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Chi interpreta i testi religiosi?

Il dibattito in Egitto sulle responsabilità di istituzioni religiose nella diffusione dell’estremismo. Un articolo del quotidiano al-Masry al-Youm

Amr al-Shobaki | venerdì 28 aprile 2017

I discorsi sulla responsabilità di alcuni testi religiosi nelle operazioni terroristiche in Egitto e fuori dall’Egitto si moltiplicano, e vi è chi ritiene che interpretazioni giuridiche estremiste e i metodi dell’Azhar incitino al terrorismo e fomentino l’odio.

Sicuramente in nessuna religione celeste e non celeste vi sono testi che invitano a uccidere chi appartiene a una religione diversa; i testi dell’Islam invitano alla tolleranza e alla misericordia, così come quelli delle altre religioni, e non invitano a combattere che «chi vi combatte» (Corano 2,190).

Ciò nonostante restano vive una serie di nozioni, andate diffondendosi negli ultimi quattro decenni del secolo scorso, quali la nozione di “fedeltà [all’Islam] e rottura [nei confronti dell’idolatria] (al-walā’ wa al-barā’)” di Ayman al-Zawāhirī, il jihad come Obbligo dimenticato (Al-Farīdha al-ghā’iba) di Muhammad ‘Abd al-Salām Faraj, la Guida essenziale per la preparazione [al jihad] (Al-‘umda fī i‘dād al-‘udda) di Sayyid Imām al-Sharīf, Il messaggio della fede (Risāla al-imān) di Sālih Siriyya, e Le pietre miliari (Ma‘ālim fī al-tarīq) di Sayyid Qutb. Ciascuna di esse è alla base di quello che tecnicamente è definito “pensiero jihadista”, e tutte pretendono di fondarsi su testi religiosi.

La domanda è questa: i testi religiosi sono interpretati automaticamente senza intermediario umano? Ci sono forse angeli che interpretano questi testi o li applicano senza bisogno dell’intermediario umano, e forse che questi testi acquisiscono santità per il semplice fatto di essere applicati da angeli del cielo anziché da uomini della terra? La risposta è sicuramente “no”.

La verità è che il dibattito sollevato da qualcuno circa la responsabilità dei testi religiosi nel favorire il terrorismo nasce dagli errori stessi degli islamisti, nel momento in cui hanno presentato i loro progetti politici come progetti “divini” derivanti dalla religione e dalle sue norme. Di conseguenza, chi contestava quei progetti contestava la religione ed era un miscredente. Gli islamisti facevano infatti venire meno la responsabilità dell’intermediario umano preposto all’applicazione dei testi religiosi e delle norme e di conseguenza fingevano di ignorare che il loro discorso era compatibile con la legge della relatività, della trasformazione e della critica, e non rientrava perciò tra le cose sacre, derivanti della religione.

La verità è che la stessa cosa si ripete con le interpretazioni e i testi contemporanei della religione. Questi testi esistono da secoli, perché allora non hanno prodotto jihadisti e takfiristi nel mondo arabo e islamico degli anni Venti e Trenta del secolo scorso per esempio, perché non esistevano né al-Qaeda né l’Isis nonostante fossimo un Paese occupato, e perché alla guida della liberazione nazionale vi erano gruppi nazionalisti e non takfiristi, mentre dopo l’indipendenza sono emersi questi gruppi takfiristi? Perché è successo questo?

Per la speranza e l’idea di farcela che animavano molti Paesi arabi mentre lottavano contro il colonialismo e portavano a compimento la liberazione e l’indipendenza? O forse questo è il risultato della tirannia e del fallimento dei sistemi post-indipendenza? O forse è dovuto alle cospirazioni esterne? Perché dall’esterno hanno trovato terreno fertile nel nostro Paese adesso, e non in una fase precedente, per il successo delle loro cospirazioni?

Il testo è uno solo ma le sue interpretazioni sono cambiate totalmente, passando da un discorso pienamente iscritto nella religione a un discorso pienamente iscritto nella vendetta politica, e che si è dotanto soltanto di un involucro religioso.

