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Gli Emirati o la "Piccola Sparta" del Golfo

Dietro la crisi nel Golfo c’è l’erede al trono di Abu Dhabi, che punta tutto su un giovane ambizioso (e in ascesa) a Riad

Cinzia Bianco | mercoledì 21 giugno 2017
Emirati, ponte con ritratti di Mohamed e Khalifa bin Zayed Al Nahyan (Philip Lange / Shutterstock.com)

Il Consiglio di Cooperazione del Golfo (GCC), che unisce le sei monarchie arabe del Golfo Persico, si è trovato il 5 giugno nel mezzo della più grave crisi diplomatica dei suoi 36 anni di esistenza, dopo che l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti, il Bahrein (seguiti dall’Egitto) hanno improvvisamente rotto le relazioni diplomatiche con il Qatar, accusato di destabilizzare la regione e di sostenere gruppi estremisti.

I Paesi in questione hanno espulso i diplomatici del Qatar, ordinato ai cittadini dell’emirato di lasciare i loro territori entro due settimane, e interrotto tutto il traffico terrestre, aereo e marittimo con il Qatar. Quest’ultima misura è particolarmente drammatica, visto che il piccolo Paese dipende pesantemente dall’ordine economico liberale e globalizzato. Importa infatti oltre l’80 per cento dei prodotti alimentari consumati, ed esporta la sua principale risorsa, l’energia, e al momento ha un unico confine marittimo e aereo: quello con l’Iran.
Considerando tutto questo, la mossa, accompagnata da una incredibile pressione diplomatica a livello mondiale e dal primo caso di guerra mediatica interna al GCC, non ha precedenti. E ancora più sorprendente è pensare che, analisi dettagliate e informazioni riservate alla mano, l’architetto dietro l’intera operazione è il leader di un altro piccolo Paese, Mohammed bin Zayed, principe ereditario di Abu Dhabi e vice comandante in capo delle forze armate degli Emirati.
L’indizio principale del ruolo degli Emirati emerge dal modo in cui è stato attaccato il Qatar, accusato di sostenere e finanziare elementi estremisti e terroristici non statuali, e di cospirare con l’arcirivale dell’Arabia Saudita: l’Iran. Tuttavia, queste accuse, seducenti per l’opinione pubblica occidentale, potrebbero nascondere dissidi di più lungo corso. Per esempio, se da una parte rapporti stilati da istituzioni internazionali, tra cui il Treasury Under Secretary for Terrorism and Financial Intelligence degli Stati Uniti, hanno identificato individui e associazioni di beneficenza del Qatar come finanziatori di gruppi terroristici, gli stessi documenti indicano anche il Kuwait come il Paese più permissivo – o negligente – nella promulgazione di leggi contro il finanziamento del terrorismo. E dall’altra parte, se per anni il Qatar è stato direttamente coinvolto con l’Iran, e con gruppi sostenuti dall’Iran nella regione, è l’Oman il Paese del GCC che ha svolto un ruolo chiave nella riabilitazione di Teheran davanti alla comunità internazionale, facilitando la firma dell’accordo nucleare nel 2015. Eppure, né il Kuwait né l’Oman sono stati l’obiettivo di questo blitz isolazionista. Ciò che invece distingue il Qatar è la sua relazione con l’Islam politico, cioè con i Fratelli musulmani, in casa propria e nella regione.

Quando sono scoppiate le Primavere arabe e sono iniziati a emergere i gruppi legati ai Fratelli musulmani, sfidando il potere e conquistandolo, l’allora leader del Qatar, Shaykh Hamad bin Khalifa al-Thani, vi ha visto un’opportunità di sfruttare le relazioni di lungo corso dell’emirato con membri della Fratellanza che lavoravano nella burocrazia di Doha per espandere la propria influenza in Tunisia, Egitto, Libia, Siria e oltre. Mentre l’attuale leadership in Arabia Saudita ha sviluppato una relazione operativa con figure chiave di gruppi regionali affiliati alla Fratellanza – tra cui Rashid al-Ghannouchi del partito tunisino Ennahda, Abdul Majeed al-Zindani di al-Islah in Yemen, Hammam Saeed dei Fratelli musulmani giordani – la Fratellanza resta un tabù per Abu Dhabi e Mohammed bin Zayed (MbZ). Sotto la guida di quest’ultimo, infatti, gli Emirati hanno lanciato dal 2011 una campagna ad ampio raggio contro i Fratelli musulmani a livello locale e regionale.
Gli Emirati hanno dichiarato la Fratellanza un gruppo terroristico, arrestato centina di suoi sostenitori, sostenuto con forza leader anti-islamisti in Egitto – AbdelFattah al-Sisi – e in Libia – Khalifa Haftar – entrambi impegnati nella lotta contro forze che nei due Paesi agivano per conto del Qatar. Per MbZ, un uomo con una formazione militare alle spalle, l’Islam politico è una minaccia esistenziale per gli affari domestici e regionali degli Emirati. Prima di tutto, i Fratelli musulmani hanno simpatizzanti negli emirati del nord del Paese, sospettati di cospirare per l’istituzione di entità politiche indipendenti e perciò di disgregare la Federazione. Inoltre, l’ascesa della Fratellanza a livello regionale significherebbe la sconfitta degli alleati regionali degli Emirati, e la perdita di influenza regionale provocherebbe anche il ridimensionamento dello status di Abu Dhabi rispetto agli alleati. Uno status costruito a fatica.

