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Cristiani nel mondo musulmano

I copti e l’uscita dal ghetto comunitarista

Dalla discriminazione alla partecipazione. La vicenda egiziana documenta come, in un mondo arabo-islamico in travaglio, il coinvolgimento dei cristiani nella vita politica e sociale è possibile solo se si costruisce uno Stato di diritto dotato di istituzioni non determinate dal vincolo confessionale. Questo articolo è un'anticipazione del numero 20 di Oasis. La rivista è disponibile in pdf, su iTunes, su Amazon, sul sito di Marcianum Press.

In questi ultimi anni molti libri1, articoli di giornale e reportage hanno documentato le violenze e le persecuzioni di cui sono vittime i copti. Generalmente si sottolinea come la loro situazione si sia aggravata drammaticamente a partire dagli anni ’70 e, più ancora, in seguito alla rivoluzione del 2011. È di fatto incontestabile che i cristiani d’Egitto abbiano fatto i conti con un incremento della violenza da quando l’ascesa al potere di Sadat ha coinciso con una crescita dell’attivismo islamista, e che soprattutto negli ultimi tre anni si sia raggiunto un punto critico.

Tuttavia alcune analisi esagerano la portata di queste violenze, dando credito a fatti fondati soltanto su voci, mentre altre non sono abbastanza attente a distinguere le aggressioni motivate da discriminazione religiosa o da ostilità specifica verso i cristiani, da quelle che, soprattutto in Alto Egitto, fanno parte della tradizione del tha’r, cioè la vendetta compensativa generata da un conflitto di vicinato, dall’onore di una ragazza violato (sia il fatto reale o meno), da un grave insulto, da un debito non restituito… Non operando questa distinzione, molti osservatori danno l’impressione che la questione religiosa sia determinante in tutte le violenze intercomunitarie, mentre spesso ne è solo un ingrediente, un ingrediente innegabile, ma pur sempre un ingrediente tra gli altri. Infine si lascia spesso intendere che le violenze anti-copte siano aumentate esponenzialmente dal 1970 a causa della politica accomodante dei regimi di Sadat e Mubarak nei confronti degli islamisti. Si collocherebbe in questa traiettoria il sensibile aggravamento delle relazioni intercomunitarie dovuto alla deriva del movimento rivoluzionario del 2011 e al tentativo di OPA sul Paese da parte dei Fratelli musulmani. L’implosione di un apparato di sicurezza onnipresente sotto Mubarak ha consentito ai gruppi islamisti di organizzarsi per imporre la propria legge in molte zone rurali o in numerosi quartieri poveri di grandi città. Sin dal marzo 2011 un attacco da parte dei salafiti alle bidonville degli straccivendoli di al-Moqattam aveva lasciato nel lutto una decina di famiglie. Nei mesi successivi sono state segnalati numerosi soprusi contro i copti, culminati nell’attacco alla cattedrale di S. Marco, sede del patriarcato del Cairo, da parte di teppisti favoriti dall’apatia sospetta della polizia, in occasione del funerale di cinque giovani cristiani uccisi in una rissa nella periferia popolare di al-Khusûs.


La versione integrale di questo articolo si trova nella rivista numero 20 di Oasis. La rivista è disponibile in pdf, su iTunes, su Amazon, sul sito di Marcianum Press.


1 Uno dei più rappresentativi è quello della teologa svizzera ortodossa Christine Chaillot, Les Coptes d’Égypte 1970-2011, discriminations et persécutions, prefazione di Antoine Sfeir, Éd. de l’Œuvre, Paris 2011. Il libro ha riscosso un buon successo ed è stato ristampato rapidamente (nel 2013) da L’Harmattan.

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