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Benvenuti a Mesopotäljie, la Svezia mediorientale

Con la fuga di intere comunità di cristiani perseguitati, un pezzo di Medio Oriente si è trapiantato in Svezia, dove, tra opportunità sorprendenti e rischi di "rigetto", sta nascendo qualcosa di nuovo: una riscoperta delle proprie tradizioni, ma anche l'affacciarsi di nuove sfide

Un campo da calcio: si potrebbe cominciare da qui a raccontare dei cristiani che dal Medio Oriente sono emigrati in Svezia. La passione per l’hockey su ghiaccio non ha conquistato più di tanto i mediorientali, che al dischetto preferiscono il pallone. Due le tifoserie più “militanti”: quella biancorossa che sostiene la Assyriska e quella giallorossa per la Syrianska, le prime due squadre per importanza tra le 18 fondate da società di cristiani che si autodefiniscono “assiri” o “siro-aramei” (e dietro la preferenza del nome c’è un mondo). Nel gioco e dagli spalti esprimono tutto il dinamismo e pure le divisioni che caratterizzano la vita delle loro comunità. Sono arrivati a fasi alterne da Turchia, Siria, Iraq e Libano, spostati dagli eventi drammatici del Medio Oriente, a partire dagli anni ’60 e con un’impennata inedita dopo la proclamazione del neo-califfato in Siria e in Iraq. Appartengono alle Chiese siro-ortodossa, siro-cattolica, caldea, assira d’Oriente, armena, maronita, copta… Parlano il turco e l’arabo, molti anche il neo-aramaico, derivato direttamente dalla lingua che usava Gesù, come con orgoglio precisano loro. E mentre li ascolti e guardi in azione, ti chiedi perché. Perché proprio in Svezia? Perché da quelle terre di sole e luce dove si toccano i 50° d’estate, hanno scelto questa destinazione “artica”, dove la notte d’inverno dura mesi e le temperature sono glaciali? Che vita fanno a queste latitudini il siriano e l’iracheno sfuggiti agli aguzzini del Califfo?

Il perché trapela dalla cronaca e dalla geografia di questo Paese: la popolazione è di neanche 10 milioni di abitanti, la densità di popolazione è bassissima, con 21 abitanti circa per chilometro quadrato, e l’accoglienza degli stranieri è da sempre considerata un’opportunità di crescita economica. Un segno distintivo. Solo negli ultimi tempi una parte di elettorato si sta spostando a destra, premiando il Partito Democratico Svedese per i suoi slogan anti-immigrati (alle ultime elezioni si era attestato sul 15% di preferenze, ma un sondaggio oggi lo dà al 25%).

Chi arriva da Paesi in guerra e chiede asilo politico conosce più o meno la procedura da seguire per ottenere il permesso di soggiorno, con tempi e modalità certi; sa che è garantito il supporto dello Stato durante i mesi della verifica e dell’attesa, che gli sono assicurati un posto dove risiedere (campi o centri per rifugiati o case di parenti), un sussidio per mantenere sé e la propria famiglia, interlocutori incaricati di rispondere alle varie questioni, un percorso di integrazione al lavoro. A tutto questo si aggiunge un vantaggio: all’immigrato è concessa la possibilità di scegliere la città dove risiedere, quindi di avvicinarsi a parenti e amici.

È così che è nata la Södertälje di oggi, ribattezzata la “Aleppo” del Nord e, in modo ancor più meticcio, “Mesopotäljie”: nel giro di pochi decenni un pezzo di Mesopotamia si è staccato dalla cornice geografica originaria e si è innestato in Scandinavia. Un’operazione di trapianto complessa, tuttora in corso.
A trenta chilometri a sud-ovest di Stoccolma, Södertälje si raggiunge in quaranta minuti di una metropolitana affollata quotidianamente da migliaia di pendolari. Quando si esce dalla piccola stazione, al netto dell’architettura nordica tutt’intorno, i tratti dei volti, il modo di vestire dei passanti e la lingua che parlano le signore alla fermata del bus ti trasportano in Siria o in Iraq. Dei 91.000 abitanti, 47.000 sono quelli di origine svedese, mentre 44.000 circa sono di origine straniera (di cui ben 32.000 nati all’estero), provenienti nell’ordine da Iraq, Siria, Turchia e Libano. Solo 800 circa sono musulmani, gli altri sono cristiani, e l’arabo è la prima (e per molti ancora l’unica) lingua che risuona in interi quartieri di questa località che si estende placida sotto il cielo blu-Svezia.

