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Quanto piace agli arabi l’X Factor dei poeti

Abu Dhabi, un programma tv attira giovani da tutti i paesi arabi: si contendono il titolo di Principe dei Poeti

Marina Eskandar | mercoledì 26 luglio 2017
Principe dei Poeti: il principato della poesia, il sogno dei poeti

Le luci blu abbassate lasciano illuminato solo il centro del palco, su cui salgono uno dopo l’altro personaggi in abiti tanto belli da sembrare costumi di scena di uno spettacolo teatrale. Si siedono a turno su un trono, e recitano a gran voce testi poetici, in lingua araba, con un trasporto emotivo tale da far invidia ad attori professionisti. L’atmosfera che si crea sembra portare il pubblico in una tenda, sperduta nel deserto, e forse anche indietro nel tempo, qualche secolo fa. A ricordarci che siamo nel 2017, in diretta dal palco di Al-Raha Beach Theatre, ad Abu Dhabi, sono gli smartphone di ultima generazione in mano agli spettatori, pronti al televoto.

I poeti provengono da tutto il mondo arabo, e sono giovani – al massimo 40 anni – e con le loro rime sono capaci di incantare il pubblico in sala e quello a casa. Il talent show, una specie di X Factor arabo della poesia, ha avuto indici di ascolto molto alti: è seguito in tutti i Paesi arabi ma anche tra le comunità arabe in Europa e America.
Questo è Prince of Poets, in arabo Amīr al-shu‘ara’, il talent show che dal 2007 è trasmesso sul canale televisivo Abu Dhabi TV, inizialmente con cadenza annuale, ora ogni due anni. Il programma è finanziato dall'Abu Dhabi Authority for Culture and Heritage (ADACH), un ente governativo che promuove attività culturali. Tra i venti concorrenti selezionati, i primi cinque ricevono un premio in denaro, che varia in proporzione alla posizione raggiunta. Il vincitore riceve anche un anello, un mantello dorato e una pergamena: simboleggiano il prestigio della posizione raggiunta, quella di principe dei poeti.

Prima dell’ingresso in scena i giovani poeti sono presentati attraverso video che li ritraggono nella loro quotidianità: sono vestiti in modo ordinario, t-shirt e jeans e talvolta capita anche che si esprimano nei loro dialetti nazionali invece che in arabo classico. Quando appaiono pochi attimi dopo sul palco, invece, gli uomini indossano spesso tuniche e copricapi bianchi (i tradizionali abiti emiratini, la dishdasha e la ghutra) mentre le donne – sempre più numerose nelle ultime edizioni – sfoggiano elegantissimi abiti da sultana. Tutti declamano i loro versi in arabo classico, inserendosi nello scenario dello studio televisivo dove l’arte calligrafica regna sovrana, adornando un ambiente dal design elegante, classico e moderno al tempo stesso.

I poemi recitati possono arrivare a durare decine di minuti, senza che il poeta perda per un attimo l’attenzione del pubblico. Con gli occhi di uno spettatore occidentale, è difficile pensare che questo format molto lento possa in qualsiasi modo funzionare sui canali televisivi europei o americani. Durante le declamazioni, il silenzio è interrotto, tra una strofa e l’altra, soltanto da applausi, che raccontano come ancora oggi in uno studio televisivo la poesia possa emozionare.

Nella competizione sono previste anche sfide di composizione, in cui i concorrenti hanno pochi secondi di tempo per improvvisare versi, in una versione più erudita di un freestyle dei nostri rapper. Non è posto alcun limite ai contenuti delle poesie, eccetto quello del pudore e della decenza. Spesso nei testi sono trattati anche temi politici. Un caso emblematico è stato quello dell’egiziano Hisham al-Jakh, che nel 2011 ha perso una puntata per prendere parte alle manifestazioni in piazza Tahrir. Al suo ritorno è stato accolto da un pubblico che sventolava bandiere dell’Egitto intonando l’inno nazionale mentre lui declamava la sua poesia: “Uno sguardo dall’alto su piazza Tahrir”.

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