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La Spagna pensa a come controllare i suoi imam

Dopo gli attentati di Barcellona, si inasprisce il dibattito su formazione dei predicatori e richiesta di un’educazione islamica in uno Stato laico

María de los Ángeles Corpas Aguirre | lunedì 25 settembre 2017
Manifestazione delle comunità islamiche contro il terrorismo, Barcellona, Dino Geromella / Shutterstock.com

Le istituzioni musulmane stimano che in Spagna siano presenti oggi 1.200 imam. Dopo settimane dedicate a parlarne, in seguito ai tragici attentati di Barcellona, il messaggio finale trasmesso alla società è che nessuno li controlla realmente. E nessuno – né dentro né fuori la comunità islamica – sembra avere la responsabilità della loro scelta e del loro operato nei centri di culto, fatto doppiamente preoccupante se si considera che la Spagna possiede una legislazione d’avanguardia, modificata per aumentare la sicurezza dopo l’esperienza degli attentati di Madrid del 2004.

Secondo la legge 26/1992 gli imam hanno un carattere stabile e alcune funzioni specifiche. Devono possedere una certificazione da parte del ministero della Giustizia e un’altra da parte della comunità cui fanno riferimento, sempre con il nulla osta della Commissione islamica di Spagna (art. 3.1.). Economicamente gli imam sono assimilati a lavoratori per conto terzi e inclusi nel regime generale della Sicurezza Sociale. Nel 2004, il governo socialista di José Luis Rodríguez Zapatero avanzò una proposta di riforma della legge sulla libertà religiosa e di creazione di un registro degli imam. Tuttavia i responsabili della comunità islamica manifestarono il loro disaccordo affermando che si trattava di un attentato ai loro diritti. A forza di calcolare gli effetti elettorali che questa misura poteva produrre, i responsabili politici hanno ritardato fino a oggi la creazione di questa anagrafe.

Dopo gli attentati di agosto a Barcellona e Cambrils, Riay Tatary, presidente della Commissione islamica di Spagna, ha dichiarato ai media che “non esiste nessun controllo” sugli imam e che si stava lavorando all’anagrafe dal 2016. In secondo luogo, riprendendo la posizione del 2004, ha precisato di non essere d’accordo con il controllo dei sermoni degli imam, definendo la proposta come “propria di governi dittatoriali” e lamentandosi di non ricevere rapporti governativi sugli imam .

Eppure, la figura giuridica dell’imam è ben definita. La sua elezione è responsabilità della comunità ed è supervisionata dalla Commissione islamica. Nonostante questo, i rappresentanti ammettono che questa realtà sfugge al loro controllo. Lo ha affermato esplicitamente Lahsen Himmer, presidente della Comunità islamica di Andalusia e membro della Commissione permanente islamica di Spagna: “Non esiste un vero controllo degli imam”.

La vera domanda è allora che cosa si intende per controllo degli imam. L’esperienza dice che per le autorità dello Stato “controllare” significa impedire che queste figure facciano parte di reti terroristiche e siano veicoli di radicalizzazione, senza mettere in alcun modo sotto pressione l’Islam “ufficiale”. I fatti di Barcellona hanno mostrato però come stanno realmente le cose. Molti imam non sono legati alle comunità in cui esercitano; vivono ai margini; supervisionano i pagamenti per i luoghi di culto; tengono il sermone il venerdì; nella grande maggioranza non conoscono lo spagnolo; in altri casi si iscrivono ad associazioni culturali (non religiose), sfuggendo così al controllo del Registro degli Enti Religiosi del ministero della Giustizia.

Alla luce di questi dati sembra necessaria la creazione di un registro degli imam. E se, come contemplato dalla legge, gli imam sono lavoratori iscritti al regime di Sicurezza sociale, la comunicazione tra i ministeri dovrebbe realizzarsi in modo più efficace. La Spagna non è un territorio ingovernabile: esistono dei meccanismi di controllo previsti dalla legislazione. Occorrono una verifica e un aggiornamento delle informazioni relative agli imam, ma anche una depoliticizzazione della questione, che la mantenga lontana dai dibattiti elettoralistici. La questione è di Stato e non di governo. In caso contrario continueremo a vivere di misure provvisorie in un tema così cruciale.