«Siamo una città delle migrazioni, e questo è ormai una parte di noi – osserva la sindaca di Södertälje, Boel Godner, social-democratica al secondo mandato. Agli arrivi massicci dopo la guerra del 2003 e dopo le rivolte arabe del 2011, si è aggiunta l’ultima marea di profughi scappati dai terroristi dello Stato islamico. Abbiamo maturato una notevole esperienza nell’accoglienza, sappiamo gestire l’arrivo di centinaia di bambini nelle nostre scuole, ma questo non vuol dire che ogni volta non sia drammatico occuparsi di sistemare famiglie, dare un lavoro agli immigrati, trovare il sostegno ai bambini che non parlano lo svedese e vanno integrati nelle classi. Ma noi siamo questa realtà». L’unico aspetto che correggerebbe del sistema svedese sull’accoglienza degli stranieri è la possibilità di scegliere la città di residenza, perché questo può creare degli squilibri tra aree del Paese. A Södertälje in alcune case vivono insieme fino a 5-6 famiglie, si danno una mano, ma la vita diventa tesa e complicata per tutti. Il tasso di disoccupazione è molto alto tra gli immigrati e il 10% circa dei detenuti nelle carceri svedesi è costituito da cristiani finiti nei giri della criminalità.

Le chiese non bastano

Si può impegnare un’intera giornata a Södertälje per un tour illuminante tra le chiese delle diverse comunità sia cattoliche che ortodosse. Di domenica sono affollate, al contrario di quello che accade alla luterana Chiesa di Svezia (religione di Stato fino al 2000) sempre meno frequentata; per certe comunità gli spazi non sono sufficienti: o si ampliano quando si può, o se ne costruiscono di nuovi. Al momento è imminente la costruzione di una nuova chiesa caldea: «Andare in chiesa per loro è questione fondamentale, esistenziale, quindi è giusto che si possano costruire le chiese che effettivamente a loro servono», chiosa la sindaca.

Nella chiesetta siro-ortodossa dedicata a San Gabriele, ricavata all’interno di un complesso di edilizia popolare occupato già decenni fa da rifugiati siriani, sono accesi degli schermi che riportano i testi proclamati in tre versioni linguistiche diverse: arabo, siriaco e svedese. Per le nuove generazioni la lingua liturgica ormai è incomprensibile e con l’ausilio tecnologico il parroco cerca di affrontare la Babele linguistica dei suoi fedeli.
A pochi chilometri di distanza l’una dall’altra sorgono le due cattedrali siro-ortodosse: San Jacob, sede del Vescovo Julius Abdul Ahad Shabo, e Sant’Efrem, guidata dall’altro Vescovo della stessa Chiesa, Dioscorus Benyamin Aktas. La divisione in due diocesi distinte, che insistono sullo stesso territorio, si dice sia dovuta a questioni di clan che neppure il loro comune Patriarca, Mar Ignatius Aphrem II, recatosi in visita pastorale poco tempo fa, è riuscito a risolvere. La prima pare sia preferita da chi interpreta l’appartenenza alla Chiesa siro-ortodossa in chiave più etnico-politica. Per tornare alla metafora calcistica, sarebbero i tifosi dell’Assyriska, quelli che tendenzialmente si chiamano “assiri”. La seconda invece è frequentata da chi pone l’accento sulla pratica religiosa come fattore unificante della comunità, tifa Syrianska e preferisce definirsi “siro-arameo”.

