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Da dove vengono e da cosa scappano i rifugiati siriani

Le principali cause delle migrazioni sono la paura di essere arrestati o presi in ostaggio, di danni fisici, dei bombardamenti di Assad e dalle violenze dell’Isis

Viviana Premazzi | venerdì 20 novembre 2015
Il campo profughi di Zaatari, in Giordania

Focus immigrazione - Dialoghi di Vita Buona

Nel mondo i rifugiati siriani sono attualmente quasi 5 milioni, su una popolazione che all’inizio del conflitto, nel 2011, contava 22 milioni di persone. La maggior parte di loro si trova nei Paesi limitrofi, a partire da Turchia, Libano e Giordania. Questi Paesi hanno visto un aumento esponenziale del numero di rifugiati siriani, arrivati a superare i 4 milioni nell’ultimo anno.

Considerando i dati forniti dall’Unhcr, l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, al momento i rifugiati siriani registrati sono 2.181.293 in Turchia, 1.075.637 in Libano e 633.644 in Giordania. In Europa i dati più recenti parlano di 681.713 richiedenti asilo da aprile 2011 ad oggi. Più di 7 milioni sono poi gli sfollati interni, costretti a vivere in zone della Siria diverse dalla loro zona di origine.

Da che aree della Siria provengono queste persone? Da dove e da che cosa scappano?

La situazione sopra descritta rende molto complesso il quadro ed è difficile avere dati precisi sulle regioni di origine dei rifugiati siriani, soprattutto per coloro che si trovano in Europa. Alcuni dati sono invece disponibili per la Turchia, il Libano, la Giordania.

In Turchia, la maggior parte dei rifugiati siriani registrati proviene da Aleppo: circa il 36 per cento. Una delle ragioni principali è la vicinanza di Aleppo con il confine turco. Aleppo è anche una delle città dove il conflitto è stato più intenso e dove si concentrano molte delle milizie e delle fazioni implicate nel conflitto: la città è infatti contesa tra l’esercito governativo, varie organizzazioni ribelli tra cui gli islamisti di Ahrar al-Sham, una delle principali forze di opposizione al regime di Assad, e l’Esercito siriano libero, presente ad Aleppo con la 101° divisione e sostenuto tra gli altri dagli Stati Uniti. Molti scappano anche da Idlib (il 21 per cento), zona controllata dai ribelli islamisti, e in particolare dal ramo siriano di al-Qaida, Jabhat al-Nusra e da Ahrar al-Sham. Anche in questo caso la città si trova vicino al confine turco ed è una delle zone più colpite dai recenti bombardamenti aerei russi. Tra le altre regioni di provenienza troviamo anche Raqqa (11 per cento), la roccaforte dello Stato Islamico, Lattakia (9 per cento), città portuale di grande importanza strategia controllata dal regime, e Hama (7,5 per cento).


Per quanto riguarda il Libano, invece, ad aprile 2015, la maggior parte dei rifugiati siriani proveniva sia dalle zone confinanti, in particolare Damasco (119.167) e Homs (152.716), sia dal Jebel Saman (135.301), Idlib (68.372) Hama (51.346), Al Ma’ra (45.713) e Raqqa (43.909). Tranne Raqqa, roccaforte dello Stato Islamico, e Idlib, zona di azione dei ribelli, la maggior parte di queste aree sono controllate dal regime di Assad.

Infine, in Giordania, la maggior parte dei rifugiati registrati proviene dalle regioni confinanti: il 46,4 per cento da Dera’a, il 16,10 per cento da Homs e l’11,8 per cento da Damasco. Anche in questo caso, Dera’a è controllata dai ribelli. Insieme ad Aleppo e Idlib è la zona in cui negli ultimi mesi si sono concentrati i bombardamenti del regime e dei suoi alleati, spesso con l’uso delle barrel bomb, rudimentali ma devastanti barili di metallo imbottiti di grandi quantità di esplosivo e altro materiale.
Secondo Kenneth Roth, direttore di Human Rights Watch, i barili bomba non sono usati di norma su obiettivi militari, ma piuttosto su aree abitate dai civili, dove potrebbe prendere vita un governo e un’amministrazione alternativa al regime. Questo potrebbe aiutare a spiegare la fuga massiccia di civili dalle aree controllate dai ribelli.


