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Rivoluzioni arabe: davvero "si stava meglio quando si stava peggio"?

Martino Diez | venerdì 30 dicembre 2011

I commenti sulla primavera araba, che finora veleggiavano in mare aperto trascinati dal vento dell’entusiasmo, hanno superato il giro di boa e al termine di un anno densissimo di eventi cominciano cautamente a rifluire verso porti più sicuri. Gli osservatori che nei giorni caldi della protesta avevano veicolato l’idea di un nuovo inizio capace di cancellare un Medio Oriente tradizionalmente opaco e incomprensibile, ora, in ordine sparso, si allineano alla nuova parola d’ordine, sussurrata a mezza voce: le rivoluzioni sono state un azzardo e l’Occidente ha sbagliato a sostenerle. Com’è stato possibile un cambiamento così repentino? In fondo solo pochi mesi separano le immagini “eroiche” di Piazza Tahrir dagli scontri tuttora in atto.

Il mutamento d’opinione a nostro avviso dipende da almeno tre elementi di confusione che hanno falsato l’immagine di queste rivolte in Occidente. Il primo di essi è proprio l’utilizzo della categoria di “primavera araba”, applicata indistintamente a tutta la regione, per significare pressappoco un sollevamento popolare contro un regime autoritario condotto con l’uso dei new media. Che cosa c’è di specificamente arabo in tutto questo? Nulla, e infatti negli ultimi giorni il termine è stato applicato anche alle proteste moscovite. In realtà la protesta virtuale si è innestata su un malcontento molto reale e molto specifico, di cui si fatica a misurare la portata. In Paesi relativamente sviluppati come la Tunisia il peso della “casta”, per usare un’espressione che gode attualmente di fortuna in Italia, si era fatto intollerabile. Al tempo stesso l’assenza di libertà rendeva il clima soffocante. Contrariamente a quanto si afferma, l’Occidente non ha favorito il movimento, soprattutto all’inizio, né tantomeno ne è all’origine: il ministro degli esteri francese, a rivolte già iniziate, propose di inviare reparti speciali della polizia per aiutare il governo tunisino (= di Ben Ali). In Egitto la pressione americana si è fatta sentire solo qualche giorno dopo l’inizio delle rivolte. Israele è stata colta impreparata e certamente non ha beneficiato nell’immediato del cambiamento di leadership. Perciò la prima, duplice, affermazione da sfatare è da un lato che si potesse continuare come “ai bei tempi” e dall’altro che l’Occidente abbia imposto le rivoluzioni tunisina ed egiziana.

Che invece diversi attori politici abbiano pensato immediatamente di utilizzare questo malcontento molto reale, e non limitato soltanto a Tunisia ed Egitto, per i propri fini politici, è assolutamente vero: la campagna militare in Libia ne è un esempio eclatante. Tra questi attori figura certamente l’Occidente, ma non solo. Lo spettacolo più insolito dell’anno che si chiude è stato probabilmente vedere Paesi come l’Arabia Saudita e il Bahrain, che hanno represso sul proprio territorio ogni forma di protesta, minacciare il regime di Bashar al-Asad utilizzando la retorica democratica e liberale per imporre il ri-orientamento in senso filo-saudita della Siria. È un gioco su cui il regime di Riyadh sta scommettendo molto, attraverso i tradizionali legami con i movimenti islamisti della regione, ma è un gioco pericoloso, in primo luogo per le minoranze.

Se perciò i diversi attori regionali hanno cercato di orientare il movimento spontaneo nella direzione a loro più favorevole, in un crescendo di interventi tramite media, (la cui difficile verificabilità è stata messa in luce di recente da Riccardo Redaelli su Avvenire), denaro e armi, la scarsa conoscenza di queste dinamiche e degli instabili equilibri mediorientali è il secondo elemento che rende difficile una corretta valutazione delle rivolte: in esse c’è la spinta dei nuovi movimenti di protesta, dei giovani, ma ci sono anche tutti gli attori politici consueti, che hanno le proprie reti di influenze. Non pochi media prima hanno puntato tutto sui giovani, poi hanno sottolineato il riemergere dei movimenti islamisti, finendo per fornire al pubblico un quadro contraddittorio e poco credibile.

L’enfasi posta sull’utilizzo della tecnologia (la “nostra” tecnologia) tradisce in molti casi una segreta speranza: che finalmente questi popoli si siano “normalizzati”. Ed è il terzo elemento di confusione, perché tecnologia non vuol dire necessariamente secolarizzazione e la rimozione dell’elemento islamico è un’illusione. Questi Paesi, come ha scritto per Oasis Marc Boucrot commentando le elezioni in Marocco, sono e restano largamente musulmani e il confronto politico si svolgerà sull’asse economico e della giustizia sociale, ma anche (e forse anche più) su quello dell’identità comunitaria.

L’impressione, al termine di un breve soggiorno in Tunisia e senza pretese di generalizzazione, è che la società viva un grandissimo fermento. Si è scoperchiata una pentola in ebollizione. Gli impulsi sono estremamente contraddittori e i due pericoli principali sono in primo luogo il ricorso alla violenza pura e semplice, predicata nelle frange salafite più estreme, e poi la corsa all’egemonia che, qualora non siano definiti in modo chiaro i principi fondamentali dello Stato, potrebbe aprire la porta a derive totalitarie. Viceversa una convergenza sufficientemente ampia intorno ad alcuni principi, soprattutto nella fase costituente, getterebbe le basi per un avvenire meno conflittuale. Per la verità, in queste rivolte molto diversa è stata l’incidenza della violenza ed è evidente che la transizione verso nuove modalità di organizzare il potere ha più possibilità di riuscita laddove meno sangue è stato versato.

Una considerazione finale che è anche un auspicio: in passato l’apparente enfasi dell’Occidente sui diritti umani è stata ostacolata nei fatti da considerazioni strategiche. Ora l’alibi è caduto. Si sapranno cogliere tutte le opportunità offerte da questa inedita convergenza tra principi e interessi?

*Una versione breve di questo articolo è stata pubblicata su Avvenire del 31 dicembre 2011.

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