Sant’Oscar è invece il patrono della parrocchia cattolica di rito latino di Södertälje, che abbraccia anche le vicine cittadine di Nykvarn e Järna, per un totale di circa 5120 fedeli divisi in 2400 caldei, 680 siro-cattolici, 150 armeni, 58 maroniti, 5-10 melchiti e 5-6 svedesi (i numeri si riferiscono solo ai fedeli registrati e non tutti, soprattutto gli ultimi arrivati, lo sono). Di domenica alle 10 si celebra la messa in svedese secondo il rito romano, alle 11.30 quella in arabo secondo il rito armeno, alle 17 quella in lingua siriaca e rito caldeo.
La chiesa cattolica dedicata a San Giovanni ospita una parte della comunità caldea, che risponde al Vescovo cattolico latino di Stoccolma, mons. Anders Arborelius, ma che si dice stia cominciando a chiedere la nomina di un Vescovo caldeo proprio per Södertälje. Qui di buon mattino e di primo pomeriggio si riunisce il coro per le prove. Sono giovani come Shahd Malalakha, 23 anni, arrivata 9 anni fa. Lavora in un caffè, è sposata con un iracheno, tra le mura di questa chiesa trova quello che le serve per vivere: «Emigrare in Svezia ha cambiato completamente il mio rapporto con la fede. È diventata una questione più personale». Non ha amici svedesi e non sa bene perché, piuttosto ha conoscenti musulmani: nonostante quello che ha patito da parte di alcuni gruppi di terroristi in patria, non nutre alcun desiderio di vendetta: «Siamo figli di Gesù che ci ha insegnato sulla croce a perdonare. Possiamo solo imitarlo: i musulmani impareranno a conoscerci un po’ alla volta».

Non è d’accordo con lei Mary, scappata dal suo piccolo villaggio tra Mosul e Erbil: «I musulmani ci hanno portato via tutto. E non possiamo tornare a casa perché ogni fiducia nei loro confronti è venuta meno. Hanno occupato le nostre case, seminato bombe ovunque. Di fronte alla violenza, questi non si tirano indietro». Ma se Shahd non ha paura dell’Islam, teme un altro nemico: «In Iraq ti tagliano la testa, qui ti tagliano la mente»: per lei il mondo di fuori esercita una forza attrattiva capace, con la sua proposta di libertà “esagerata”, di incenerire la relazione personale con Dio. Un cruccio anche per Yusuf Matte, che dirige il coro mentre i suoi bambini Antonius e Maria giocano tra i banchi della chiesa: «Non sono preoccupato per me, ma per i miei figli: come faranno a conservare la fede se qui a scuola la maestra gli ripete che Dio non esiste e propone tutto un altro modo di vivere?».

Il rischio di smarrire la fede è effettivo anche per Håkan Sandvik, pastore della Chiesa di Svezia, attivo nella Sankt Ignatios Academy, che promuove l’ecumenismo tra le Chiese di tradizione bizantina e dell’ortodossia orientale presenti nel Paese: «Il patriarca di una Chiesa orientale – racconta Håkan, che ha vissuto dodici anni in Medio Oriente – raccomandava ai suoi fedeli in procinto di lasciare il Medio Oriente: “Se proprio dovete partire, almeno non andate in Svezia, se non volete perdere i vostri figli”». Una consapevolezza che, a suo dire, si accompagna a un altro paradosso impressionante: accogliendo così generosamente i richiedenti asilo siriani e iracheni, quasi “invitandoli” e offrendo loro migliori condizioni di vita, la Svezia si ritroverebbe a giocare il ruolo di “complice” involontaria della strategia diabolica dell’ISIS: svuotare il Medio Oriente dalla presenza cristiana.

