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Religione e società

Contesa sul bene della donna. E su chi lo decide.

Il percorso complesso dell’elaborazione del Codice dello statuto personale in Marocco e le diverse modalità con cui ulema, islamisti e modernisti hanno affrontato il tema della “liberazione della donna” rivelano come il secolare e il religioso si siano reciprocamente spartiti lo spazio nella società marocchina. Un caso emblematico per comprendere le dinamiche instaurate tra Islam e modernità nei Paesi a maggioranza musulmana.

A partire dal periodo coloniale (1912) il sistema giuridico marocchino ha conosciuto un ridimensionamento della dimensione religiosa a favore del diritto positivo, mentre il campo giuridico è diventato sempre più complesso e diversificato. Per addentrarci in tale complessità sembra utile prendere in considerazione le diverse concezioni del rapporto tra il diritto e la religione non in modo normativo, ma in relazione ad alcuni processi sociali concreti che ci permettono d’identificare gli attori e il loro uso della religione e del diritto. Il processo scelto per il presente studio è il conflitto sociale sfociato nell’elaborazione del codice della famiglia nel 2004.

Il caso dell’emancipazione femminile

Poco dopo l’indipendenza del Marocco, l’elaborazione del Codice dello statuto personale (CSP) fu affidata nel 1957 a una commissione composta da ulema. All’epoca le riforme giuridiche e politiche si facevano in un contesto di euforia nazionalista. Bisognava rompere con il sistema giuridico coloniale e il CSP fu utilizzato per riaffermare l’identità nazionale e musulmana del Marocco. Ma da simbolo dell’identità religiosa e nazionale il CSP divenne per alcuni attori un ostacolo alla “liberazione della donna” e a partire dagli anni ’80 molti intellettuali sollevarono la questione della condizione della donna. Nel 1982 Zakia Daoud pubblicò nella rivista Lamalif un articolo intitolato “La donna minore”, in reazione a un testo scritto nel 1981 da alcuni sociologi (Fatima Mernissi e Malika Belghiti) e giuristi (Ahmed Khamlichi e ‘Abderrazak Moulay Rachid) e in cui si parlava già di riforma del CSP. A partire dagli anni ’90 il movimento femminile si farà regolarmente carico della questione dei diritti della donna e in particolare dello statuto personale.

Nel 1992 l’Unione dell’Azione Femminile (vicina a un partito di sinistra, l’Organizzazione per l’azione democratica e popolare) lanciò una petizione per riformare il CSP. Oltre che dalle associazioni femminili, la petizione fu sostenuta da due partiti di sinistra (il Partito del Progresso e del Socialismo e l’Unione Socialista delle Forze Popolari) e dall’Organizzazione Marocchina dei Diritti dell’Uomo. Il movimento raggiunse il suo obiettivo di raccogliere un milione di firme e la petizione fu inviata al primo ministro. Il fatto di non averla inviata al re Hassan II in quanto Comandante dei credenti (Amîr al-mu’minîn) significava che la riforma del CSP era posta sul piano politico e non su quello religioso. Il gruppo islamista Riforma e Rinnovamento (Jamâ‘at al-islâh wa-l-tajdîd) emise una fatwa che definiva la campagna un atto di apostasia, riportando così il problema all’ambito religioso.

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