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Discorso del Presidente Moncef Marzouki all'incontro annuale di Oasis a Tunisi

Moncef Marzouki, Presidente della Repubblica tunisina | venerdì 22 giugno 2012

Signore e Signori, cari Amici,

a nome di tutti i tunisini e a mio proprio nome vi do il benvenuto e ringrazio per aver scelto Tunisi per questo incontro della fondazione Oasis.
Il suo obiettivo non è solamente quello di analizzare le condizioni delle libertà nella Tunisia post-rivoluzione ma di mostrare in cosa gli eventi tunisini hanno stravolto una serie di paradigmi occidentali sulla questione del rapporto tra religione e politica.
Non si possono che incoraggiare i dibattiti di questo genere, che rifiutano di adottare i paradigmi riduttivi dell’opposizione tra Islam e secolarismo. La rivoluzione tunisina si è distinta per non essere stata né una rivoluzione religiosa né una rivoluzione laica ma piuttosto una rivoluzione per il superamento di queste sterili opposizioni, per la dignità, per le libertà.

Ieri, Sua Eminenza il Cardinal Scola, evocando le sfide della reciproca comprensione tra Oriente e Occidente, insisteva sulla necessità di ampliare i riferimenti degli uni e degli altri, e non semplicemente di giustapporli.
È questa la questione centrale del periodo di transizione che attraversiamo. Le sfide che oggi dobbiamo affrontare non riguardano più semplicemente la problematica del dialogo delle religioni o civiltà, della protezione paternalistica delle minoranze religiose da parte di uno Stato autoritario.
La problematica della libertà religiosa non dev’essere pensata separatamente dalla questione della cittadinanza e dunque della democrazia e dell’insieme dei suoi valori e meccanismi, tra cui la libertà di espressione.
Le sfide sono numerose, le fonti d’inquietudine reali, nondimeno occorre sfumare la descrizione pessimista che i commentatori occidentali preoccupati offrono del mondo arabo.

I dibattiti sull’equilibrio tra libertà di espressione e libertà religiosa, sul posto dei simboli religiosi nello spazio pubblico, sul senso del sacro, non sono esclusivi della Tunisia o dell’Islam.
La Corte Suprema americana discute dal XIX secolo sull’interpretazione del primo emendamento della Costituzione, e s’interroga sempre sull’equilibrio tra il principio del riconoscimento e quello del libero esercizio.
La Corte europea dei Diritti dell’uomo ha recentemente dibattuto sulla questione dei crocifissi, se possano essere appesi nelle aule italiane e se siano un simbolo religioso o culturale.
In Francia quest’anno i cattolici hanno manifestato contro una pièce teatrale ritenuta blasfema.
Gli americani hanno manifestato contro il carattere offensivo della costruzione di un centro islamico nei pressi di Ground Zero.

Da nessuna parte la rivendicazione del diritto alla libertà di espressione totale esiste senza che sia rimessa in causa dal riferimento ad altri tipi di norme, morali e religiose.
Questa problematica non è propria solo della Tunisia. E tanto meno vi è una specificità islamica.
Tutte le religioni, oggi come ieri, sono percorse da dibattiti importanti. Le questioni dell’aborto e del diritto degli omosessuali sono al centro dei dibattiti attuali del Cristianesimo.
Il mio intento qui non è confondere questi contesti, ma ricordare che l’interrogarsi sull’equilibrio tra le diverse libertà, la libertà religiosa e la libertà di espressione, è propria a tutte le società, occidentali e non occidentali. Tutte le religioni devono gestire dibattiti interni profondi. Infine, l’argomento della libertà religiosa non sempre è utilizzato a scopo di progresso, ma a volte anche al fine di mantenere il controllo delle istituzioni religiose sui membri delle loro comunità.

Queste domande, questi dibattiti non possono protrarsi in eterno e devono condurre a soluzioni giuridiche e istituzionali. Le controversie tuttavia sono necessarie poiché i diritti hanno un senso solo se il popolo se ne appropria. È tramite le controversie che questa appropriazione ha luogo. È dal conflitto politico ragionato che nasce un consenso reale.
Tutti sono invitati a prendere parte ai dibattiti in corso, tutte le persone, qualunque sia la loro appartenenza religiosa o la loro non appartenenza religiosa. Solo in questo modo si potrà creare un nuovo mondo comune. Questo impegno non è solo un diritto, ma piuttosto una necessità perché, come diceva ieri l’Arcivescovo Scola, la tentazione del ripiegamento non ha senso: “Non esiste nessun’isola sulla quale ritirarsi, nessun recinto nel quale rifugiarsi”.

Da tutto questo, cosa deve emergere per me che sono un cittadino di questo Paese in mutamento e un responsabile politico che partecipa alla gestione di questo mutamento?
A fronte delle difficoltà create dalle paure, delle incomprensioni e dell’estrema tensione nervosa che caratterizza i periodi cerniera, occorre puntare a una meta. Se è necessario difendere la libertà di coscienza è perché questa è il fondamento di un tipo di appartenenza moderna che è la cittadinanza. Oggi l’appartenenza religiosa fonda l’appartenenza a una comunità di fede e non l’appartenenza alla comunità nazionale.
Si può essere cittadino tunisino essendo musulmano, cristiano, ebreo o ateo. La cosa più importante è che lo si sia senza difficoltà, in maniera non conflittuale, naturale, confortevole oserei dire, in connivenza e in sinergia con l’altro, riconosciuto e accettato come diverso e simile allo stesso tempo.
Questo è il nostro obiettivo, questo è il nostro destino se vogliamo umanizzarci ogni giorno un po’ di più.

Vi ringrazio.
 

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