Nonostante l’urgenza di attuare un controllo sugli imam, i rappresentanti islamici hanno collegato i fatti di Barcellona a un’antica rivendicazione dell’Islam in Spagna: la necessità di istituire un proprio sistema educativo. “Non ci sono centri di formazione degli imam e questo è un problema […]. Non esiste un centro che controlli o canalizzi il controllo dei requisiti necessari perché un imam possa esercitare in una moschea”. Lahsen Himmer descrive in questi termini quella che, a suo avviso, è la vera radice del problema: “Per essere imam ci sono dei criteri da rispettare: occorre avere una profonda conoscenza dell’Islam e un certificato di idoneità rilasciato da un gruppo di saggi che autorizzano a esercitare. Tutto questo in Spagna non esiste perché non esiste un’istituzione deputata” . E questo è esattamente quello che si richiede: un sistema educativo “come quello della Chiesa cattolica”.

È interessante osservare come, esaurito l’impatto degli attentati, Barcellona abbia finito per riaccendere il dibattito politico sulla necessità di sbloccare l’Intesa del ’92. Lungi dall’assumere la propria parte di responsabilità nell’esercizio di un controllo interno, alcuni leader musulmani indicano come causa principale il rifiuto dello Stato di riconoscere istituzioni educative islamiche annesse alle proprie strutture. Paradossalmente, un’organizzazione propria di Paesi a maggioranza musulmana, situata però all’interno di uno Stato occidentale, laico e multiculturale e come tale sempre reclamato dai musulmani stessi.

L’istituzionalizzazione e il controllo dell’educazione islamica in Spagna è stato, fin dalla sua origine, un campo di scontri interni. Si deve però anche dire che in Spagna si sono già avuti progetti di formazione degli imam. Dopo gli attentati di Madrid, sono stati avviati corsi di formazione degli imam impartiti dal ministero della Giustizia, l’università Nazionale dell’Educazione a Distanza (UNED), l’università islamica di Rotterdam e la Commissione islamica di Spagna. I corsi, a numero chiuso, puntavano a familiarizzare gli iscritti con la legislazione spagnola e internazionale, “i principi di pluralismo e convivenza, gli usi e costumi della nostra società, i valori democratici del Paese di accoglienza e una visione dell’Islam autentico, che ripudia la violenza e l’estremismo” . Questa proposta formativa si è interrotta due anni fa.

Come altre questioni di rilievo, il sistema educativo in Spagna è sempre stato un tema molto connotato elettoralmente. Non è quindi strano che la formazione degli imam sia stata concepita all’insegna della provvisorietà, senza prevedere l’enorme portata che avrebbe assunto per la sicurezza. Errore di valutazione? Trascuratezza? Inopportunità politica? Oggi ci scontriamo con un’altra priorità irrisolta dalle sue origini, alla fine degli anni Ottanta: esercitare il controllo sopra gli “educatori” è strategico per affermare una visione dell’Islam o un’altra. In questo senso la reazione del Marocco non si è fatta attendere. Pochi giorni dopo gli attentati, ha manifestato l’intenzione di arrivare a un accordo circa il controllo degli imam e delle moschee che accolgono gli emigranti marocchini di seconda e terza generazione. Secondo il ministro dell’Interno marocchino Abdelouafi Laftit “questi giovani nati nei Paesi europei necessitano di una speciale attenzione per evitare che cadano nelle grinfie del terrorismo” .

Invece di privilegiare argomenti che creano divisioni, sarebbe necessario appoggiare uno sforzo della istituzioni per un controllo esaustivo dei discorsi degli imam e della loro selezione da parte dei responsabili dell’Islam in Spagna.

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