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Il ruolo di al-Azhar nella lotta contro il fanatismo

Gli estremisti operano una lettura superficiale e selettiva delle fonti islamiche. I rimedi possibili

Muhyī al-Din ‘Afīfī Ahmad | venerdì 10 marzo 2017

L’estremismo nasce da diverse cause, tra cui le seguenti:

1. Scarsa conoscenza della religione
Alcune persone osano emanare norme giuridiche, soprattutto in merito alle questioni dottrinali, partendo da un’analisi superficiale di alcuni versetti coranici e detti del Profeta, senza conoscenza alcuna degli altri testi legati al martirio e ai suoi fondamenti, considerando i passaggi allegorici del Corano (mutashābihāt) e tralasciando quelli espliciti (muhkamāt) o prendendo gli aspetti particolari a discapito delle regole generali. Chi emana le fatwe, soprattutto se attinenti all’ambito dottrinale, dovrebbe possedere i requisiti scientifici necessari per predicare alla gente presentando loro la visione islamica della vita. Ciò conferma l’importanza di dedicarsi con zelo allo studio della religione e di possedere una preparazione specifica. Chi opera senza conoscenza rischia di fare più male che bene.

2. Imitazione cieca
L’imitazione (taqlīd) cieca nasce dal fanatismo e dalla fiducia nella guida che si prende a modello, nella sua metodologia e nel suo approccio interpretativo. Ciononostante, per quanto attiene alle questioni giuridiche, il taqlīd è una necessità legale, perché non possiamo pretendere che tutti si formino un’interpretazione personale della Legge (ijtihād). Se si aprisse la porta dell’interpretazione (bāb al-ijtihād) a chi non possiede una preparazione scientifica, cadremmo in errori infiniti che ci allontanerebbero completamente dalla religione. Come ha affermato un dotto in modo mirabile: “Non seguire un madhhab [scuola giuridica, NdR] è la porta dell’irreligione”. […]

3. Ripiegamento su di sé
I fanatici partono della loro comprensione particolare e della loro riflessione. Per via del loro fanatismo non si lasciano persuadere dall’opinione altrui e non riescono a persuadere gli altri. Ciascuno di essi ritiene che il proprio pensiero e il proprio punto di vista sia la religione, e che tutti gli altri punti di vista siano errori manifesti. Col passare del tempo l’individuo si ripiega su se stesso chiudendo la porta del dialogo e della reciproca comprensione. […] La maggior parte dei fanatici si concentra su un’unica idea e si limita a leggere alcune pagine specifiche di determinati libri, pensando che non via sia nulla al di là di essi. Questo, insieme a molti altri fattori, conduce al ripiegamento su di sé e all’isolamento dottrinale che impedisce loro di godere dei frutti prodotti da generazioni di giuristi, intellettuali e ricercatori.

4. Non-considerazione del nesso di causalità
Tra le cause del fanatismo vi sono l’assenza di una mentalità scientifica e metodologicamente formata che rispetti le leggi del movimento storico, l’assenza dell’idea di causalità (sababiyya), la distruzione dei criteri necessari alla correzione, alla critica e alla revisione, l’eliminazione delle finalità (maqāsid) dall’azione umana e la proclamazione di slogan devianti rivestiti di una patina religiosa secondo i quali siamo chiamati ad agire ma non a considerare gli effetti delle nostre azioni. Questi fattori portano alla confusione concettuale e al regresso, alimentando l’isolamento e l’immobilismo intellettuale circa le leggi che regolano la vita.

I valori del nobile Corano e della Sunna del Profeta confermano il legame tra premesse e conseguenze, tra cause e effetti, e fanno di essi delle equazioni sociali, dotate di precisione e rigore quasi pari alle equazioni matematiche, tanto da renderle una filosofia di vita, una guida all’azione e un metodo per procedere. […]

Rimedi al fanatismo

Tra i rimedi si possono indicare i seguenti […]

Gestire la diversità
Per porre rimedio al fanatismo, in tutte le sue forme, è necessario saper gestire la diversità. Dobbiamo educare le persone ad accettarla e riconoscere che essa è un diritto umano, anzi un diritto e un dovere islamico. Dobbiamo imparare come non andare d’accordo, che non è meno importante d’imparare come andare d’accordo, e come si arriva alla fase di riconoscimento dell’altro, che ha tutti i diritti di avere la propria opinione così come noi abbiamo la nostra. La diversità è una delle leggi (sunan) umane più nobili e il grado più elevato dell’etica (akhlāq), mentre la chiusura e il fanatismo corrispondono a una fase adolescenziale e giovanile dell’umanità.

Riconoscere l’altro e il suo pensiero come realtà non significa assolutamente confermare la sua posizione né dargli ragione. È sufficiente ricordare che si tratta di una sua scelta, di una sua opinione, di una sua responsabilità. E questa opinioni e queste convinzioni meritano rispetto.

Se impariamo a gestire bene la diversità e le sue regole, essa si trasformerà in varietà, complementarietà, collaborazione reciproca e sviluppo, diventando un segno di salute e arricchimento.

Non è esagerato affermare che la nostra tradizione giuridica e intellettuale, le nostre scuole interpretative, e le nostre interpretazioni storico-politiche, anche all’interno della singola scuola di pensiero – a cominciare dagli sforzi interpretativi dei Compagni [del Profeta] e dalle loro divergenze (ed erano la migliore delle generazioni), passando per le scuole giuridiche e dottrinali – costituisce una prova del grado di libertà di pensiero stabilita dall’Islam, lontano dal terrorismo ideologico (irhāb fikrī) o dal fanatismo dottrinale (ta‘assub fiqhī), e dai tentativi di mettere al bando l’opinione altrui. Qualora si verifichino casi di estremismo e fanatismo, si può dire di esse che si tratta di eccezioni che confermano la regola.

Al-Azhar ha affermato che la pluralità e la diversità tra gli esseri umani sono un fatto naturale riconosciuto dal nobile Corano e regolato dalla legge che nell’Islam disciplina le relazioni internazionali. Ciò di cui il nostro mondo contemporaneo ha bisogno per uscire dalle crisi soffocanti in cui versa è la conoscenza reciproca (ta‘āruf), che implica necessariamente il principio del dialogo, sia con quelli con cui siamo d’accordo che con quelli con cui siamo in disaccordo. Perciò è difficile per un musulmano immaginare che le persone, le comunità e i popoli possano confluire in un’unica religione e in un’unica cultura perché Dio, nella sua volontà, ha creato gli esseri umani diversi fra loro perfino nelle impronte digitali. Il Corano recita: “Ma se il tuo Signore avesse voluto, avrebbe fatto di tutti gli uomini una sola nazione; ma essi continueranno nelle loro discordie” (11,118). […]

* Estratti dell’intervento di Muhyī al-Din ‘Afīfī Ahmad, segretario generale dell’Accademia delle ricerche islamiche di al-Azhar, al seminario del Comitato congiunto per il dialogo tra il Pontificio Consiglio per il Dialogo interreligiosa e al-Azhar.

[Traduzione dall'arabo di Chiara Pellegrino]

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