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Le divisioni del Medio Oriente: non solo sunniti e sciiti

Nella crisi del Golfo, ulema e predicatori non si sono schierati in base all'orientamento religioso, ma a quello politico

Michele Brignone | giovedì 22 giugno 2017
Mecca, Arabia Saudita, dettaglio (Samet Guler / Shutterstock.com)

Secondo una visione corrente, consacrata dalla tesi dello scontro delle civiltà, l’Islam è un complesso teologico-politico destinato per sua natura a entrare in conflitto con l’Occidente. Una variante di questa rappresentazione è l’idea di un mondo musulmano diviso tra sunniti e sciiti, i quali, secondo una formula tanto perentoria quanto inesatta, “da 1.400 anni” sono impegnati in una lotta il cui effetto più recente sarebbe la lacerazione odierna del Medio Oriente. La rottura consumatasi il 5 giugno scorso tra Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Egitto e Bahrein da un lato e Qatar dall’altro offre uno spettacolo ben diverso.

Nella logica dei blocchi di “civiltà”, i cinque Paesi, tutti musulmani, tutti maggioritariamente sunniti o governati da sunniti, tutti arabi, dovrebbero far parte di uno stesso fronte. Invece si combattono. Il Qatar, piccola ma ricchissima appendice della penisola arabica che da vent’anni cerca di ritagliarsi uno spazio politico autonomo dal gigante saudita, è stato isolato dagli altri Paesi con l’accusa di sostenere il terrorismo (dai Fratelli musulmani all’Isis), di flirtare con l’Iran, e di puntare a destabilizzare tramite i suoi mezzi di comunicazione (a partire dall’influente al-Jazeera) gli altri Stati della regione.

All’origine di questa frattura, oltre alle ambizioni personali di una nuova generazione di uomini politici del Golfo, c’è una diversa concezione dell’ordine mediorientale, in particolare nel quadro generato dalle rivolte del 2010-2011. Il Qatar è stato infatti, assieme alla Turchia, il grande sponsor dell’ascesa al potere dei partiti islamisti legati ai Fratelli Musulmani, avversati invece dalla leadership degli altri Paesi. Questa spaccatura si è riflessa anche nel modo in cui gli uomini di religione hanno reagito alla crisi del Golfo, usando l’Islam per difendere o delegittimare le parti in causa.

Il primo a muoversi è stato il predicatore salafita kuwaitiano Hamid al-‘Ali, sostenitore e, secondo il Treasury Department degli Stati Uniti, anche fundraiser di al-Qaida. Il giorno stesso dello scoppio della crisi, al-‘Ali ha emesso un comunicato-fatwa con cui ha condannato l’embargo imposto al Qatar come contrario alla shari‘a, invitando gli “uomini di scienza” (cioè gli ulema) a pronunciarsi contro di esso, dal momento che “chi tace, è un diavolo muto”. Subito gli hanno fatto eco i vertici dell’Unione mondiale degli Ulema musulmani, una rete transazionale creata e presieduta da Yousef al-Qaradawi, ideologo dei Fratelli musulmani diventato grazie al Qatar un predicatore di fama mondiale, e che i quattro Stati del blocco anti-Doha hanno inserito in una lista di 59 “terroristi” legati al piccolo Paese del Golfo. Il segretario generale dell’Unione, Ali Muhyi al-din al-Qaradaghi, ha dichiarato che secondo la legge islamica la rottura con il Qatar è illegale, perché viola l’obbligo di solidarietà e unità tra Paesi islamici fratelli. Ahmed Raissuni, vice-presidente dell’Unione Mondiale degli Ulema e membro di spicco del movimento islamista marocchino “Unicità e Riforma”, si è invece esplicitamente associato alla fatwa di al-‘Ali, con il quale ha anche promosso una petizione condivisa da un’ottantina di ulema favorevoli al Qatar. Il sodalizio momentaneamente creatosi tra l’islamista riformista Raissuni e il predicatore filo-jihadista al-‘Ali conferma così la permeabilità dei confini che analisti e studiosi tracciano tra islamisti “moderati” ed “estremisti”.

