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I Balcani: Colonne d’Ercole della cultura democratica?

L’Unione europea, che accetta nel suo seno solo paesi democratici ed esercita grande attrazione sui vicini, è sfidata da Paesi come la Bosnia: la costringono infatti a chiedersi se i diritti siano un “lusso” di ordinamenti che sono già in pace oppure se siano anche gli strumenti per ottenerla. Questo articolo è un'anticipazione del numero 20 di Oasis. La rivista è disponibile in pdf, su iTunes, su Amazon, sul sito di Marcianum Press.

Dopo essere stati teatro negli anni ’90 di numerosi conflitti a sfondo etnico-religioso, i Balcani si stanno progressivamente integrando al resto del continente: proprio per questo, la “questione balcanica” e la creazione di un quadro istituzionale capace di ospitare una realtà religiosamente plurale, segnata dalla presenza di comunità ortodosse, cattoliche e musulmane, sta diventando un affare sempre più giuridico per le istituzioni europee. Slovenia e Croazia sono già nell’Unione europea, altre parti dell’ex Jugoslavia stanno affrontando il processo di avvicinamento, la Convenzione europea dei diritti dell’uomo ha visto l’adesione degli interi Balcani, e la Commissione di Venezia, strumento di promozione della democrazia attraverso il diritto, ha contribuito al rinnovamento istituzionale praticamente di tutti gli ordinamenti interessati. Se dunque i Balcani sono largamente europei per cultura e geografia, lo stanno lentamente divenendo quanto a integrazione giuridica. Tuttavia, i destini delle istituzioni pan-continentali e quelli dei Balcani s’incrociano in un momento particolarmente delicato.

L’attrazione europea


L’Europa moderna è sicuramente un successo. Lo è sotto un profilo giuridico e politico. La creazione di uno spazio di pace, prosperità, libertà e sicurezza con pochi precedenti è proprio la ragione dell’attrattiva che l’integrazione europea suscita su tanti Paesi, inclusi quelli balcanici.

Bastino pochi elementi per rammentare il fenomeno dell’Unione europea: Paesi in conflitto da secoli, rispettivamente vittoriosi e perdenti alla fine della seconda guerra mondiale, hanno messo volontariamente in comune il mercato, carbone ed acciaio, e la ricerca sull’energia atomica. Se vogliamo tradurne il significato politico, dobbiamo osservare che d’un tratto tali Paesi hanno estirpato le ragioni del conflitto, le risorse per condurlo e gli strumenti di distruzione più letali, individuando delle istituzioni capaci di offrire un quadro di riferimento sovranazionale, unitario e condiviso, a questi ambiti. In termini ancor più generali, possiamo affermare che, per evitare nuove guerre, diversi paesi europei hanno scelto di non vivere esistenze separate, ma di cooperare.

Benessere e prosperità erano una ragione più che sufficiente per ricominciare, dopo il conflitto che aveva dissanguato il Continente; la cooperazione sovranazionale era invece un’intuizione cruciale, necessaria dopo le derive nazionalistiche. Complessivamente, il risultato è consistito in un continente pacificato, nel quale si sono collocate le premesse per delle vite democratiche stabili.

La versione integrale di questo articolo si trova nella rivista numero 20 di Oasis. La rivista è disponibile in pdf, su iTunes, su Amazon, sul sito di Marcianum Press.

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