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Le confraternite e il golpe turco

La tradizione sufi ha modellato l’Islam in Turchia ed è all’origine di movimenti oggi attori fondamentali nella politica del Paese

Alberto Fabio Ambrosio | giovedì 1 giugno 2017
Cupola del mausoleo di Mevlana in Turchia [MehmetO / Shutterstock.com]

La Repubblica di Turchia ha giocato fino a oggi, con qualche riserva sul prossimo futuro, un ruolo di primo piano nella geopolitica della regione. Le sue relazioni con l’Europa e con l’Asia sono storiche, anche se negli ultimi mesi si intuisce quanto la possibilità di allontanamento sia reale. Tre gli imperi che si sono avvicendanti, molte le culture che l’hanno modellata e plasmata e ancor di più le etnie che l’hanno abitata. Tutto questo rende la terra di Anatolia ben più di una serie di altipiani o paesaggi in parte desertici. La Turchia è una terra di incontro e scontro. È ancora fresco nella memoria il 15 luglio 2016, data del fallito colpo di stato contro il governo di Recep Tayyip Erdoğan attribuito da quest’ultimo al carismatico Fethullah Gülen e al suo movimento Hizmet, dalle numerose ramificazioni culturali, mediatiche e finanziarie. Per capirne la portata, è necessario esplorare il complesso fenomeno delle tarikat [confraternite], sufi e non, che costellano il variegato panorama religioso della Turchia storica e contemporanea.

Tra cemaat e ordini: il retroscena di Gülen
La forza spirituale di Fethullah Gülen, [in esilio negli Stati Uniti dal 1999, NdR] è fondata sulla struttura di una cemaat [comunità religiosa]. Le cemaat nascono nei decenni successivi alla proclamazione della Repubblica di Turchia, nel 1923. È il nuovo modo di essere “sufi” [tradizione spirituale islamica diffusa in generale nell’Islam e in modo speciale nell’Impero ottomano], dopo la proibizione totale e radicale di ogni ordine a opera del fondatore della Repubblica, Mustafa Kemal Atatürk, e della Grande assemblea nazionale nel 1925. Questa chiusura definitiva degli ordini e di tutti i conventi (tekke) in cui i membri si ritrovavano per compiere i riti iniziatici, deriva dalla volontà di Atatürk di spazzare via il retaggio storico ottomano e islamico dalla nuova Turchia. Si potrebbe dire che Atatürk si sia sentito in dovere di sopprimere il sufismo per gli stessi motivi per cui l’attuale presidente turco Recep Tayyip Erdoğan ha dichiarato illecita ogni attività del movimento Hizmet e di Gülen, per lui nemico numero uno del Paese. Gli ordini sufi, infatti, costituivano un pericolo per la nascente identità nazionale turca ed erano considerati un simbolo del passato ottomano anti-moderno. I sufi subirono dunque una vera e propria persecuzione. Tra questi, l’unico pensatore e predicatore carismatico della storia repubblicana che si sia opposto pacificamente al laicismo forzato di Atatürk fu Said Nursī (m. 1960), a cui si è ispirato Gülen. Gli ordini sufi, ormai fuori legge, lasciano il posto alle cemaat, cioè alle comunità che, rispetto agli antichi ordini, hanno una struttura più leggera e invisibile alla società. Una cemaat si fonda sul rapporto di obbedienza tra maestro fondatore e discepolo. A differenza del sufismo tradizionale, essa non prevede il tradizionale processo di iniziazione dei discepoli, ma soltanto l’adesione del cuore e della mente. Ciò significa che i discepoli non devono per forza vivere nel convento insieme al loro maestro perché l’obbedienza funziona anche a distanza. Gülen, da oltre oceano, può ricevere l’obbedienza di tanti discepoli in Turchia e nel mondo.

I molti volti dell’Islam delle comunità
Quella di Gülen non è la sola cemaat, né l’unica in grado di orientare buona parte della società e, forse, di determinare un colpo di stato. Necmeddin Erbakan, primo ministro dal 1996 al 1997 (m. 2011), è stato probabilmente l’uomo che ha introdotto l’Islam nella politica turca. Erbakan era affiliato alla potentissima comunità dei nakșbendî. I nakșbendî di Turchia contano almeno tre sezioni diverse, ciascuna capeggiata da un maestro sufi – retaggio dell’antica tradizione, dai più moderati ai più intransigenti. Alcuni di questi, come Safi Erol, non accettano alcun compromesso con la modernità: l’Islam non deve concedere alla società. Altri, come Es’ad Coşan (m. 2001), al quale Erbakan si è certamente ispirato per la politica religiosa, sono più moderati e aperti a un adattamento con il mondo moderno, anche se in maniera molto differente rispetto alla proposta di Gülen. Il movimento nakșbendî, che fa capo all’insegnamento di Coşan, ha giocato e gioca un ruolo di prim’ordine nel proporre un tipo di Islam più fedele alla tradizione. Basta fare un giro nel quartiere di Çarşamba a Fatih, nel centro storico di Istanbul, per rendersene conto: non sembra nemmeno di essere nella Turchia laica. Questa branca della cemaat nakșbendî si ritrova nella moschea di Iskender Paşa, sempre a Fatih, dove ha iniziato questa inversione di tendenza. La zona è diventata così il centro di un modo di essere musulmani nella Turchia contemporanea che non teme il velo né gli abiti tradizionali. Soltanto qualche anno fa, questo quartiere e questa mentalità erano minoritari, benché rivendicassero già con fermezza e serenità di voler essere e mostrarsi musulmani. Forse il modello attuale dell’Islam di Turchia è proprio da osservarsi in questo quartiere.
Un’altra potente sezione di questo movimento è quella che si riunisce nella moschea di Ismail Ağa, i cui maestri, Mahmud Ustaosmanoğlu e Cübbeli Ahmet, sono piuttosto ostili alla modernità. Buona parte del quartiere di Fatih si trincera dietro l’idea quasi monastica della vita sociale musulmana.

Si intuisce allora che le opzioni religiose e musulmane in Turchia non siano tutte uguali: se da un lato Gülen insegna un certo adattamento dell’Islam alla società moderna, dall’altro i nakșbendî preferiscono pensare all’Islam come a un elemento chiave nell’orientamento politico. Questa seconda opzione ha certamente ispirato il governo del partito Giustizia e Sviluppo (Akp), che la notte del golpe si è avvalso dei muezzin per invitare la popolazione a scendere in strada e manifestare il sostegno al governo democraticamente eletto.

Non vanno poi dimenticati gli antesignani del movimento di Gülen, i nurcu, fedeli discepoli di Said Nursī, e altri gruppi talvolta più tradizionalisti ma meno influenti dal punto di vista religioso e politico. La mappatura potrebbe continuare perché tutta la Turchia musulmana è percorsa da un’infinità di associazioni, fondazioni, cemaat e antichi ordini, che tentano di riaffiorare nella società e lasciare il proprio segno. Ciò che importa sottolineare, nella Turchia contemporanea, sono la dinamica e la potenza – e forse prepotenza – delle comunità musulmane sufi, mistiche soltanto di nome, ma di fatto impegnate nel panorama politico della nazione e ancora di più nello scacchiere geopolitico internazionale.


Per approfondire

Alberto Fabio Ambrosio, L’Islam in Turchia, Carocci editore, Roma 2015.
Hakan Yavuz, Islamic Political Identity in Turkey, Oxford University Press, Oxford-New York 2003.
Thierry Zarcone, La Turquie moderne et l’Islam, Editions Flammarion, Paris 2004.

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