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Cristiani nel mondo musulmano

Cristiani in Iran

Un breve scheda

Una celebrazione in una chiesa iraniana

I cristiani in Iran sono un’esigua minoranza.
La Religione di Stato, come si legge nell’art. 12 della Costituzione della Repubblica Islamica, è l’Islam sciita duodecimano. Sempre in base allo stesso articolo, le altre denominazioni musulmane – Hanafiti, Shafiiti, Malekiti, Hanbaliti e Zaiditi – godono piena libertà nella pratica del loro credo religioso.

L’art. 13 della Costituzione inoltre dichiara che «gli iraniani zoroastriani, ebrei e cristiani sono le uniche minoranze religiose riconosciute con diritto di celebrare i loro riti religiosi nell’ambito delle leggi islamiche».
Il riconoscimento ufficiale previsto dalla Costituzione permette dunque alle minoranze di celebrare i propri riti, di insegnare la loro lingua e cultura nelle loro scuole, di avere e applicare i loro statuti personali in materie come il matrimonio, il divorzio e l’eredità.
Esse hanno anche i loro rappresentanti ufficiali alla Assemblea del Consiglio Islamico (Parlamento), attualmente composta da 290 membri. I rappresentanti delle minoranze sono pertanto cinque: uno rispettivamente per gli Zoroastriani, gli Ebrei e i Cristiani Assiro-Caldei, e due per gli Armeni: uno per quelli del Nord e l’altro per quelli del Sud dell’Iran.

Nonostante questo riconoscimento che va sempre interpretato all’interno della cornice e dei limiti della legge islamica, i cristiani e le altre minoranze continuano ad essere discriminati per esempio riguardo alla possibilità di accedere a posti di lavoro statali, alla carriera militare, alla magistratura e al servizio diplomatico.
I matrimoni misti non sono permessi se la parte cristiana non si converte all’Islam e i figli di matrimoni misti, anche se battezzati alla nascita, sono sempre considerati musulmani. Bibbie in farsi sono difficilmente disponibili (la Società Biblica iraniana fu chiusa nel 1990) e l’insegnamento delle diverse religioni di ogni minoranza nelle scuole avviene attraverso manuali preparati dal Ministero dell’Educazione.
Perciò i cristiani locali sono considerati e si sentono cittadini di seconda classe nel loro stesso Paese.
A questo proposito vale la pena ricordare l’art.19 della Costituzione: «La popolazione dell’Iran, qualunque sia la sua origine etnica o tribale, gode di uguali diritti: il colore della pelle, la razza, la lingua o altri caratteri non costituiscono motivi di privilegio né di discriminazione».
La parola “religione” manca nell’articolo citato e non per un’omissione casuale, perché si deduce che coloro che non sono seguaci dello Sciismo “non godono di uguali diritti”.
A conferma di questo l’art. 20 stabilisce: «Nel rispetto delle norme islamiche tutti gli individui cittadini della nazione, sia uomini sia donne, sono uguali di fronte alla protezione della legge e godono di tutti i diritti umani, politici, economici, sociali e culturali». Queste “norme islamiche” sono applicate per esempio nei casi di eredità.

Va rilevato anche che, se si eccettuano alcuni casi di convertiti e membri di altre minoranze religiose (zoroastriani ed ebrei), c’è un legame molto stretto tra la religione e l’etnia: uno è in genere cristiano perché è armeno o assiro o caldeo ecc. Gli altri sono automaticamente considerati musulmani. I convertiti dall’Islam sono chiamati, in ambiente cristiano, “cristiani-nati musulmani”.
Per l’Islam queste persone sono apostati e il loro crimine è considerato un’offesa capitale. Nel settembre 2008 il parlamento iraniano ha varato un nuovo codice penale che prevede la pena di morte per gli apostati e per coloro che lasciano l’Islam.
La proposta non è ancora stata ratificata dal Consiglio dei Guardiani, ma mostra l’atteggiamento del regime verso l’apostasia e le conversioni, e offre una prova ulteriore che in Iran c’è libertà di culto, ma non piena libertà religiosa.

