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È tutta colpa del wahhabismo?

La figlia di Ghannoushi individua nella dottrina dell’Arabia Saudita le origini del jihadismo, e invita gli islamisti a liberarsi dalla sua influenza

Michele Brignone | martedì 1 agosto 2017
Safar Al-Hawali, esponente della Sahwa islamiyya (Risveglio Islamico)

La crisi che da due mesi contrappone il Qatar e un quartetto di Paesi arabi (Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Egitto e Bahrein) ha suscitato diverse reazioni anche tra esperti religiosi e predicatori. Non è strano che sia così, dal momento che tra i motivi dello scontro vi è anche (e forse soprattutto) il legame tra il Qatar e i Fratelli musulmani e dunque una particolare interpretazione dell’Islam e del suo rapporto con la politica. Ne è risultato un turbinio di comunicati, fatwe e scambi di accuse. Ma non sono mancate riflessioni di più ampio respiro.

È il caso di un articolo apparso il 22 giugno scorso sul quotidiano online Arabi21 a firma di Sumaya Ghannoushi, studiosa anglo-tunisina di pensiero islamico nonché figlia di Rashid Ghannoushi, l’intellettuale e leader politico che, con risultati ancora incerti, sta traghettando il partito tunisino Ennahda dall’Islam politico alla “Democrazia musulmana”. Secondo la Ghannouchi la crisi attuale dovrebbe spingere i movimenti islamici come i Fratelli musulmani a liberarsi dall’influenza ideologica del wahhabismo, vero responsabile delle derive violente e settarie dell’Islam.

La studiosa fa riferimento a un fenomeno nato nella seconda metà degli anni ’50, quando per sfuggire alla repressione dei regimi socialisti e nazionalisti molti militanti dei Fratelli musulmani, egiziani ma non solo, si rifugiarono nei Paesi del Golfo e soprattutto in Arabia Saudita. Uno degli esiti di questo incontro fu un processo di ibridazione culturale e religiosa tra le idee della Fratellanza, come l’onnicomprensività dell’Islam e la sua ambizione a istituire un particolare ordine politico, e le dottrine salafite, incentrate sull’interpretazione letterale delle scritture e sull’imitazione delle prime generazioni di musulmani.
L’Islam politico assimilò il rigorismo salafita, mentre alcune correnti della galassia salafita fecero proprio l’attivismo politico dei Fratelli musulmani. È da questa convergenza che nacquero movimenti come la Sahwa islamiyya (il Risveglio islamico) e gruppi salafiti-jihadisti come al-Qaida e Isis.

L’intesa tra Arabia Saudita e i movimenti dell’Islam politico si ruppe durante la seconda guerra del Golfo (1990-1991), quando Riad permise alle truppe americane di stazionare sul territorio del regno per liberare il Kuwait dall’occupazione irachena. La decisione fu approvata dalle autorità religiose saudite ufficiali in nome del principio del male minore, ma fu considerata sacrilega da molti islamisti, che iniziarono a contestare la legittimità della monarchia saudita.

Dal quel momento i Fratelli musulmani smisero di essere alleati sauditi, e, scrive la Ghannouchi, diventarono sempre più la loro nuova “ossessione”. Secondo la studiosa anglo-tunisina, la conclusione di quest’alleanza politica dovrebbe segnare anche la fine del connubio ideologico tra islamismo e wahhabismo: un processo difficile ma salutare, perché permetterebbe ai movimenti islamisti di dissociarsi dalla violenza salafita per riscoprire il loro radicamento nel riformismo islamico del periodo a cavallo tra Ottocento e Novecento e nel pensiero dei suoi grandi protagonisti: Jamal al-Din al-Afghani, Muhammad Abduh e Rashid Rida.

La tesi della genealogia riformista dell’islamismo ha un solido fondamento storico. La ricostruzione della Ghannoushi trascura però due importanti elementi. In primo luogo l’incontro tra riformismo e wahhabismo è in realtà precedente all’esilio dei Fratelli musulmani nei Paesi del Golfo. Negli anni ’20 del Novecento fu proprio il riformista Rashid Rida a pubblicare sulla sua influente rivista al-Manar la letteratura wahhabita, contribuendo così a farla conoscere in tutto il mondo musulmano e ad accreditarla come nuova ortodossia sunnita. In secondo luogo è vero che, a differenza del wahhabismo, sviluppatosi a partire da una rilettura di alcuni teologi medievali, i movimenti islamisti hanno fatto i conti sin dalla loro origine con il pensiero e le istituzioni moderne. Tuttavia questo non basta a esonerarli dalla violenza che negli ultimi decenni ha accompagnato i vari progetti di instaurazione di un ordine islamico. È emblematico a questo proposito quanto al-Afghani e ‘Abduh scrivevano negli anni ’80 dell’Ottocento sulla loro rivista al-‘Urwa al-Wuthqa (Il legame indissolubile): “La religione islamica si fonda sulla ricerca del dominio, della forza, della conquista, dell’onore e sul rifiuto di qualsiasi legge che confligga con la sua shari‘a e di ogni potere che non ne applichi le norme. Chi consideri le fonti di tale religione e legga una sura del suo libro rivelato concluderà senza esitazione che i suoi fedeli non dovrebbero essere militarmente secondi a nessuno. Dovrebbero anzi sopravanzare tutte le nazioni nell’invenzione di macchine da guerra ed eccellere nelle discipline belliche”. Il giudizio è senza dubbio condizionato dal confronto con l’aggressione coloniale dell’Europa. Tuttavia esso inaugura, indipendentemente dall’influenza wahhabita, una teologia del potere e una vocazione egemonica che avrebbe segnato in profondità l’ideologia e i progetti delle forze islamiste.

Di fronte alla crisi politica e religiosa del mondo arabo-musulmano contemporaneo, non sono pochi gli intellettuali e gli osservatori, anche occidentali, che invocano un ritorno allo spirito riformista dell’Islam di fine Ottocento-inizio Novecento. Ma proprio quel periodo è probabilmente più un intreccio di nodi irrisolti che la fonte di possibili soluzioni.

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