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La Turchia verso il presidenzialismo autoritario di Erdoğan

Clima teso in Turchia per il referendum costituzionale si terrà domenica 16 aprile. La proposta di riforma della Costituzione introduce il presidenzialismo

Francesca Miglio | venerdì 3 marzo 2017
Presidente turco Recep Tayyip Erdoğan

A fine gennaio, il partito Giustizia e Sviluppo (Akp), al governo in Turchia con il presidente Recep Tayyip Erdoğan dal 2002, è riuscito a ottenere l’approvazione del Parlamento alla riforma della Costituzione. La nuova proposta introduce il sistema presidenziale nel Paese, concentrando il potere nelle mani del presidente. Con le modifiche previste, le prossime elezioni si terranno nel 2019 e, qualora Erdoğan fosse nuovamente eletto, rimarrebbe in carica per altri cinque anni, fino al 2024.

Relazioni in crisi
Le tensioni con la Germania sono cresciute ulteriormente all'inizio del 2017. Su tre milioni di turchi residenti nello Stato europeo, uno e mezzo voteranno al referendum di metà aprile e sono loro che guardano con interesse agli sviluppi delle relazioni tra i due Paesi. L’accordo sui flussi migratori, in vigore tra Unione europea e Turchia dal marzo scorso, è stato raggiunto grazie al patrocinio della cancelliera Angela Merkel. Da allora però i rapporti sono degenerati. Ha avuto una grossa risonanza sulla stampa, locale e internazionale, il dibattito iniziato a fine febbraio con l’arresto in Turchia di Deniz Yücel, giornalista turco corrispondente per il giornale tedesco Die Welt. La Germania ha accusato il governo turco di essere anti democratico e di percorrere la strada dell’autoritarismo, in particolare con la riforma costituzionale proposta. La risposta di Erdoğan non ha tardato: il presidente ha detto che i modi di fare tedeschi sono paragonabili a quelli nazisti, suscitando la reazione più che contrariata di Berlino. Anche l'Olanda ha impedito ai leader politici turchi di fare comizi a favore del "sì", facendo così, come dice Marta Ottaviani, una "campagna elettorale involontaria" per il Presidente.

Il clima in Turchia è teso: dopo il tentato golpe di luglio e a causa di diversi attentati terroristici, il turismo è crollato, l’economia è in crisi. Anche la politica turca soffre di questa situazione e l’imminente referendum accentua le divisioni tra i partiti. In seguito al fallito colpo di Stato, interi settori dell’amministrazione pubblica, dell’esercito e della stampa sono stati “alleggeriti” di centinaia di migliaia di persone a causa delle purghe governative contro chi è sospettato di avervi preso parte. I media internazionali e quei giornalisti turchi che hanno ancora la libertà di esprimere opinioni in contrasto con l’autorità ripetono la loro preoccupazione sulla deriva autoritaria della Turchia, che per alcuni aumenterà qualora al referendum dovesse vincere il “Sì”.

Cosa cambia con la riforma costituzionale
Per spiegare come cambia la Turchia secondo la proposta di riforma costituzionale, Michael Daventry, giornalista inglese cresciuto in Turchia, ha pubblicato sul suo blog un efficace schema del cambiamento dal sistema parlamentare a quello presidenziale [figura 1].

[figura 1]

L’elezione diretta del presidente della Repubblica è stata introdotta nel 2014, mentre il mandato del Parlamento era finora di quattro anni. Con la nuova riforma, presidente e Parlamento sono eletti contemporaneamente, facilitando l’influenza del primo sul secondo, come ci ha detto il giornalista Kerim Balcı, membro del movimento Hizmet fondato da Fethullah Gülen. Inoltre, al contrario di quanto avviene oggi, il presidente eletto può continuare a dirigere anche il proprio partito, eliminando così la neutralità della carica. Nel caso specifico, qualora vincesse il “Sì”, il presidente Erdoğan potrebbe ripresentarsi alle primarie dell’Akp, previste per il 2018. Con l’attuale Costituzione, il primo ministro è nominato dal presidente eletto e approvato dal Parlamento; la nuova riforma, invece, non prevede questa carica, le cui mansioni vanno al presidente stesso. Inoltre, il compito di selezionare i ministri, che attualmente spetta al Parlamento, diventa prerogativa presidenziale esclusiva. Infine, la facoltà di sciogliere il Parlamento e indire nuove elezioni rimane sia nelle mani del presidente sia del Parlamento stesso, il quale però deve ottenere il favore di tre quinti dei suoi membri, un traguardo quasi impossibile secondo Balcı. Anche i giudici sono scelti in modo diverso: il presidente avrà la possibilità di nominare un certo numero di giudici e procuratori, nonostante il potere giudiziario dovrebbe costituzionalmente essere “indipendente e imparziale” (modifica all’articolo 9 della Costituzione).

