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Occidente e Islam, l’incontro che cambia gli interlocutori

La crescente presenza musulmana in Europa e la questione della compatibilità tra diverse visioni nella sfera pubblica

Javier Maria Prades López | giovedì 27 luglio 2017
Musulmani celebrano la fine di Ramadan a Torino, MikeDotta / Shutterstock.com

L’ultimo rapporto del Pew Research Center offre dati sorprendenti circa l’evoluzione delle religioni: il Cristianesimo rappresenta oggi il 31,2 per cento della popolazione mondiale e l’Islam il 24,1 per cento. Si stima che nel 2060 il Cristianesimo raggiungerà un 31,8 per cento, a fronte del 31,1 per cento dell’Islam. La statistica prevede quindi che per metà secolo le due religioni avranno all’incirca lo stesso numero di seguaci, come pure che, nel loro insieme, raduneranno quasi il 63 per cento della popolazione mondiale.

L’evoluzione di ciascuna delle due religioni e della loro relazione reciproca è del massimo interesse per il dibattito sociale in Occidente. In effetti l’Islam predica una forma di monoteismo che intende riformare e superare il monoteismo giudaico-cristiano, oltre a pretendere di essere una verità universale, diversamente – ad esempio – dalle religioni dell’Estremo Oriente. Per questo, la crescente presenza di musulmani in Europa riapre la domanda sulla compatibilità tra diverse mondovisioni nella sfera pubblica. È possibile un incontro tra Occidente e Islam o sono condannati allo scontro?

Le società europee si trovano in difficoltà nell’affrontare questa delicata situazione, con ovvie differenze interne che non è possibile dettagliare. In termini generali, la cultura dominante ha messo in crisi le affermazioni antropologiche di portata universale e specialmente quelle della religione vissuta in Occidente, il Cristianesimo. L’unità culturale e politica della fede medievale si ruppe, in seguito alla Riforma, in partiti che si combatterono scatenando guerre dagli effetti devastanti per la vita sociale. Per questo la filosofia moderna nacque – tra le altre cose – con l’intenzione di superare le divisioni confessionali e mantenere una qualche forma di riferimento all’universale che garantisse la convivenza.

Al termine del processo fu messo in dubbio il valore universale della singolare confessione di fede cristiana, mentre apparivano forme alternative d’universalità secolarizzata. Il posto di Dio veniva così occupato da Ragione, Scienza, Stato, Storia, Razza, Mercato. Nonostante questo, si parla di frequente di una “modernità insoddisfatta”: l’indiscutibile progresso tecno-scientifico dell’Europa occidentale, il suo altissimo livello di sviluppo economico e sociale (che tanti invidiano) non è stato accompagnato da un progresso analogo per quanto riguarda le domande ultime sul senso della vita e su Dio. Le due atroci guerre del XX secolo e i totalitarismi hanno steso un’ombra cupa sull’Europa.

Anche la cultura islamica, tuttavia, conosce difficoltà a essere un interlocutore adeguato. Le “rivoluzioni” degli ultimi anni sono sorte dal fatto che in queste società va germogliando l’esigenza di libertà e di altri diritti economici e sociali. Molte rivolte sono nate in condizioni di marcata povertà, di mancanza di opportunità, in particolare di lavoro. Questa richiesta di una libertà effettiva, concreta, può essere percepita come una minaccia all’universalità religiosa, vincolata all’ordine sociale fino al punto che la religione può apparire come una forma di credenza subordinata a tale ordine. L’Islam dovrà affrontare questa domanda di libertà, e specialmente di libertà religiosa, che chiede di esaminare a fondo la comprensione della dignità umana. Attraverso la rivendicazione di una maggiore partecipazione civile si farà strada l’interrogativo circa il tipo di uomo che possa essere protagonista del terzo millennio. E questo interrogativo è sul tavolo anche in Occidente.

Per il momento ci sono più domande che risposte, tanto nel mondo occidentale che in quello islamico. La presenza musulmana in Europa mette in luce come non abbiamo una risposta condivisa circa il valore universale dell’antropologia e in particolare, della religione.

A partire dalle irrinunciabili acquisizioni sociali e giuridiche degli ultimi secoli è necessario rivedere il modello finora vigente perché esso non è in grado di raccogliere le sfide poste dalla crescente presenza musulmana. E viceversa il lungo cammino percorso in Occidente offre elementi molto preziosi ai popoli musulmani. Un Cristianesimo vivo rappresenta un’eccezionale opportunità per l’Islam e, a sua volta, l’universalismo islamico ci obbliga a ripensare i motivi della crisi antropologica e culturale che vive l’Occidente di tradizione cristiana.

A nessuno sfugge che la convivenza tra cristiani e musulmani è stata molto complessa e a volte enormemente violenta. I sospetti sono molto profondi. La storica visita di Papa Francesco in Egitto ci spinge a decidere se vogliamo perpetuare questa esclusione reciproca o se intendiamo favorire una cultura dell’incontro, assecondando il “processo di meticciato di civiltà e di culture” (Angelo Scola), a partire dalle esperienze di relazioni reali, per quanto conflittuale essa sia, che già esistono in Europa e nel Vicino Oriente. La sfida supera le imprescindibili misure di sicurezza e controllo. Esige un’implicazione personale. Non basta neppure la semplice assistenza umanitaria; serve anche imparare ad accompagnarsi, ad ascoltarsi, e a spiegarsi, attraverso il dialogo paziente e l’educazione, come propone il Papa: «L’educazione diventa infatti sapienza di vita quando è capace di estrarre dall’uomo, in contatto con Colui che lo trascende e con quanto lo circonda, il meglio di sé, formando identità non ripiegate su se stesse»1 .

Il gesto del Papa non permette a noi cristiani di disinteressarci del momento attuale. Ci spetta testimoniare davanti a tutti, e in primo luogo davanti ai musulmani, che la verità universale e la libertà si richiamano vicendevolmente. Staranno o cadranno insieme. La loro relazione più perfetta è quella dell’amore: «Soltanto vince la verità; la vittoria della verità è la carità» (Sant’Agostino). Il viaggio del Papa mette in discussione aspetti cristallizzati della nostra forma convenzionale di vivere la fede in società e ci urge ad avviare processi d’incontro e di educazione. Ogni incontro degno di questo nome cambia gli interlocutori. Sarà possibile cambiare perché questa identità aperta contribuisca alla vita buona di tutti? Tanti nostri fratelli cristiani d’Oriente e d’Occidente, tanti musulmani, lo attendono.

[Questo articolo è stato pubblicato sul quotidiano spagnolo ABC lunedì 12 giugno 2017 - pagina 3].

Note
1Francesco, Discorso ai partecipanti alla conferenza internazionale per la pace, Al-Azhar Conference Centre, il Cairo, 28 aprile 2017.

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