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Quel talent show arabo che risveglia la poesia

Secondo uno dei giudici del “Principe dei Poeti”, la tv ha trovato il modo di promuovere il talento in versi

Marina Eskandar | mercoledì 26 luglio 2017
I giudici del Principe dei Poeti, tra cui Salah Fadl, a sinistra

L’X Factor della poesia ha avuto un incredibile successo in tutto il mondo arabo, rubando numeri persino all’audience delle partite di pallone. Ma secondo il celebre intellettuale e critico letterario egiziano Salah Fadl, uno dei tre giudici di eccellenza della trasmissione, nei suoi dieci anni il talent ha fatto quello che fanno i principi delle favole con le principesse addormentate: “Ha dato il bacio della vita alla poesia araba contemporanea”.

Come è nata l’idea del programma?
Nell’ambiente culturale arabo, un decennio fa circa, si pensava di vivere nell’era del romanzo. Per alcuni allora la poesia aveva perso spazio. Gli artisti contemporanei si dedicano infatti a forme letterarie e artistiche diverse: il racconto, il romanzo, la fotografia, la televisione o il cinema. La poesia, però, ha sempre avuto un ruolo essenziale nella cultura araba tradizionale. Oggi, le nuove generazioni di artisti possono avere grande talento poetico, ma non riescono a raggiungere un pubblico di lettori o ascoltatori a causa del cambiamento delle strategie comunicative, diverse dai modelli antichi: la parola scritta non riceve più la diffusione e la circolazione che le spetta, ma è la televisione ad assolvere attivamente il compito di far circolare l’espressione artistica o letteraria: penso alle serie televisive, le inchieste e altro ancora. Da qui è nata negli Emirati Arabi Uniti l’idea del programma, per rispondere a un bisogno specifico che aveva già trovato spazio in un altro talent show, “Il poeta del milione” (Shā‘ir al-milyūn). Quest'ultimo ha come protagonista la poesia popolare e folkloristica detta "nabatea"1, e composta nel dialetto degli abitanti dei Paesi del Golfo. È un dialetto che si distingue per molti aspetti dalla lingua araba classica, ed è utilizzato da un gran numero di poeti perché si presta alla composizione in versi. Il programma Shā‘ir al-milyūn ha presentato nuovi poeti di talento e durante la trasmissione è emerso che anche alcuni principi ed emiri del Golfo scrivono poesie in lingua nabatea: in Arabia Saudita, nel Qatar, negli Emirati, in Oman. Proprio alcuni di loro hanno pensato a un programma che incoraggiasse non soltanto i poeti nabatei ma tutti coloro che scrivono in arabo classico. Così è nato Amīr al-shu‘ara’.

Come si svolgono le selezioni?

Ci sono tre requisiti: i partecipanti non devono avere più di 45 anni (anche se il nostro pubblico include diverse generazioni); le forme poetiche ammesse sono due: la qasīda ‘amūdiyya [poema tradizionale monometro e monorima, ndr] e la qasīdat al-taf‘īla [poesia libera basata su un singolo piede dei metri antichi, con rime interne e libere, ndr]. Oggi la forma più diffusa tra i giovani è quella della qasīdat al-nathr [poema in prosa, ndr], ma siccome non è una poesia declamatoria, non è adatta a essere recitata davanti a un pubblico ed è stata esclusa dallo show. Il terzo requisito prevede che le poesie si distanzino dalle tradizionali forme di poesia encomiastica o invettiva, non più attuali.

Come sono valutati i concorrenti?

I poeti devono dar prova di una dizione corretta e di saper coinvolgere il pubblico. Alcuni hanno un vero e proprio carisma, grazie al quale sono in grado di attirare il sostegno del pubblico e i televoti. Ai giudici spettano due minuti di commento, in cui informiamo lo spettatore sui punti di forza e debolezza nella metrica, nelle figure retoriche, nei simboli, e nel saggio di poesia in generale, in modo da rafforzare la consapevolezza critica del pubblico.

Che effetto ha il vostro programma sul rapporto tra giovani e poesia?

Alla prima edizione del programma, nel 2007, si sono candidati in migliaia: 3.000 giovani da tutto il mondo arabo, tutti convinti d’essere poeti (a prescindere dal fatto che tale convinzione fosse fondata o illusoria). Dopo aver esaminato le candidature, una commissione ha selezionato 200 poesie. Abbiamo poi incontrato questi 200 poeti e tra loro abbiamo scelto 20 concorrenti. Al termine della competizione abbiamo eletto i cinque migliori, che in base alla posizione raggiunta hanno ricevuto i premi stabiliti. Ora siamo alla settima edizione e il programma ha avuto un grande successo nel promuovere il talento poetico: ha dato “il bacio della vita” alla poesia araba contemporanea.