È vero che il testo religioso continua a essere una giustificazione per uccidere o commettere operazioni suicide, ma ciò che produce l’odio e il movente del terrorismo e dell’accusa di miscredenza verso gli oppositori non è riconducibile primariamente a un’interpretazione deviata del testo religioso. Sono fondamentalmente le ingiustizie politiche e sociali nel caso dell’Egitto, la persecuzione confessionale di un ampio settore di sunniti nel caso dell’Iraq, e i reati politici e confessionali commessi dal regime in Siria, ad aver spinto una parte dei sunniti a unirsi o a essere complici con l’Isis.

Anche la questione dell’Isis in Europa è considerata da alcuni come prova del fatto che il terrorismo vive all’ombra dei sistemi democratici e non ha nulla a che fare con il dispotismo. La verità è che il terrorismo rimarrà presente all’ombra di tutti i sistemi, siano essi democratici o autoritari, ma la differenza è nelle dimensioni del fenomeno e nello spazio che esso occupa: in Europa i terroristi, per quanto siano capaci di causare dolore e darsi alla fuga, non controllano città o quartieri come invece accade in Siria, Libia e Iraq.

La verità è che gli attivisti dell’Isis in Europa sono il prodotto di un contesto sociale in cui hanno sofferto l’emarginazione, il razzismo, il fallimento scolastico e professionale, e la storia della maggior parte di loro non li ha visti alle prese con i testi religiosi, ma li ha visti piuttosto in locali notturni e con alle spalle piccoli furti e spaccio di droghe.
La sostanza è che i testi sono eterni mentre le persone che li interpretano cambiano e i loro sforzi di ragionamento personale tendono verso l’estremismo o la moderazione secondo il contesto socio- politico. Tutte le questioni che ora vengono sollevate riguardo al rinnovamento del discorso religioso, la revisione di alcune nozioni, la modifica dei metodi di al-Azhar sono legate alla modernità e al progresso della società egiziana e non alla lotta al terrorismo. Come possiamo aspettarci, in una società il cui Stato non ritiene che investire nella formazione sia una questione di sicurezza nazionale e promuove invece il discorso oscurantista, che ad al-Azhar e nelle altre istituzioni religiose ci siano “oasi liberali”, quando la nostra è una società che quotidianamente deve affrontare intense campagne oscurantiste?!
La questione della riforma di al-Azhar e del rinnovamento del discorso religioso è legata al progresso e alla democrazia di questo Paese. Quanto alla questione del terrorismo, i testi religiosi non ne sono responsabili mentre è comprovata la responsabilità di alcune interpretazioni devianti o estremiste di alcuni di questi testi.

Tuttavia la loro rilevanza varia da una fase all’altra, ciò che suscita una domanda socio-politica: perché alcuni di noi si sono radicalizzati oggi e non ieri? Perché il terrorismo in Sinai è diventato un fenomeno evidente? Perché la violenza contro i cristiani si è spostata dal discorso sulla “gente della dhimma (ahl al-dhimma)” degli anni Settanta, favorito dalle due organizzazioni del Jihād e della Jamā‘a islāmiyya che ritenevano lecito il denaro ma non l’anima (cioè permettevano di appropriarsi dei beni, ma non di uccidere, NdT) rifiutavano la costruzione delle chiese, e non accettavano la nozione di cittadinanza, al terrorismo e all’uccisione che rende leciti l’anima e lo spirito?

I nuovi terroristi, nella loro stragrande maggioranza, praticano il terrorismo come risultato di un contesto sociale e di idee sulla vendetta politica da parte dello Stato e dei suoi sostenitori che noi abbiamo lasciato prosperare. È vero che cercano un testo religioso che giustifichi la violenza e il terrorismo, ma la questione è diversa rispetto ai jihadisti del secolo scorso, per i quali il testo religioso era in sé produttore di violenza e la via attraverso la quale imbracciavano le armi ma non compivano il suicidio.

Articolo pubblicato su Al-Masry al-Youm il 19 aprile 2017, traduzione di Chiara Pellegrino

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