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Religione e società

E dopo #jesuisCharlie, che fare con i musulmani?

Dopo l’indignazione virale e globale che ha portato in piazza milioni di persone per esprimere l’identificazione con le vittime della strage di Parigi, che cosa resta? L’urgenza a compiere il passo necessario a comprendere l’Islam e la provocazione radicale che rappresenta per l’Occidente.

Manifestazioni a Parigi Foto: flickr.com kassad62

Chiaro, d’impatto, clamoroso. Così dev’essere per il terrorista jihadista il messaggio connesso ad ogni sua azione. Non ha tempo da perdere, deve ottenere il più spettacolare effetto raggiungendo più obiettivi possibili: colpire il nemico, ottenere la vittoria e così glorificare Dio. Punta al paradiso, alla ricompensa che premierà il suo coraggio. I danni collaterali, le vittime innocenti che lascia sul terreno? Non costituiscono un problema, perché su tutto vince l’intenzione dell’azione del jihadista: affermare la verità di Dio eliminando i miscredenti. In questo disegno la questione “comunicativa” è centrale per i terroristi dell’Islam radicale globale. Lo dimostrano i loro giornali online, i siti internet, i video-comunicati che diramano, la loro abilità nell’utilizzo dei social-media, luoghi ideali per il reclutamento di nuovi militanti. E forse, innestata in questa “sensibilità mediatica”, si può leggere anche la scelta dell’obiettivo dello scorso 7 gennaio, un obiettivo capace di suscitare una reazione globale come quella registrata dai grandi quotidiani occidentali: irrompere nella redazione di un settimanale, nel momento della riunione di redazione quando tutti sono presenti e fare una strage. Uccidere le firme di un giornale noto (e pure minacciato) per la sua satira corrosiva, controversa e dibattuta in Francia, ma altrettanto difeso come simbolo della libertà espressiva, orgoglio della laicité francese.

E che questo fosse un ottimo obiettivo l’ha confermato la manifestazione oceanica di domenica scorsa lungo i boulevard parigini: la sua misura e la sua trasversalità, la presenza di decine di capi di Stato (compresi alcuni di Paesi nei quali i giornalisti dissidenti marciscono in galera) ne ha fatto un unicum nella storia dell’Europa, una svolta da manuale. Milioni di persone di ogni classe sociale e provenienza culturale e religiosa unite per dire “sono io Charlie”. Quell’hashtag #jesuisCharlie è la quintessenza del desiderio universale di esser-ci per levare la propria voce e gridare all’unisono “anche io sono uno di quelli che sono stati ammazzati”. Uno slogan perfetto, che rimanda all’identificazione collettiva con le vittime di un attentato barbaro, che qualcuno vorrebbe ora elevare tra gli eroi della patria del Pantheon di Parigi. Ma c’è ancora qualcosa di più: una reazione così oltre i nostri standard ha confermato che colpire quel giornale (fino a prima della tragedia anche mal sopportato da vari ambienti della società francese) è stato più scandaloso e inaccettabile per la maggioranza dei media europei dello stesso attacco alle torri gemelle o della distruzione di sedici villaggi nigeriani dove sono state uccise duemila persone di cui forse non sapremo mai neppure il nome (l’11 settembre africano non ha meritato che qualche riga sui nostri grandi media).

Allora forse è vero che i giornali sono divenuti per l’Occidente intoccabili, tempi sacri della religione civile, la libertà di espressione, fondamento delle nostre democrazie? I fratelli Kouachi hanno davvero messo a segno un colpo magistrale “sulla via di Dio”, come prevedono i martirologi dei jihadisti. Osama Bin Laden dichiarò nel dicembre 2001 a proposito degli attacchi a New York e Washington: «Quei giovani l’hanno detto con i fatti, che hanno oscurato qualsiasi altro discorso fatto in qualsiasi altra parte del mondo. Discorsi compresi dagli arabi e dai non arabi… L’hanno detto al di sopra di tutti i media (…) questo avvenimento ha fatto riflettere (…) cosa che è servita grandemente all’Islam».

«Al di sopra di tutti i media», anche l’attacco di Parigi non ha avuto bisogno di mediazioni né di traduzioni per indignare il globo in modo virale. Ma ha anche contemporaneamente iniettato nel corpo occidentale un’inquietudine nuova, una domanda radicale: quali sarebbero questi valori dell’Occidente oggi considerato più che mai sotto attacco? Di questi valori si parla con gran fervore in questi giorni, rischiando una retorica tra il fascinoso e il noioso: a cosa pensiamo quando li nominiamo? Risuonano e affollano le piazze, ma in cosa consistono? Quale sostanza e limiti possiamo riconoscere, per esempio, alla libertà di espressione tanto evocata? Ha una dimensione solo personale o anche sociale? La satira è una “trincea di umanità”, un’intelligenza della realtà ereditata da grandi autori classici greci e latini. Ma chi stabilisce il confine oggi, in una società plurale, tra satira, polarizzazione e istigazione all’odio? Non il kalashnikov, non il terrore, questo è sicuro. Ma lungo quella trincea si avverte l’urgenza di una lealtà degli europei verso la propria tradizione e il proprio presente. Da Parigi può ripartire una riflessione sulla consistenza della libertà di espressione, sulle radici del terrorismo e sul suo rapporto con quella che Papa Francesco ha definito una “terza guerra mondiale”. Ma soprattutto sull’Islam. L’Islam ha mille volti, si ripete. Ma questo non può trasformarsi in alibi per non conoscerne nessuno. Così come sono logore le riduzioni contrapposte: l’identificazione dell’Islam con le manifestazioni violente, da una parte, e la riduzione di chi sostiene che l’Islam è pace e che gli attacchi dei jihadisti (da Isis a Boko Haram e oltre) non hanno nulla a che spartire con l’Islam. Chi ha studiato le fonti del jihad dall’origine ai giorni nostri, come David Cook, documenta bene come esistano degli appoggi testuali evidenti che offrono giustificazione, se non alla prassi attuale, quanto meno al principio dell’azione violenta.

L’indignazione e il grido “non nel mio nome” possono offrire un’immediata soddisfazione collettiva, ma non saziano. Mentre introducono all’ora della lealtà, del risveglio del nostro io che non può più accettare l’agenda dettata dai media né accontentarsi di spiegazioni facili: cosa dice proprio di me e a me il musulmano che è entrato nella mia storia, scuotendo la mia identità e i miei valori di riferimento? Cosa dice proprio a me la presenza di questo vicino di casa e quale passo chiede adesso? Rispondere può essere un lavoro interessante da compiere insieme. Come quando si marcia in una piazza, ma si decide di andare oltre il collante di uno slogan.

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