Ma in questa stagione di mezzo, da cristiani già emigrati e sradicati ma non ancora integrati, che succede? Qualcosa che ha a che fare con la lenta trasformazione generata dall’incontro-scontro tra stili di vita e visioni del mondo opposte. Se c’è chi teme per i figli, per la traditio della fede, c’è anche chi ringrazia la Provvidenza per la conversione (la parola giusta sarebbe metanoia) avvenuta nel passaggio da Est a Nord. Come Manzin Noel: quando da ragazzo viveva nella piana di Ninive andava a Messa semplicemente “perché sì”, perché tutti si aspettavano che lui ci andasse. Ma quando è arrivato qui, ha potuto e dovuto decidere: ha scelto di andarci perché voleva lui, perché lo aiutava a vivere. Fino al punto di scegliere di divenire diacono a servizio della diocesi cattolica: «Noi siamo qui per dire con la nostra vita che è bello essere cristiani. La fede non è questione di regole o tradizioni da conservare, ma è bellezza di vita da testimoniare, come dice papa Francesco». Come lui May e la giovane nipote Maryam, originarie di Mosul, sono grate alla Svezia che le ha accolte e non si stancano di restituire qualcosa lasciando trasparire, non solo a parole, quanto sia importante il loro rapporto personale con Gesù. Così anche Elias e Mary, originari di Beirut. Arrivati qui nel 2006, durante la guerra in Libano, dopo la grande fatica iniziale sono orgogliosi di considerarsi “perfettamente integrati”, libano-svedesi di fede cristiana: «Quando sono arrivata – racconta Mary – mi sentivo sola e ho pensato che era meglio vivere per qualcuno. E per chi se non per Gesù?» «Se vuoi diventare santo – commenta Elias – devi venire in Svezia».

Una ventata di giovinezza

Così definisce l’effetto della presenza di questi antichi-nuovi cristiani sul suolo svedese mons. Arborelius, primo Vescovo di nazionalità svedese di una diocesi eretta solo nel 1953: una possibilità di rivitalizzare la Chiesa cattolica locale. Un invito a ritornare al cuore della fede tra persone che sembrano aver espulso per sempre Dio dalla propria vita: «Noi cattolici, insieme agli ortodossi, costituiamo appena l’1-2% della popolazione, con 44 parrocchie in un Paese che è tra i più estesi in Europa. La nostra è considerata una delle società più secolarizzate e solo chi ha una fede “personalizzata” può sopravvivere qui da cristiano. Ma la tendenza sta cambiando. Prendiamo Södertälje: era la città con il tasso più basso di frequenza alla messa domenicale, oggi è quella che ce l’ha più alto!».

Grazie a loro. Grazie a giovani come Jessica Moussa, 23 anni, occhi scuri, capelli lunghi, un sorriso radioso e libanese. È stata eletta presidente della pastorale giovanile diocesana, parla correntemente l’arabo, lo svedese e l’inglese, organizza mille attività per i giovani cattolici ed è la più adeguata portavoce della composita comunità giovanile: i caldei sono i più numerosi, poi ci sono il gruppo dei croati e dei polacchi. Non sempre s’intendono, perché usano lingue diverse. Ma hanno in comune lo stesso bisogno di un luogo dove ritrovarsi per sentire che non sono soli, dove imparare a dire le ragioni della propria fede.

«Questi cristiani d’Oriente ci spiazzano! – osserva Helena D’Arcy, danese-svedese biondissima dagli occhi azzurri, responsabile del Movimento per la vita, in attesa del sesto figlio. Per il modo in cui sono legati alla Chiesa, per come dedicano una cura speciale alla famiglia e ai rapporti interpersonali scuotono questo nostro paradiso dell’individualismo narcisista. Se anche solo accenni a Dio parlando con gli svedesi, apparentemente l’argomento scivola loro addosso. E proprio tra noi arrivano queste comunità che si reggono sul legame personale e comunitario con Dio. Un caso?». E arrivano con addosso tutte le loro contraddizioni e problemi. Un esempio: la maggior parte delle richieste di riconoscimento di nullità del matrimonio viene depositata al tribunale ecclesiastico da cristiani immigrati. Alcuni dei matrimoni combinati in patria saltano al contatto con un contesto sociale e giuridico completamente diverso, che peraltro tutela fortemente la donna single. Convenzioni sociali ancora granitiche in patria, qui spesso, come per una reazione chimica scatenata dal contatto di elementi diversi, si sbriciolano.