Più prudente è stato Rachid al-Ghannouchi, il leader del partito tunisino En-Nahda, il quale si è limitato ad auspicare una soluzione rapida alla crisi. Negli ultimi anni al-Ghannouchi è peraltro riuscito a mantenere buoni rapporti sia con il Qatar sia con l’Arabia Saudita: ospite abituale di al-Jazeera, nel 2012 aveva costretto il quotidiano britannico Independent a smentire la notizia di finanziamenti qatarioti al suo partito, ed è stato più volte ricevuto dal re saudita Salman.

A favore della rottura si sono espresse le autorità religiose ufficiali dei Paesi che hanno messo in atto l’embargo. Il mufti del Regno saudita, ‘Abd al-‘Aziz Ibn ‘Abdallah Al al-Shayhk, ha affermato che le misure contro il Qatar sono state prese nell’interesse “del popolo qatariota” e ha invitato i Fratelli musulmani a rinunciare a “estremismo” e “fanatismo”.

La moschea egiziana dell’Azhar ha appoggiato la rottura “con i regimi che sostengono il terrorismo”, e, per mettere in guardia il Qatar dai rischi che il ruolo di solista comporta, ha citato due detti profetici poco rassicuranti (Il lupo mangia la pecora che più s’allontana dal gregge” e “State uniti alla comunità, perché chi si separa, finisce nel fuoco”), contribuendo a generare una malsana confusione tra livello politico e livello religioso. Questi toni tuttavia non stupiscono se si pensa alla guerra di fatwe che nell’estate del 2013, al momento della destituzione del presidente egiziano Mohammed Morsi, divise Qaradawi e il grande imam della moschea Ahmad al-Tayyeb.

Anche nel caso del fronte anti-Qatar, il profilo delle personalità che si sono pronunciate sulla vicenda è piuttosto variegato. Oltre agli ulema di Stato, la monarchia saudita ha infatti mobilitato la galassia di predicatori che attraverso televisioni e social media diffondono globalmente il verbo salafita. Tra questi figura per esempio Muhammad al-‘Arifi, che come il kuwaitiano al-‘Ali ha più volte chiamato i musulmani al jihad in Siria, certamente non è più moderato del “terrorista” Qaradawi, e tuttavia non ha mancato di unirsi al coro di critiche contro il Qatar.

All’altro estremo dello spettro islamico, ma sempre nello stesso blocco pro-saudita, si trovano intellettuali liberali e riformisti. Uno di questi è Abd al-Rahman Rashid, ex-direttore dell’emittente al-Arabiya, e del quotidiano panarabo al-Sharq al-Awsat (entrambi finanziati dai sauditi), diventato famoso in Occidente per una frase che, scritta nel 2004, non ha mai smesso di essere citata: “Non tutti i musulmani sono terroristi, ma tutti i terroristi sono musulmani”. Un altro è l’intellettuale libanese e rinomato studioso dell’Islam contemporaneo Ridwan al-Sayyed. Quest’ultimo, molto attivo nel dibattito pubblico mediorientale, da anni denuncia con acume i danni causati dalla commistione tra politica e religione e dalla diffusione di interpretazioni estremiste dell’Islam, ma questo non gli impedisce prendere senza riserve le parti dell’Arabia saudita wahhabita, che considera un perno fondamentale dell’ordine politico mediorientale.

Non è l’Islam ad aver causato lo scontro tra i Paesi arabi. Tuttavia le tensioni politiche tra gli Stati del Golfo si sono riversate nella sfera religiosa, producendo inaspettate convergenze. Ulema, predicatori e intellettuali non si sono schierati secondo il loro grado di estremismo o moderazione, due concetti che dominano l’immaginario e il linguaggio tanto dell’Occidente quanto dei Paesi a maggioranza musulmani, ma in base ai loro orientamenti politici e alla sfera di influenza nella quale ricadono. Un fatto che da solo spiega quanto più complesso di come comunemente ce lo raffiguriamo sia il panorama religioso islamico e mette in luce la fragilità politica e le ambiguità dei tentativi di riforma dell’Islam di cui oggi tanto si parla.





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