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Rassegna stampa

I calcoli e il terrore

Tensioni nella penisola arabica

Con tutto quello che sta avvenendo in Europa e Medio Oriente, il fatto che siano riesplose le violenze fra ribelli Houthi e il governo nazionale yemenita, e che i primi abbiamo preso il controllo di buona parte dei palazzi del potere a Sana’a fino a costringere il leader a una sorta di spartizione del potere, può non sembrare prioritario. In fondo lo Yemen è un piccolo, arretrato Paese al fondo della penisola arabica, povero di petrolio e risorse strategiche. E tuttavia, come spesso si dice, "piccolo Paese, grandi conseguenze": un’ulteriore destabilizzazione di quello Stato potrebbe produrre molti risultati negativi sul piano regionale e internazionale, e sulla stessa lotta al terrorismo jihadista.

La crisi politica e militare dello Yemen ha infatti molte ragioni. Alcune sono di natura puramente endogena e hanno a che fare con la sua frammentazione tribale, religiosa e identitaria, o con le insoddisfazioni degli sciiti Houthi del nord e la fragilità del potere centrale dopo la cacciata, nel 2012, del presidente-autocrate Ali Abdullah Saleh. Il nuovo presidente Hadi ha cercato di governare con mano meno pesante, ma è finito nel gorgo di una corruzione dilagante, crescenti disparità economiche e tensioni fra le tribù sunnite, rivolte al nord, spinte autonomiste al sud, la presenza ingombrante di Aqap (al-Qaeda nella Penisola Arabica), che proprio in Yemen ha una sua roccaforte. Ed è qui che i problemi interni diventano regionali e internazionali. Gli Usa, che sostengono il presidente Hadi, hanno preteso mano libera contro al-Qaeda, i cui vertici sono oggetto continuo di attacchi con droni e missili (una strategia più volte elogiata dal presidente Obama). Il problema è che spesso, i militanti jihadisti hanno legami e alleanze con le tribù sunnite che dovrebbero sostenere Hadi: la prima delle molte contraddizioni politiche che fanno dello Yemen un ginepraio.

Ma importante è anche il ruolo dell’Arabia Saudita, che considera il Paese il "cortile di casa". Quanto avviene a Sana’a per i sauditi non è questione di politica estera, ma di sicurezza nazionale. Essi hanno collaborato nella lotta contro Aqap, ma allo stesso tempo vedono i ribelli sciiti Houthi – che pure sono gli arcinemici delle milizie jihadiste – come la peggior minaccia. Per Riad, dietro la ribellione houthi che lambisce le province meridionali del regno (ove risiede la maggior parte degli sciiti sauditi), c’è la mano dell’Iran. Sia Teheran sia gli Houthi negano questo legame, sottolineando come lo sciismo iraniano sia molto lontano da quello yemenita. Tuttavia, al di là delle ossessioni dei sauditi – i quali vedono complotti iraniani dietro tutto ciò che non gradiscono – è certo che molti in Iran vedano con favore la vittoria dei ribelli sciiti e l’indebolimento di Riad.

Il rischio è che quanto avviene a Sana’a distrugga tutti i faticosi, fragili tentativi per ridurre l’ostilità geopolitica fra Iran e Arabia Saudita, che ha devastato in questi anni tutto il Levante. Una vittoria Houthi, infatti, può spingere la monarchia saudita a reagire nel peggiore dei modi, ossia rilanciando le guerre per procura contro l’Iran e sostenendo i movimenti sunniti più violentemente anti-sciiti nella regione. Nello Yemen ciò rischia di tradursi in uno straordinario assist per Aqap: quanto più le milizie Houthi sembreranno padrone del campo, tanto più vi sarà chi guarderà ai guerriglieri qaedisti come all’unico argine possibile. E la frammentazione del Paese può favorire una ripresa del terrore jihadista, con l’afflusso di guerriglieri oggi impegnati in altri fronti.
È fondamentale allora forzare le parti in lotta a ripartire dall’accordo nazionale di pace, firmato lo scorso 21 settembre ma presto disatteso, per arrivare a un nuovo compromesso politico come quello che è sembrato emergere ieri sera. Che non sarà privo di costi diplomatici e finanziari, dato che le tensioni sono spesso di natura economica. Ma che rappresenta l’unica strada per non riconsegnare lo Yemen al terrore qaedista.

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