Negli ultimi anni sono aumentate le pressioni nei confronti delle chiese e dei leaders religiosi. Alcune chiese protestanti sono state chiuse a Teheran e nelle province e praticamente a tutti i capi religiosi è stato impedito di celebrare in lingua persiana.

Alcuni dati

La presenza dei cristiani dal 1979 a oggi è andata significativamente riducendosi.
All’inizio della Rivoluzione si contavano circa 300.000 cristiani su una popolazione di 42 milioni. Ora sono meno di 100.000 (forse solo 80.000) su una popolazione totale di 78 milioni.
La maggioranza dei cristiani è costituita dalla Chiesa Apostolica Armena (65.000-70.000). Poi viene la Chiesa Assira d’Oriente (6000) e la Chiesa Russa e quella Greco-ortodossa, che contano pochissimi fedeli. I protestanti sono soprattutto membri della Chiesa Episcopaliana, Evangelica e delle Assemblee di Dio.
Molti pastori di queste chiese hanno lasciato il Paese e hanno fondato delle comunità che parlano farsi all’estero, in Europa, Usa e Canada. Sono comunità molto attive su internet e sulle tv satellitari, trasmettono in farsi e sono molto seguite anche in Iran.

I cristiani cattolici sono suddivisi in tre riti: assiro-caldeo, armeno e latino, e cinque diocesi (tre di rito assiro-caldeo a Teheran, Urmia-Salmas e Ahwaz, una di rito armeno e una di rito latino).
La popolazione cattolica è molto piccola. I due vescovi assiro-caldei sostengono che le loro rispettive comunità hanno tra i 1500 e i 2000 fedeli, mentre i latini, contando anche gli stranieri che lavorano temporaneamente in Iran, sono circa 2000. I cattolici dei tre riti e delle cinque diocesi non superano le 7000 unità, e cioè circa il 10% dell’intera comunità cristiana (ortodossi, cattolici e protestanti) e lo 0.01 della popolazione complessiva dell’Iran.
La Chiesa cattolica conta ora 3 vescovi, un amministratore apostolico, 12 preti, 14 suore, due laici consacrati.
Le chiese sono 7 a Teheran (una è armena, due sono assiro-calde, 4 latine), poi c’è una chiesa assiro-caldea a Urmia e un’altra a Hamedan, una latina a Isfahan e un’altra latina a Tabriz. Altre chiese delle diocesi assiro-caldee sono state aperte in altre città, come Ahwaz, Qazvin, Kermanshah e altri villaggi che circondano Salmas, ma non vi sono preti e religiosi residenti là, ma solo occasionalmente di passaggio.

Dopo la Rivoluzione Islamica nell’estate 1981 quasi due terzi dei sacerdoti e suore stranieri presenti nel Paese furono costretti a lasciare il Paese. Ma la debolezza che ne derivò negli anni seguenti favorì nuove vocazioni. Negli ultimi vent’anni sono nate le vocazioni di sei nuove Figlie della Carità, tre suore missionarie dello Spirito Santo, quattro nuovi sacerdoti della Chiesa Assiro-caldea, un prete Lazzarista di rito assiro-caldeo, un prete salesiano di rito armeno e una donna consacrata.

Un fenomeno che continua a indebolire profondamente la realtà cristiana in Iran è quello di una “febbre” migratoria, che spinge molte famiglie a lasciare il Paese in cerca di futuro tendenzialmente in Paesi cristiani. Ci sono state in particolare tre fasi migratorie: la prima durante la guerra tra Iran e Iraq, quando in molti giovani lasciarono il Paese per non dover andare al fronte; la seconda risale a metà degli anni ’90 e la terza è cominciata nel 2005.

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