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Religione e società

Il fascino diabolico di ISIS

Islam e violenza. L’apparizione dello Stato Islamico, che segue alla stagione di al-Qa’ida, ha confermato il carattere contagioso di una grave malattia: l’estremismo in nome di Dio. Le atrocità perpetrate dal Califfato attraggono alcune fasce di giovani musulmani, ma rischiano di condurre la religione al collasso. Questo articolo è un estratto del numero 20 di Oasis. La rivista è disponibile in pdf, su iTunes, su Amazon, sul sito di Marcianum Press.

Una parata di miliziani del sedicente Stato Islamico

Forti erano le pressioni sull’Islam sunnita e sui Paesi arabi, tanto prima quanto dopo l’apparizione di al-Qa’ida. E furono quelle pressioni a generare la corsa alla guerra mondiale contro il terrorismo, quando suonò l’Ora. Tuttavia gli osservatori arabi e musulmani, come allora si misero sconcertati alla ricerca delle ragioni del fascino di al-Qa’ida, così tornano oggi ad analizzare stupiti le motivazioni per cui ISIS attrae fasce intere di giovani arabi, dal Levante al Maghreb.

L’argomento più banale degli avversari di al-Qa’ida era che al-Qa’ida fosse un’espressione della natura originaria dell’Islam: questo il senso del “pericolo verde” e dello scontro di civiltà. Naturalmente i sostenitori di tale concezione potevano e possono citare eventi passati e presenti a sostegno della loro tesi. Ma accanto alla pretesa origine religiosa del fenomeno, essi adducevano anche, come con-causa, “la cultura” prodotta da un secolo e mezzo di avversione e ostilità all’Occidente. E in questo non vi era differenza tra destra e sinistra, o tra islamisti e nazionalisti. Secondo costoro sarebbe dunque l’odio a sfondo religioso, storico e psicologico a spiegare la straordinaria reazione di interi gruppi di giovani arabi e musulmani agli stili di vita degli occidentali e alla loro bisecolare presenza nei territori arabi e islamici. In effetti il colonialismo non ha coinvolto solo agli arabi (e i musulmani), avendo interessato anche popoli dell’Asia orientale, dell’Africa e dell’America Latina. Eppure nessuno di questi popoli ha mai pensato di muovere guerra alla cieca contro i civili occidentali per il fatto che i loro antenati hanno colonizzato l’India o la Cina, o hanno ammazzato o schiavizzato milioni di africani.

Nonostante gli innegabili orrori del colonialismo occidentale e il fatto che l’Occidente ci abbia lasciato in graziosa eredità la presenza di Israele, a dar ulteriore forza a questi argomenti figurava il fatto che i qaedisti non abbiano indugiato un momento a uccidere altri arabi e musulmani nelle terribili ondate di violenza che hanno distrutto Paesi come la Somalia, o minacciato di distruggerne altri come l’Afghanistan e il Pakistan. Perciò la questione non si limiterebbe all’apparizione all’interno della religione di fondamentalismi violenti, ma abbraccerebbe, al di là di essa, i rapporti con la civiltà e l’umanesimo e l’incapacità di istituire stati bene organizzati e di vivere in società in cui regnino l’armonia, il dialogo con il prossimo e la pace interna ed esterna.

La mano tesa

Tuttavia questo modo di comprendere le cause della violenza religiosamente motivata non ha avuto vita lunga. Quattro o cinque anni dopo l’attacco ad al-Qaida, all’Afghanistan e all’Iraq, gli Stati Uniti e alcuni Paesi europei si sono affrettati a istituire organizzazioni per il dialogo e la concordia tra le civiltà e sono comparsi diversi studi sulla “normalità” della violenza religiosamente motivata malgrado l’eccezionalità di alcuni suoi aspetti e manifestazioni. Studiosi seri non escludevano che tali anomalie fossero riconducibili a manipolazioni dei servizi segreti e a infiltrazioni che avrebbero riacceso tensioni confessionali, settarie ed etniche. Molti ritenevano che Israele avesse una parte importante in tutto ciò che è accaduto.


La versione integrale di questo articolo si trova sul numero 20 di Oasis. La rivista è disponibile in pdf, su iTunes, su Amazon, sul sito di Marcianum Press.

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