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Cittadinanza per gli immigrati: tra ius soli e ius sanguinis, la via della relazione

Andrea Pin | lunedì 5 dicembre 2011

Le ultime settimane hanno riaperto il tema dell’immigrazione e della cittadinanza italiana. Vi hanno contribuito, naturalmente, l’auspicio del presidente Napolitano per un riconoscimento della cittadinanza agli stranieri che nascono in territorio italiano (il noto tema dello ius soli), l’ennesima tragedia dell’immigrazione clandestina avvenuta sulle coste pugliesi e, da ultimo, il voto tenutosi a Padova per eleggere una Consulta dei cittadini stranieri, che sembra aver avuto un buon successo, a giudicare dall’affluenza alle urne.

Del resto, le pulsioni favorevoli e contrarie al voto agli immigrati e all’allargamento del diritto di cittadinanza si rincorrono da almeno un decennio, nel nostro Paese come altrove, incrociando calcoli elettoralistici con esigenze reali e problemi seri. Si preme sulla cittadinanza quale strumento d’integrazione e d’uguaglianza, e compaiono i timori xenofobi. Si persegue il diritto di voto, e spunta il problema della rappresentanza: come eleggere i rappresentanti degli immigrati – e, prima ancora, gli immigrati sono davvero una categoria? I problemi sembrano essere fondamentalmente due: da un lato, riconoscere il contributo degli immigrati alla vita sociale italiana (lavorano fianco a fianco con gli italiani, ormai, mentre i loro figli riempiono le nostre scuole e probabilmente aiuteranno a pagare le nostre pensioni); dall’altro, evitare che la già difficile tenuta dell’ordine pubblico e della legalità, finora puntellata con rimpatri ed espulsioni per chi commette reati e non s’inserisce socialmente, venga irrimediabilmente compromessa con una concessione troppo miope del diritto alla cittadinanza.

Tuttavia, queste due prospettive, tutte giocate in termini di diritti sì/diritti no, sono decisamente troppo anguste. Basta considerare la vera portata della sfida migratoria: stiamo parlando di ordinate e positive relazioni sociali, non di diritti e pretese. Costituire una Consulta per l’immigrazione e consentire ad un suo membro di partecipare senza diritto di voto alle sedute del Consiglio comunale, come accade a Padova, può essere uno strumento per mettere in comunicazione gli immigrati con i cittadini residenti nel Comune. Presuppone che esistano gli immigrati accanto agli italiani. Due categorie diverse, con problemi diversi. Possono dialogare (un’idea bella, in sé) oppure possono contrapporsi. La struttura della Consulta non garantisce una collaborazione, ma semplicemente ne crea le condizioni.

Così come non crea le condizioni di una collaborazione tra gli immigrati. L’immigrato è una categoria unificante buona per il diritto; quanto alle relazioni sociali, c’è una bella differenza tra ucraini, cinesi, nigeriani, tunisini e sudamericani, tanto per fare qualche esempio – e c’è una bella differenza all’interno di queste comunità, com’è del resto naturale che sia. Istituzioni come la Consulta sono al più facilitatori della relazione e della trasmissione di saperi e sensibilità, ma non possono garantire lo scopo. Possono trasformarsi in barricate. Forse sarebbe meglio dare agli immigrati la cittadinanza tout court? Le vicende delle banlieues francesi e inglesi dicono qualcosa di diverso. In quei Paesi gli immigrati accedono alla cittadinanza più facilmente; oppure i loro genitori o nonni l’hanno acquistata nelle terre d’origine, all’epoca colonie dei due Stati. Dunque, cittadini al cento per cento – per il diritto. Per la società, ancora immigrati, talvolta incerti nell’esprimersi correttamente, talaltra confinati nelle periferie, con possibilità scarse di affermarsi e d’interagire con chi vive in altre zone. Il diritto non è dunque una panacea per i mali dell’immigrazione.

Attribuire diritti ha senso quale riconoscimento di una relazione già esistente, e che si desidera amplificare. Difficilmente è in grado di correggere problemi sistemici; può nasconderli, ma si ripresenteranno, come accaduto altrove. Trincerarsi dietro la retorica dei diritti o del multiculturalismo, o appiattirsi su quella dell’identità, non aiuta, nella misura in cui non si considera che la vita sociale è vita di relazione, e che una genuina relazione mette sempre in discussione l’identità di ciascuno. In sostanza, le società contemporanee sono destinate –ed è un giudizio di fatto, non di valore – ad un meticciamento, non alle barricate né alla confusione indistinta delle tradizioni di ciascuno. Forse è il momento di chiedersi se gli istituti e i meccanismi giuridici che mettiamo in pratica, o cui solo pensiamo, vanno in questa direzione.

Spetta innanzitutto alla società civile chiederselo, in un momento in cui molti immigrati perderanno probabilmente il lavoro e saranno costretti a tornare in Patria. Sono gli unici a perderci, in questo? Oppure anche noi perdiamo qualcosa?

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