Il dibattito tra i partiti
L’approvazione della riforma di Erdoğan non è avvenuta senza scontri tra i partiti, talvolta anche fisici (nel mese di gennaio, molti giornali turchi hanno pubblicato foto di risse tra parlamentari) e il dibattito è tutt’ora in corso. La proposta è passata grazie all’appoggio del partito nazionalista Mhp, che ha pagato questa decisione, come scrive tra gli altri anche Türey Köse, giornalista del quotidiano di opposizione Cumhuriyet, con una divisione interna al partito. Alcuni dei suoi membri, infatti, in disaccordo con l’Akp, hanno preso le distanze dai vertici di partito e hanno indetto il 18 febbraio una campagna per il “No”. Il fronte del “No” è piuttosto compatto. I repubblicani del Chp, primo partito di opposizione, sono preoccupati per l’unità della Turchia. Secondo la leadership del partito, il referendum potrebbe spaccare ulteriormente il Paese, già diviso tra i sostenitori dell’attuale ordinamento e gli altri. Le ragioni della spaccatura non sono soltanto la politica interna e la grave crisi economica che mette alla prova la Turchia, ma anche la politica estera, specialmente per quanto riguarda l’atteggiamento nei confronti di Siria e Iraq, notevolmente influenzato da Mosca nell’ultimo anno e mezzo, e il tema della sicurezza, degli scontri con i terroristi del Pkk e dei numerosi attentati che hanno fatto numerose vittime lo scorso anno. Anche il partito filo-curdo Hdp si è schierato all’unanimità con il “No”. Messo a dura prova dalle accuse di coinvolgimento con l’organizzazione del tentato colpo di Stato a luglio, ha subito pesanti purghe, tra cui il leader Selahattin Demirtaş, in prigione con l’accusa di terrorismo. L’opposizione è ulteriormente ostacolata dalle continue minacce, più o meno velate, dei vertici del governo. Lo stesso presidente Erdoğan, per esempio, ha affermato che chi è a favore del “No” è nemico della Turchia ed è “certamente legato agli organizzatori del fallito colpo di Stato”. Anche l’attuale primo ministro, Benali Yıldırım, ha ribadito che “i gruppi terroristici fanno campagna per il ‘No’”, incentivando gli attacchi anche fisici contro i banchetti elettorali.

Quali vantaggi con il sistema presidenziale
In un’intervista rilasciata a Daily Sabah (versione inglese del giornale filo-governativo), il presidente della Commissione costituzionale turca, Mustafa Şentop, politico e membro dell’Akp, ha spiegato quali sono i vantaggi del sistema presidenziale per la Turchia, rispetto a quello parlamentare in vigore. I sostenitori della riforma affermano, infatti, che l’introduzione del nuovo sistema porterà al consolidamento della separazione dei poteri, al contrario di quanto sostiene il fronte del “No”. Şentop ricorda che a differenza del passato, questa proposta è stata redatta da un governo liberamente eletto dal popolo turco e che fin dal 2003, cioè dal primo mandato Akp, l’allora primo ministro Erdoğan ha criticato l’inadeguatezza del sistema parlamentare per il Paese. Il politico spiega inoltre che alle prossime elezioni, se dovesse vincere il “Sì”, il Parlamento sarà votato direttamente, così come il presidente, mentre la formazione del governo, che rappresenta il potere esecutivo, si baserà sull’equilibrio parlamentare. Per questo motivo, a suo avviso, la stabilità del Consiglio dei ministri dipenderà da quella del Parlamento, il cui meccanismo di scioglimento sarà più difficile. Al Parlamento rimane il potere legislativo, ma il presidente potrà proporre provvedimenti legislativi; la redazione del bilancio, invece, passerà dal Parlamento al presidente, che dovrà però sottoporre la sua proposta alla revisione parlamentare. In caso i deputati tardino ad approvare il bilancio, il leader potrà comunque applicare un piano di emergenza in attesa della decisione. Infine, altro grande cambiamento, la giustizia militare, che nella storia della Turchia è sempre stata pilota dei cambiamenti costituzionali, sarà completamente abolita, in linea con i provvedimenti già messi in atto negli ultimi anni dal governo.

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