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Violenza religiosa, mito fondante dell'Occidente?

Con l’ascesa dell’estremismo islamico, si tende a identificare di nuovo la religione con la violenza e a cercare soluzioni laiche e anti-religiose

Fadi Daou | venerdì 10 marzo 2017
Ratifica del Trattato di Westfalia del 1648, di Gerard ter Borch

È diverso parlare di “violenza in nome della religione” o di “violenza religiosa”. Nessuno può infatti negare l’esistenza di atti violenti perpetrati in nome della religione. È anzi evidente che, nel corso della storia e in questi nostri tempi, tra i più abominevoli atti di violenza e di terrorismo ci sono quelli compiuti da quanti tendono a legittimare se stessi in termini religiosi. […]

Il teologo cattolico americano William Cavanaugh sostiene che: “la violenza della religione fa parte dei miti fondanti dell’identità Occidentale perché aiuta a stabilire un ‘altro’ assolutista e irrazionale, nei confronti del quale l’organizzazione socio-politica secolare dell’Occidente risulta moderata e razionale. Il mito è usato per legittimare la diffusione di ideali occidentali, anche con mezzi violenti” .

Nonostante la sua incoerenza, l’idea che la religione sia incline alla violenza stabilisce perciò un’opposizione binaria tra l’“Occidente secolare” e un "altro" religioso, essenzialmente irrazionale e violento. Il conflitto è così spiegato nei termini delle qualità essenziali dei due avversari e non in termini di concreti incontri storici. Si capisce che le radici di questa posizione ideologica si trovano nell’epoca delle “guerre di religione” in Europa, che nel XVI e XVII secolo lasciarono nel Continente molte vittime e una grande distruzione. Il secolarismo radicale che emerse in questo contesto ritiene che questa esperienza ci abbia mostrato quanto la religione possa essere fonte di violenza estrema, e pensa che solamente un approccio e un’autorità secolari possano portare pace alla società.

Questa opposizione di razionale e irrazionale, secolare e religioso, occidentale e musulmano non è semplicemente descrittiva, ma contribuisce a creare l’opposizione che afferma di descrivere. Questa opposizione è parte di una più ampia narrazione illuminista in cui per definire la ragione occorre un altro irrazionale. In altre parole, l’opposizione di una “violenza religiosa” a una “secolare propensione alla pace” può fornire essa stessa la giustificazione della violenza.

Sicuramente, le due guerre mondiali del XX secolo, con le loro distruttive ideologie nazista e comunista, provano che la violenza non può essere collocata in un’unica categoria sociale come la religione, ed è persino pericoloso crederlo. Dobbiamo tuttavia riconoscere che l’attuale ascesa della violenza a livelli estremi – e ci riferiamo ovviamente al terrorismo e alle atrocità dell’Isis che pretende di agire in nome di Allah e dell’Islam – ripropone la sfida di cui parla Cavanaugh, nella misura in cui le persone tendono a identificare di nuovo la religione con la violenza e a cercare soluzioni secolari e anti-religiose. La storia ci insegna anche che la violenza più distruttiva per la credibilità religiosa è quella che opera sulla divisione all’interno della religione, come nelle guerre tra cattolici e protestanti o nell’attuale cosiddetto conflitto sunniti-sciiti.

Di conseguenza, l’analisi di Cavanaugh non è un argomento sufficiente rispetto all’innocenza della religione nei confronti della violenza. Fino a quando la religione sarà usata per giustificare o legittimare la violenza e specialmente la violenza intra-religiosa o inter-religiosa, o sarà incapace di stabilire la pace, il problema del nesso con la violenza rimarrà concreto. […]

*Estratto dell’intervento di p. Fadi Daou, Presidente della Fondazione Adyan, al seminario del Comitato congiunto per il dialogo tra il Pontificio Consiglio per il Dialogo interreligiosa e al-Azhar, 22-23 febbraio 2017.

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