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Da un Islam in Italia a un Islam italiano

I figli degli immigrati chiedono d’essere parte integrante di una società che fatica a riconoscere una pluralità nuova

Bartolomeo Conti | venerdì 12 agosto 2016
La moschea di Roma

Questo articolo è la presentazione sintetica di una ricerca attualmente in corso nel quadro del progetto "Non un'epoca di cambiamento, ma un cambiamento d'epoca" realizzato con il contributo di Fondazione Cariplo

Nelle banlieue francesi sono sempre più numerosi i giovani, in particolare di seconda e terza generazione, che non soltanto non si riconoscono nelle istituzioni della République, ma rifiutano di sentirsi parte della società in cui sono nati e cresciuti.

Nelle città italiane sta invece emergendo una nuova generazione di figli di immigrati, nati e cresciuti in Italia, che domandano di essere riconosciuti come parte integrante della società in cui vivono, di essere riconosciuti come italiani e, nel caso specifico, come cittadini italiani di fede islamica. Questa generazione sta producendo la più importante trasformazione da quando, all’inizio degli anni ’80, l’Islam ha fatto la sua comparsa in Italia: il loro senso d’appartenenza interroga il modo di pensarsi dei genitori, migranti con lo sguardo spesso rivolto verso il Paese d’origine, con l’idea sempre viva del ritorno, pur con un’iniziale percezione che il loro futuro è in Italia. Allo stesso tempo questo fenomeno interroga la società italiana, a cominciare dalle istituzioni, a cui chiede una trasformazione altrettanto importante, ovvero d’includere l’Islam tra gli attori che partecipano alla costruzione della società.

Quello a cui stiamo assistendo può essere interpretato come il delicato quanto difficile passaggio da un Islam in Italia a un Islam italiano, con la conseguente trasformazione di una società che legittimamente fatica a riconoscere una pluralità nuova che interroga l’identità nazionale. Le forme che il conflitto assume in diverse città italiane, ma ancor più le modalità per risolverlo, mostrano con sempre maggiore chiarezza il legame tra l’inclusione della minoranza islamica nel tessuto cittadino e l’apertura di comunità che faticano a uscire da un atteggiamento separatista e vittimistico, anche a causa della stigmatizzazione e dell’esclusione che subiscono.

Ogni comunità o moschea del Paese è attraversata dal confronto tra due posizioni opposte: quella di chi rivendica la vitale necessità di mantenere un certo grado di separazione dagli “italiani” in modo da proteggere un’identità sentita come minacciata, e quella di coloro che credono nella necessità di diventare parte integrante della società in cui vivono e in cui i propri figli crescono. Se i primi tendono a rinforzare la loro separazione e la loro visione spesso manichea e vittimistica, i secondi hanno cominciato a realizzare che non possono continuare a restare chiusi in scantinati o garage trasformati in moschee, ma devono uscire dalla marginalità e dall’isolamento per assumere nuove e più importanti responsabilità nei confronti della società. Hanno cominciato a domandare di non essere esclusi o confinati ai margini, ma di essere riconosciuti membri legittimi della comunità locale.

Al centro di questo confronto c’è la questione del significato e del ruolo della “comunità”, ma anche di cosa significhi essere minoranza in una società non musulmana, come quella italiana. Questo confronto si riflette in particolare nella presenza e nel posizionamento della moschea nella geografia urbana. Durante i primi 30 anni di presenza dell’Islam in Italia si è assistito a un graduale e inesorabile movimento della moschea oltre le frontiere della polis, conseguenza di due spinte complementari e convergenti: da una parte il crescente desiderio d'espellere un Islam sempre più visibile e, dall'altra, la volontà dei musulmani pubblici, chi rappresenta l’Islam nello spazio pubblico, di costruirsi in comunità – secondo le parole dell’imam di una delle più importanti moschee di Roma - attraverso “il risveglio dell’identità islamica dei migranti musulmani”. Se per lungo tempo l’idea di una comunità islamica chiusa e separata è stata centrale nella definizione dell’Islam pubblico in Italia, è durante l’ultimo decennio, proprio mentre cresceva un sentimento anti-islamico o islamofobo, che una parte dei migranti musulmani ha cominciato a cambiare gradualmente la percezione di sé: da migranti in transito a cittadini stabili, da comunità religiosa chiusa e separata a minoranza integrata e attiva, che rivendica i propri diritti e doveri, come afferma uno dei leader dell’islam romano, secondo cui i musulmani “devono assumere posizioni sociali, economiche e politiche che servano alla società di cui siamo membri. Ecco perché oggi dobbiamo smettere di parlare di comunità islamica, che riflette un senso di non appartenenza, il fatto che un giorno torneremo a casa, mentre dobbiamo parlare di minoranza islamica, che è quel che oggi siamo. Il termine 'minoranza' dà un senso d’appartenenza al posto, alla società in cui viviamo, anche se siamo di un’altra religione”.

Nel corso degli ultimi anni abbiamo dunque assistito a diversi tentativi di dar vita a un movimento della moschea dalla periferia al centro, dall’esteriore all’interiore, dal nascosto al visibile, dal marginale al centrale. Questo approccio si riflette nel desiderio di costruire una moschea che sia parte integrante della polis e che simboleggi la definitiva legittimità della presenza dell’Islam e dei musulmani nel tessuto sociale e politico della città, come afferma apertamente l’imam di Firenze e presidente nazionale dell’UCOII, Elzir Izzeddin: “Noi pensiamo che la moschea debba essere la moschea della città e non solo della comunità islamica. Tale visione ci permette di avere un’apertura verso coloro che non sono musulmani… E se la moschea dev’essere della città, allora non può essere fuori dalla città”.

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