Dalla sua nomina a principe ereditario nel 2004, quando suo padre Sheykh Zayed, fondatore degli Emirati, morì, Mohammad bin Zayed ha scavalcato il fratellastro più anziano e molto malato, Khalifa, attualmente presidente della federazione. Sotto la sua leadership gli Emirati si sono innanzitutto dotati di un profilo militare internazionale, attraverso numerose piccole missioni di addestramento all’estero. Queste sono iniziate negli anni Novanta come contributi limitati a missioni di peacekeeping nei Balcani e in Africa orientale, sono continuate dal 2008 con la partecipazione alle operazioni della International Security Assistance Force (ISAF) guidate dalla NATO in Afghanistan. Anche se gli Emirati hanno fornito soprattutto servizi di nicchia, questi teatri, in particolare l’Afghanistan, sono stati fondamentali per vagliare la capacità delle forze militari della federazione in ambienti ostili, importanti dal punto di vista politico e internazionale. Le forze degli Emirati hanno iniziato a essere apprezzate dalle potenze globali per il loro contributo strategico come piccolo Paese sui fronti di guerra, in particolare grazie alla modernizzazione e alle avanzate capacità della sua aviazione. L’operazione a guida NATO in Libia nel 2011 ha dato l’opportunità agli Emirati di mettere in mostra la sua capacità militare, e lo stesso si può dire per le campagne aeree contro lo Stato Islamico in Siria e Iraq, e in particolare la guerra condotta dai sauditi in Yemen, dove gli Emirati sono riusciti a mettere in sicurezza la regione del Sud più efficacemente e velocemente dell’Arabia Saudita. Mentre nel 2009 e ancora nel 2015 le campagne militari saudite hanno macchiato la reputazione del suo esercito, considerato poco professionale, molti nel campo della sicurezza internazionale hanno iniziato a rivolgersi agli gli Emirati con il soprannome di “Piccola Sparta”.

Già negli ultimi anni della presidenza di Barack Obama, infatti, gli Emirati erano emersi come l’alleato più affidabile del Pentagono nel mondo arabo. Ora, la presidenza di Donald Trump dà al Paese l’opportunità di diventare il “maresciallo” della Casa Bianca nella regione. Gli Emirati sono una delle destinazioni principali, a livello globale, per gli interessi economici di Trump. Inoltre, l’ambasciatore degli emirati a Washington, Yousef al-Otaiba, riconosciuto come uno dei diplomatici più capaci a Washington e molto vicino a MbZ, ha sviluppato una relazione speciale con il consigliere e genero del presidente Jared Kushner. Si pensa che sia stato Otaiba ad orchestrare, con l’aiuto di Kushner, la visita semi-segreta di MbZ alla Trump Tower per incontrare il presidente eletto durante la transizione. Oltre a questo, Otaiba sarebbe all’origine di un pranzo informale tra Trump e il figlio del re saudita ed erede al trono, Mohammad bin Salman (Mbs). Otaiba e Kushner sarebbero stati costantemente in contatto al summit di Riad durante la visita del presidente Trump in Arabia Saudita. Mohammad bin Zayed era in effetti determinato a sfruttare la sua relazione privilegiata con la Casa Bianca per rafforzare la sua relazione con Mohammed bin Salman, su cui sta scommettendo per la successione al trono saudita. Proprio mercoledì, il re saudita ha annunciato che il figlio, Mbs, finora secondo nella linea di successione, è ora principe ereditario. La mossa squalifica Muhammed bin Nayef, unico erede al finora, con cui il principe di Abu Dhabi ha un rapporto di mutuo disprezzo.

Alla luce dei nuovi sviluppi, la relazione tra Muhammad bin Zayed e Mohammad bin Salman può essere veramente cruciale per il futuro della regione. Stranamente, i due sembrano avere un rapporto maestro-discepolo, con il più anziano MbZ che si comporta come una specie di fratello maggiore: coltivando il suo legame con MbS e sostenendolo come erede al trono, MbZ si vuole assicurare una linea diretta con Riad e il sostegno incondizionato del gigante regionale, l’Arabia Saudita. Mettendo assieme la reputazione degli Emirati a livello di sicurezza internazionale, la loro efficace rete diplomatica internazionale e la leadership saudita del mondo musulmano e il suo peso economico, il leader degli Emirati Arabi Uniti potrebbe perfino diventare lo spericolato architetto di un nuovo Medio Oriente.

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