A faccia a faccia con il meticciato a Vadstena

Ma per entrare ancor di più nel processo in corso in Svezia e guardare in faccia questa mutazione in atto per l’incrocio di tradizioni e culture, bisogna raggiungere Vadstena. Qui ogni due anni si riunisce il popolo della Chiesa cattolica svedese per un happening di conoscenza reciproca e per celebrare una Messa solenne attorno al proprio Vescovo. La cittadina di Santa Brigida, patrona di Svezia, si raggiunge dalla capitale macinando chilometri ininterrotti di foreste e distese di quel verde di cui si avverte la nostalgia appena si distoglie lo sguardo. Tra le mura di un antico castello, a fine estate, si apre la festa multicolore e multilingue della diocesi composta di circa 170 nazionalità, un tessuto intricato che si racconta nei vari stand dedicati alle opere di carità, agli ordini religiosi, al movimento per la vita, ai movimenti e carismi diversi, all’editoria e ai media diocesani…
A Vadstena si riannodano i fili della vicenda e si fanno più chiare le sfide che hanno di fronte quei cristiani che hanno lasciato il Medio Oriente a causa delle persecuzioni e che forse là non torneranno più. Da una parte si percepisce come incalzante la sfida della “conservazione”: mettere in salvo e tutelare quel patrimonio inestimabile di una cultura cristiana mediorientale, una trama di valori e tradizioni che risale a duemila anni, un tesoro temprato da persecuzioni ripetutesi nei secoli e che oggi proprio nella terra di origine è bersaglio di una violenza che punta sistematicamente ad annientarla.

E questa è l’impresa grande che anima l’impegno quotidiano di decine di associazioni culturali, sportive e ricreative, nate spontaneamente nei decenni in Svezia e riunitesi sotto l’ombrello di federazioni come la Siriaco-aramaica e quella Assira, che contano decine di migliaia di soci e si sono attrezzate di giornali e tv satellitari. È una strada affascinante, genera un senso di appartenenza e un orgoglio militante e potente, come si riscontra in chi al polso porta il braccialetto con la scritta “Seyfo”, per non dimenticare mai, neppure per un attimo, il genocidio di armeni e siriaci di inizio Novecento.

Eppure questa strada, pur con tutta la sua audacia, ha un punto debole: è come se chiedesse a chi la percorre di giocare in difesa, guardando a ieri più che a domani. Ma se si impiegano tutte le energie a ricordare com’era la vita una volta, a ripristinare un glorioso passato assiro, a difendersi dall’esterno, come si può procedere in avanti? Dall’altra parte, invece, la sfida nasce dall’abbandono all’incontro effettivo con il vicino, qui e ora, fino all’azzardo del mescolamento reciproco di culture e civiltà, possibile quando le barriere difensive si abbassano, pur senza tradire se stessi. Un’apertura che può generare una novità, anche se nessuno è ancora in grado di misurare e prevedere né cosa né come né quando. Anche su questo crinale i rischi non mancano: la deriva di perdersi, di dimenticare o lasciare indebolire fino a spegnersi la propria unicità e originalità. Di secolarizzarsi, come teme quel patriarca orientale.

Eppure a Vadstena, quando semplicemente si sosta un momento e si getta uno sguardo a quel popolo che viene da ogni sperduto villaggio della Svezia dopo aver attraversato già prima mille confini, questa seconda sfida, che è quella del meticciato, si conferma come un fatto che la storia ha già imposto da sé, che occorre certo riconoscere e governare, ma che non avrebbe senso contrastare o provare ad arginare.
È una sfida molto ardua, ma sicuramente generativa.

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