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Consigli di lettura

I colori della paura

«La paura di essere polemici, la paura di disturbare, la paura di fare scandalo, la paura di essere considerati islamofobi. Forse anche la paura di rappresaglie. Infine, la paura in tutte le sue forme…». Suonano familiari, le parole con cui la giovane regista Cheyenne Carron racconta la fatica che ha fatto e gli ostacoli che ha incontrato per realizzare, nella Francia della “laïcité”, L’Apôtre, il film che racconta la conversione di un ragazzo magrebino al Cattolicesimo. «Io non ho paura» dice lei. Un giudizio chiarissimo è ciò che le ha permesso di realizzare il suo film, nonostante la dittatura del politicamente corretto: «L’ultralaicismo che si propone di cancellare qualsiasi traccia di Cristianesimo non è più sostenibile».

Ispirato alla storia vera di una conversione dall’Islam al Cattolicesimo, scritto nei giorni in cui la regista si prepara a ricevere il battesimo, L’Apôtre rappresenta una sfida: raccontare la bellezza della religione cattolica senza denigrare l’Islam. A Parigi il film era uscito alla fine del 2014, ma l’attentato alla redazione del periodico «Charlie Hebdo» ne ha bloccato la diffusione, prima in Francia, poi all’estero. I servizi francesi si sono giustificati affermando che il film avrebbe potuto essere percepito «come una provocazione per la comunità musulmana». Una censura imbarazzante nei giorni delle sfilate al grido di “Je suis Charlie”, che aumenta la difficoltà di trovare qualcuno che abbia il coraggioso di esportarlo.

Ed è un peccato, perché il film della Carron ha del miracoloso. Girato con un rigore che tocca gli occhi e il cuore, recitato benissimo da attori magrebini, racconta la conversione al Cattolicesimo di Akim, giovane algerino destinato dalla famiglia a diventare imam nella provincia francese. Una storia che non ha nulla di ideologico, dove l’incontro con Cristo accade nel segno della bellezza. È bello lo sguardo pacificato del prete cattolico don Fauré, che è rimasto a vivere nel quartiere dove la sorella è stata uccisa da un magrebino. È bella la chiesa dove Akim, invitato da un compagno per il battesimo della figlia, resta incantato, attratto dalla musica e dalle parole di Geremia scritte sul muro: «Mi cercherete e mi troverete, perché mi cercherete con tutto il vostro cuore». Il prete gli regala un Vangelo che lui legge di nascosto. E mentre cresce il nuovo amore per Gesù, Akim si trova a un bivio e sceglie: lo rivela alla madre, che gli ride in faccia, al fratello che lo riempie di botte. Però va avanti, nonostante la paura sia grande.

La paura colpisce anche la diffusione di un film apparentemente inattaccabile dal punto di vista ideologico, Timbuktu. Le chagrin des oiseaux, vietato nelle sale francesi all’indomani della strage di Parigi. Una censura che dall’Europa arriva a Los Angeles e fa sì che il film, candidato all’Oscar, venga ignorato, nonostante il ricordo dei giornalisti americani decapitati dall’Isis bruci ancora. Eppure il regista Abderrahmane Sissako è musulmano. Come è musulmano il governo della Mauritania, il Paese che lo ha prodotto e sostenuto, schierando l’esercito sul set per proteggere le riprese. E l’Islam è, nel racconto e nella realtà, la prima vittima dei fanatici jihadisti arrivati nel 2012 nel nord del Mali, armati di bandiere nere, di armi semiautomatiche e di minacce urlate in arabo. Sissako si è deciso a fare il film dopo aver visto in Internet un video diffuso dagli stessi terroristi, nel quale una giovane coppia non sposata, nel villaggio di Aguelhok, veniva seppellita nella sabbia fino al collo e lapidata. «Aguelhok non è Damasco né Teheran. Per questo nessuno ne parla», sostiene il regista, denunciando un’occupazione che, nell’indifferenza del mondo, si sta estendendo dal Mali ad altri Paesi africani. Speciale in questo film sapiente è la raffinata scelta di regia di lasciare che l’orrore arrivi al pubblico, per contrasto e assenza, attraverso la bellezza delle immagini. «La bellezza salverà il mondo – ricorda Sissako – ma la bellezza è la distanza necessaria quando si evoca la violenza».

Tra il velluto delle dune e le onde del deserto, è bella la vita del pastore Kidane, che segue la mandria di otto mucche insieme a un trovatello, mentre la moglie Satima e la figlia piccola curano la tenda. All’arrivo dei guerriglieri al villaggio, i vicini scappano e loro restano soli. Ma qualcosa cambia anche lì, tra la sabbia e il fiume, dove la tragedia è in agguato perché il male è un contagio. In paese le milizie vietano di tutto, dalla musica al gioco del calcio alle risate. Nessuno potrà sedersi fuori dalla porta durante il giorno, annuncia un araldo in motocicletta: gli uomini dovranno arrotolare il fondo dei calzoni, le donne dovranno coprirsi il capo, le mani e i piedi.
Sissako non fa sconti agli uomini del terrore. Li vediamo uccidere una gazzella e distruggere opere d’arte, vietare il fumo e fumare, proibire il gioco del calcio e discutere dello stile di Zidane, ascoltare la musica e punire il canto, prendersi le ragazze, profanare il tempio di Dio con armi e scarponi. «Dov’è la clemenza, il perdono, la pietà, il dialogo? Dov’è Dio in tutto questo?», si chiede l’imam del villaggio. Un grido che risuona nelle strade, dice Sissako, anche quando una chiesa esplode a Lagos nel giorno di Pasqua. Se all’inizio del film si vedono guerriglieri cortesi che restituiscono gli occhiali al prigioniero occidentale che stanno per sgozzare, al cuore del film sta soprattutto la ferita inflitta all’Islam, il male compiuto da fanatici “né convinti né convincenti”.

L’Occidente assiste e sembra non capire granché di quello che accade. Giudicare la mutevole scena del mondo è diventato difficile in mancanza di criteri certi. Prendiamo Ma’a al-Fidda-Silvered water, di Ossama Mohammed e Wiam Simav Bedirxan, un film sull’assedio di Homs, in Siria, che l’anno scorso aveva fatto discutere a Cannes. Sembrava la quadratura del cerchio a proposito della ricerca del vero che il cinema si ostina a portare avanti. Un importante regista siriano, Ossama Mohammed, dirige dall’esilio parigino le riprese di una giovane regista curda, che documenta sul posto la realtà degli scontri tra l’esercito e i rivoluzionari. A questo si aggiunge il lavoro di altri “1001 autori” di video anonimi postati su YouTube e ne nasce un documentario. È il mito del cinema-verità, capace di sedurre la realtà al punto da convincerla a rivelarsi da sola, senza un soggetto critico che la guardi e la giudichi attraverso l’obiettivo. Peccato che, nel giro di poco tempo, lo sviluppo della guerra civile abbia cambiato il ruolo dei protagonisti.

Non è strano, dunque, che la paura diventi spesso l’unica lente di ingrandimento per leggere la realtà. In pochi sanno raccontarla come Clint Eastwood, che ha raggiunto gli 84 anni di età. American Sniper, altro film che l’America liberal ha dimenticato di premiare agli Oscar, racconta la paura, quella del terrorista che sta per farsi esplodere, e quella del cecchino quando vede un bambino al centro del mirino.


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