Cosa si può dire della partecipazione femminile?
È aumentata: in questa edizione (la settima, ndr), per la prima volta tra i 20 concorrenti dieci sono donne: è la più alta quota di partecipazione femminile raggiunta in un programma televisivo.

Come giudicano il programma i grandi poeti arabi contemporanei?

Il programma ha ricevuto critiche su due fronti: il titolo di Principe dei poeti ha infastidito i grandi poeti contemporanei, i quali avrebbero preferito che questo titolo fosse attribuito a uno di loro, e non a un giovane dilettante. In realtà, la scelta del titolo non è altro che un espediente mediatico. Per un giovane poeta avere la possibilità d’essere insignito di un titolo così importante, come fu agli inizi del XX secolo Ahmad Shawqī – celebre poeta egiziano dell’inizio del XX secolo, detto dai suoi detrattori “principe dei poeti e poeta dei principi”, ndr – può rappresentare un obbiettivo accattivante, che suscita curiosità dal punto di vista comunicativo e mediatico. Si tratta di una competizione che serve a dare spazio ai giovani e non alle rivalità tra i grandi poeti. Ogni poeta è convinto di essere non solo un principe ma un re, un dio, e di conseguenza una competizione tra i grandi potrebbe essere molto pericolosa. I grandi nomi vorrebbero sedere sul trono del Signore, non solo su quello del principe. Si è riusciti a superare questa critica grazie alla ciclicità, con un vincitore nuovo a ogni edizione, realizzando così una sorta di circolazione del potere poetico, così come potrebbe avvenire con il potere politico.
La seconda critica è rivolta al televoto. In realtà le norme sono molto precise a riguardo: sono ammessi al televoto solo i concorrenti che ricevono l’approvazione dei critici, e la giuria valuta i poeti con grande attenzione. È pur vero che il televoto non premia soltanto l’aspetto estetico o la creatività della poesia, perché vi giocano un ruolo anche altri aspetti, tra cui quello nazionalistico: quando un poeta è egiziano o algerino o marocchino o palestinese, sono i suoi connazionali a votarlo. Questo fa sì che il televoto non sia fondato solo sul valore artistico, ma è spesso condizionato da elementi patriottici o, talvolta, confessionali. Tuttavia, l’esperienza del programma ha dimostrato che i poeti talentuosi, che attirano l’interesse e l’attenzione del pubblico, riescono a superare anche questi limiti regionali.

Nel mondo arabo la poesia è più popolare oggi rispetto a quanto non lo sia in Occidente?

Ritengo che questa affermazione vada sfumata. Esiste infatti un livello di poesia che non è possibile limitare a una cerchia privata o a una élite: la poesia delle canzoni. Una canzone, quando impasta le parole con una melodia armoniosa ed è cantata da una bella voce rappresenta il “dolce quotidiano” per il pubblico. Bob Dylan scrive le sue poesie e le canta, ed è così che ha vinto il Premio Nobel per la Letteratura nel 2016. Si è verificata un’evoluzione della sensibilità e del gusto in epoca moderna. La canzone rappresenta il vero ponte tra milioni di persone e la poesia, in quanto è una porzione della poesia. Non c’è nessuno, uomo o donna, giovane o anziano che non canticchi durante il giorno melodie e parole che invadono i suoi sentimenti. Così la canzone è la finestra verso la poesia per milioni di persone.

Avete un pubblico anche all’estero?
Ho osservato un fenomeno molto curioso durante questi anni in cui sono stato membro della giuria: centinaia di migliaia di persone di origine araba che vivono in Europa trovano in questo programma uno strumento di collegamento con le loro origini al di fuori dalla politica, che suscita preoccupazione, dolore e tormento.

Quindi le poesie presentate non trattano temi politici?
No, ci sono anche poesie che trattano problemi politici, ma da un punto di vista emotivo, interiore, incentrato sui sentimenti con cui tali problemi sono vissuti.


1Varie sono le etimologie proposte di questo termine, cfr. https://sheikhmohammed.ae/en-us/nabatipoetry Il termine comunque non sembra legato alla popolazione dei nabatei, vissuti a Petra prima dell’Islam. In inglese si può leggere Saad Abdullah Sowayan, Nabati Poetry. The Oral Poetry of Arabia, Berkeley, University of California Press 1985.

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