califfo non fosse un qurayshita così da poterlo destituire o uccidere qualora avesse deviato dalla sharī‘a. Sulla base di questo principio elessero ‘Abd Allāh bin Wahhāb, che non apparteneva alla tribù dei Quraysh, e lo nominarono comandante dei credenti [califfo, NdR].

Quanto alla questione dell’anatema contro i peccatori e dell’applicazione nei loro confronti dei versetti coranici relativi ai miscredenti, questa è la dottrina dei kharigiti, con l’eccezione del gruppo dei Najdāt [3]. Questi ultimi infatti ritenevano che la miscredenza del ribelle risiedesse nella sua ingratitudine a Dio (kufr ni‘ma) e non nel tradimento della religione (kufr dīn) o della comunità religiosa (kufr milla).

L’opinione dei kharigiti rispetto alla miscredenza dei peccatori si fonda sull’idea secondo la quale le opere sono un pilastro nella fede. I Salaf [le prime generazioni dei musulmani, considerate esempi da imitare, NdR], “tra cui Mālik [ibn Anas], al-Shāfi‘i, Ahmad [ibn Hanbal] e Ishāq bin Rāhawayh [4], ritengono che la fede sia credenza (i‘tiqād), confessione (iqrār) e opere (‘amal). Essi tuttavia ritengono che credere sia il fondamento della fede, che la confessione ne sia espressione e segno (in presenza dei quali la società può applicare le norme della fede a chi la professa), e che le opere siano una condizione per la perfezione della fede. Se vengono meno le opere, viene meno la perfezione della fede, e non già il suo fondamento”. Disse Ibn Hajar: “I Salaf hanno affermato: ‘[aver fede significa] credere con il cuore, professare con la lingua e agire secondo i pilastri [dell’Islam, cioè la preghiera, il digiuno etc.]’. Con ciò essi intendevano che le opere sono condizione della perfezione della fede. L’opinione dei kharigiti è contraddetta anche da quanto al-Bukhārī riporta circa la storia di un bevitore di vino: “Più volte venne condotto dal Profeta – siano su di Lui la preghiera e la pace – un bevitore e alcuni dei suoi dicevano: ‘Dio lo maledica.’ Ma il Profeta replicò – siano su di Lui la preghiera e la pace: ‘Non siate d’aiuto a Satana contro il vostro fratello’”. E nelle sue Sunan Abū Dāwd [5] aggiunge: “Piuttosto dite: ‘O Dio, perdonalo! O Dio, abbi pietà di lui!’”. Da qui deriva la regola d’oro: nulla può farti uscire dall’Islam se non il rifiuto di ciò che ti ci ha fatto entrare.

Al-Bukhārī riporta sull’autorità di Abū Dharr, Dio si compiaccia di lui, che il Profeta – siano su di Lui la preghiera e la pace – disse: “Un uomo non può accusare di iniquità o miscredenza un altro uomo senza che l'accusa gli ritorni indietro se colui al quale è lanciata non la merita”.

A questo proposito Ibn Taymiyya [6] ha detto una cosa importante: “Nessuno può accusare di miscredenza un musulmano, per quanto abbia peccato o sbagliato, finché non sia portata una prova contro di lui. Se uno con certezza si dichiara musulmano, non basta un dubbio per non ritenerlo tale, ma occorre produrre una prova”. Dio non nega la fede dei musulmani che si combattono, come dimostrano le Sue parole: “E se due partiti, fra i credenti, combattessero fra loro, mettete pace fra essi: ma se l’uno avesse commesso eccessi contro l’altro, combattete quello che tali eccessi ha commesso, sin che torni all'obbedienza degli ordini di Dio. E tornato che esso sia a Dio mettete pace allora fra essi con giustizia, e siate equi, perché l’equità è amata da Dio” (49,9) [7]. Questa è l’idea fondamentale dei kharijiti, da cui se ne sono sviluppate altre, come quella secondo la quale tutte le colpe sono peccati gravi (kabā’ir) e chiunque le commetta è un miscredente destinato a rimanere nel Fuoco per l’eternità.

*Estratto dell’intervento di Ibrāhīm al-Hudhud, Rettore dell’Università di al-Azhar, al seminario del Comitato congiunto per il dialogo tra il Pontificio Consiglio per il Dialogo interreligiosa e al-Azhar, 22-23 febbraio 2017.

[1] I kharigiti sono una setta islamica formatasi durante la crisi scoppiata in merito alla successione a Maometto. Quando nel 656 il terzo califfo ‘Uthmān morì assassinato, gli succedé ‘Alī, cugino e genero di Maometto. Ma il clan dei Quraysh, di cui ‘Uthmān faceva parte, reclamò giustizia per il Califfo ucciso e contestò l’elezione di ‘Alī. Due qurayshiti, Talha e Zubayr mossero allora guerra contro ‘Alī vicino a Bassora, ma persero la vita in quella che è passata alla storia come la Battaglia del Cammello. Nel 657, a Siffin, ci fu un nuovo scontro tra i partigiani di ‘Alī (in arabo shī‘at ‘Alī, da cui il nome di sciiti) e i qurayshiti, capeggiati dal governatore di Siria Mu‘āwiya. Ma le due parti decisero di interrompere le ostilità e ricorrere a un arbitrato per dirimere la questione della successione califfale. Una parte dei seguaci di ‘Alī, i kharigiti appunto, rifiutarono però il principio dell’arbitrato adducendo che il “giudizio spetta solo a Dio”. Essi accusarono di apostasia sia Mu‘āwiya, per essersi ribellato al Califfo legittimo, che ‘Alī, per aver accettato l’arbitrato, NdR.

[2] Secondo la dottrina maggioritaria invece (che poi sarebbe diventata “sunnita”) il califfo doveva essere scelto da un consiglio di dotti e notabili all’interno della tribù dei Quraysh, NdR.

[3] Si tratta di un sottogruppo dei kharigiti, seguaci di Najda ibn ‘Āmir, oggi estinto.

[4] Mālik ibn Anas (m. 796), Abū ʿAbdullāh Muhammad ibn Idrīs al-Shāfi‘i (m. 820) e Ahmad ibn Hanbal (m. 855) sono i fondatori di tre delle quattro scuole giuridiche riconosciute dai sunniti. Ishāq bin Rāhawayh (m. 853) è stato un giurista ed esperto di hadīth (tradizioni profetiche), NdR.

[5] Al-Bukhārī e Abū Dāwd sono i compilatori di due delle raccolte di hadīth considerate canoniche dai sunniti, NdR.

[6] Teologo e giurista hanbalita (m. 1328), è una figura di riferimento per le correnti salafite e jihadista. È quindi significativo che qui sia citato per confutare le loro posizioni, NdR.

[7] Il punto fondamentale di questa citazione coranica è che i due partiti rivali di musulmani sono chiamati entrambi “credenti”, NdR.

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