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La resistenza del Qatar

Arabia Saudita ed Emirati pensavano che Doha avrebbe ceduto velocemente alle pressioni. Si sono sbagliati. La crisi sarà lunga

Rolla Scolari | mercoledì 21 giugno 2017
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Resisterà il Qatar all’isolamento, all’embargo economico e politico impostogli da Arabia Saudita ed Emirati arabi? I potenti vicini accusano il piccolo emirato di sostenere gruppi terroristici e islamisti, di fare propaganda attraverso il suo canale satellitare al-Jazeera, e mal sopportano il suo diverso approccio alla politica estera della regione, soprattutto le sue relazioni con l’Iran sciita.

Le analisi della stampa internazionale e degli esperti sulla questione sembrano andare in direzioni diverse: “L’assedio del Qatar non sta funzionando”, titola l’Economist, facendo notare come “le privazioni” nel piccolo emirato siano “insignificanti”. A parte un breve periodo di mancanza di pollame e latte, gli scaffali dei supermercati sono tornati pieni, gran parte dell’esportazione di petrolio e gas continua indisturbata verso l’Asia e verso molte nazioni che non hanno imposto sanzioni, i mercati dopo il primo crollo iniziale si sono ripresi. Certo, ci vorrà tempo prima di abituarsi alle nuove rotte commerciali marittime, più lunghe e quindi costose. La compagnia aerea nazionale soffre della chiusura dello spazio aereo dei riottosi vicini, ma il Qatar resta il Paese con il maggior reddito pro capite al mondo, due volte quello della rivale Arabia Saudita. E su questo il senso dell’umorismo non manca: @dohaundersiege, un profilo Twitter nato immediatamente dopo l’inizio della crisi, prende in giro gli uomini d’affari stranieri che frequentano i grandi alberghi della capitale: “Emergenza, manca da giorni il cipollotto per fare le omelette al banco colazione del Four Season”, “Sta finendo il caviale”, “In corso evacuazione”, è scritto accanto a una fotografia di Porche e Ferrari in fila. Dall’altra parte, Bloomberg spiega invece come lo scontro del Golfo esponga la fragilità del Qatar.

Il giovane emiro del Paese, il 37enne Tamim bin Hamad al-Thani, non ha ancora rilasciato dichiarazioni dallo scoppio della crisi, secondo alcuni sotto suggerimento del leader del vicino Kuwait, Sabah Al-Ahmed Al-Sabah, che tenta la mediazione. Resta da vedere se il negoziato porterà eventualmente al compromesso, a un cambio di direzione nella politica estera del Qatar. Secondo Kristian Coates Ulrichsen, ricercatore al Baker Institute for Public Policy della Rice University, non ci sarà una trasformazione nelle posizioni dell’emirato, “la cui leadership ha risposto in maniera matura all’attuale crisi, rafforzando le proprie relazioni con la Turchia e la Russia, e lavorando ad assicurarsi fonti alternative di rifornimento da altri Paesi, tra cui l’Iran. Il Qatar ha dimostrato che ha possibilità di scelta per resistere allo stallo”. Se la situazione è questa, è difficile pensare che Doha possa fare compromessi, su al-Jazeera per esempio, controversa emittente contro cui si scagliano i suoi rivali, i cui uffici, dal 2011 a oggi, sono stati chiusi in diversi Paesi della regione. In Egitto, la tv è stata accusata di prendere le parti dei Fratelli musulmani, quando la leadership del Cairo li aveva messi fuori legge. E sotto la pressione dei colleghi del Consiglio per la Cooperazione del Golfo, Doha aveva già chiesto nel 2014 a diverse figure della Fratellanza che vivevano nel Paese, in fuga da nazioni in cui erano ricercati, di lasciare l’emirato. Un esempio è quello di Amr Darrag, a capo dell’ala politica della Fratellanza egiziana, il partito Giustizia e Libertà, che da Doha si è spostato a Istanbul.

Se sauditi ed emiratini speravano che il Qatar soccombesse velocemente alle pressioni, questo non è accaduto, e da come si sta muovendo la leadership, il Paese sembra prepararsi a un confronto a lungo termine, dice Ulrichsen, che spiega il ruolo di peso giocato in questa crisi da un attore che spesso in Occidente è considerato di secondo piano rispetto all’Arabia Saudita: gli Emirati Arabi Uniti, in questo caso Abu Dhabi con il suo principe ereditario, Moahmmed Bin Zayed. “Gli Emirati hanno un approccio diametralmente opposto nei confronti dei movimenti islamisti rispetto al Qatar. Se la leadership di Doha si è sentita a proprio agio con la direzione delle transizioni politiche dopo le primavere arabe, Abu Dhabi ha visto nell’ascesa degli islamisti una sfida allo status quo che avrebbe potuto portare instabilità nel Golfo. Per questo, il Qatar e gli Emirati hanno sostenuto parti differenti in Egitto e Libia, e dal 2011 a oggi tra loro i toni si sono inasprirti. L’attivismo del Qatar nei primi momenti delle rivolte ha spinto gli Emirati a diventare più assertivi dal punto di vista della politica regionale”.

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