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Consigli di lettura

Dall'Oriente immaginato all'Oriente reale

En quête de l’Orient perdu. Entretien avec Jean-Louis Schlegel. Un libro intervista a Olivier Roy per ripercorrere il suo cammino umano e intellettuale

En quête de l’Orient perdu è una lunga intervista condotta dal filosofo e sociologo Jean-Louis Schlegel al politologo francese Olivier Roy. Insieme ripercorrono il cammino umano e intellettuale che ha condotto Roy dall’École Normale di Parigi all’Afghanistan e al Tagikistan passando per il Pakistan, fino a diventare uno specialista dell’Islam politico e fine conoscitore delle società dell’Asia Centrale.

Era il 1969 quando a soli diciannove anni un giovane Roy, affascinato dall’Oriente inesplorato e dalle culture «autentiche e incontaminate», partì in autostop per il “grande viaggio” in Afghanistan. Alla ricerca di un “Oriente perduto”, del “vero Afghanistan”, dei veri nomadi e delle vere tribù, guidato dall’illusione culturalista, dall’idea cioè di andare in un mondo dove la mentalità autoctona si conservava intatta. Ma ben presto lo spirito esotico che aveva ispirato i viaggi del giovane studioso si esaurisce. L’Oriente “perduto”, infatti, altro non era che un Oriente “immaginario”: restare prigionieri dei cliché, dei sogni d’infanzia o delle immagini da cartolina precludeva la conoscenza della realtà. Ed è questa consapevolezza, insieme alla convinzione che lo spirito di ricerca non possa prescindere dall’indagine sul campo, che consente a Roy di maturare negli anni quel bagaglio di conoscenze che nell’85 confluiscono nel libro Afghanistan. Islam et modernité politique, diventato subito un best-seller nel mondo accademico e diplomatico. Negli anni ’80 arrivano i primi riconoscimenti della sua competenza: nell’84 inizia una collaborazione col Centro di analisi e previsioni del Quai d’Orsay, nell’85 ottiene un posto al CNRS, nell’88, dopo l’annuncio della ritirata dei russi dall’Afghanistan, gli viene conferito l’incarico di seguire i negoziati nella prospettiva di guidare la transizione post-sovietica.

Il libro mette in luce, pagina dopo pagina, il percorso di maturazione intellettuale dello studioso, sfociato nei libri che ne hanno segnato la carriera intellettuale, da L’échec de l’islam politique a La sainte ignorance. L’intervista diventa per Roy anche un’occasione per confutare l’equivoco che negli anni si sarebbe generato su L’échec de l’islam politique, ovvero l’idea secondo cui l’autore avrebbe previsto la fine dell’Islam politico. Ma la teoria del libro – tiene a precisare Roy – è un’altra, e cioè il fallimento strutturale dell’ideologia islamista. Per sua natura infatti uno Stato non può essere islamico, e quando diventa tale, Stato e religione finiscono per assorbirsi e ultimamente distruggersi a vicenda. L’Islam politico rappresenta perciò una contraddizione sia per lo Stato, che riconoscendo solo la sovranità divina rinuncia alla propria, sia per la religione, che, compromettendosi con la politica, di fatto si secolarizza. L’Iran sarebbe l’archetipo di questo fallimento, come dimostra il fatto che la Rivoluzione islamica ha finito per generare la società più secolarizzata del mondo musulmano. Ma anche i casi di Egitto e Tunisia sarebbero emblematici: anche là l’Islam politico ha fallito e, politicamente parlando, può esistere solo quando è all’opposizione.

Roy riprende inoltre le sue tesi sulla secolarizzazione e globalizzazione dell’Islam, sul jihadismo e sulle logiche della mobilitazione. I movimenti jihadisti andrebbero compresi in senso orizzontale, cioè come risultato di una crisi culturale e generazionale e non in senso verticale, cioè non passando attraverso il Corano, Ibn Taymiyya e Sayyid Qutb. In questo caso però l’analisi sembra parziale perché considera esclusivamente l’aspetto sociologico del fenomeno senza tener conto della variabile religiosa dalla quale appare difficile prescindere.

Nel complesso, l’intervista è ricca di spunti di riflessione e divertenti aneddoti che ne rendono la lettura gustosa e piacevole. Inoltre, partendo dal percorso di vita e intellettuale dell’autore, essa favorisce una comprensione più adeguata della produzione scientifica di Roy e dell’approccio socio-antropologico che lo guida.


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