I fattori etnico e religioso

Da questa prima analisi sembra, dunque, che i siriani fuggano sia dalle aree controllate dal regime di Assad sia dalle aree controllate da Isis o dagli altri gruppi di ribelli, anche a causa dei bombardamenti operati dal regime, ma lo scenario è assai più articolato: se da un lato, infatti, l’origine dei rifugiati può far pensare a determinate ragioni dietro alla fuga/migrazione, è anche vero che nel complesso mosaico siriano la dimensione militare e politica è soltanto uno dei tanti elementi da prendere in considerazione. L’appartenenza etnica e religiosa è, infatti, un altro importante elemento da considerare. Essa è all’origine di migrazioni e spostamenti interni di popolazione che probabilmente cambieranno per sempre il volto della Siria e dell’intero Medio Oriente.

Lo Stato Islamico, infatti, ha fatto della persecuzione e dell’annientamento delle minoranze religiose uno dei suoi tratti distintivi, ma anche nelle altre zone contese, controllate dai ribelli o dalle milizie curde, le ritorsioni contro le minoranze religiose, cristiane, ma non soltanto, i rapimenti e le stragi non sono state da meno e, anzi, come riporta Eugenio Dacrema nell’articolo “Emergenza migranti. Armi non convenzionali e pulizia etnica, da che cosa scappano i siriani”, “in molte regioni si è assistito a una vera e proprio ridislocazione interna su base settaria. Villaggi misti sono stati spesso abbandonati dai gruppi etnico-religiosi in minoranza ridisegnando, forse in maniera permanente, la mappa etnico-settaria del paese”.

In Europa, “Listen to refugees1, è stata la prima ricerca, svolta in Germania nell’ottobre 2015 dal Berlin Social Science Center, che ha cercato di fare luce sulle principali motivazioni che spingono i siriani a lasciare la Siria e sugli elementi che permetterebbero un loro ritorno. La maggior parte dei siriani intervistati, probabilmente passati dalla Turchia verso l’Europa, proveniva da Aleppo e Hasaka (21 per cento e 18,6 per centro) e da Damasco (19,3 per cento). Attraverso interviste a un campione rappresentativo di un migliaio di siriani, la ricerca ha mostrato che il motivo principale della migrazione è la paura di essere arrestati o presi come ostaggio (35,1 per cento), la paura di danni fisici causati dal conflitto (28,1 per cento), e le barrel bomb (28 per cento). Principale responsabile del conflitto è ritenuto il regime (69,5 per cento), mentre al secondo posto troviamo lo Stato Islamico (31,6 per cento).

Il 58 per cento degli intervistati, inoltre, pensa che i siriani potrebbero rimanere in Siria se fosse prevista una no-fly zone per fermare le barrel bomb e gli attacchi aerei, il 68 per cento tornerebbe in Siria se cessasse il conflitto, mentre, il 52 per cento e il 44 per cento tornerebbero in Siria, rispettivamente se Assad lasciasse il potere e se ISIS lasciasse il paese. Da ultimo il 29 per cento considera possibile un ritorno in Siria se i diversi gruppi etnici e religiosi si riconciliassero.

A conclusione di questa breve analisi possiamo affermare che la complessità del quadro impone di considerare molte dimensioni per una possibile risoluzione del conflitto siriano: la dimensione militare e politica, ma anche la dimensione etnica e religiosa. Garantire la pace e la sicurezza per un possibile ritorno dei tanti (troppi) rifugiati siriani è una priorità che Stati, società civile, istituzioni e rappresentati religiosi non possono più rimandare.



1Da questa ricerca è tratto l'ultimo grafico di questo articolo.

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