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Religione e società

Il no cristiano alla sacra violenza: un kairòs per tutti?

Se i conflitti religiosi hanno alimentato il pregiudizio che il monoteismo sia fattore di violenza, il percorso del Cristianesimo – che contempla il Figlio di Dio morire innocente sulla croce – evidenzia l’irreversibile congedo dalla violenza in nome di Dio. Termine di paragone anche per il dialogo interreligioso. Questo articolo è un'anticipazione del numero 20 di Oasis. La rivista è disponibile in pdf, su iTunes, su Amazon, sul sito di Marcianum Press.

Il complesso rapporto fra monoteismo e violenza1 è stato oggetto di studio da parte della Commissione Teologica Internazionale. Nel recente documento Dio Trinità, unità degli uomini. Il monoteismo cristiano contro la violenza la Commissione offre un’esposizione articolata degli sviluppi recenti del tema nella coscienza teologica cattolica2. Il documento non studia tutte le dimensioni del problema morale della violenza (guerra, terrorismo, altre forme di conflitto) ma specificamente si pronuncia sul rapporto fra religione – monoteista – e violenza3.

Non vi è dubbio che la storia della violenza fra gli uomini e la storia dell’esperienza religiosa s’intreccino problematicamente nella storia. Il documento riconosce apertamente questa difficoltà. Non si può negare che lungo la storia religiosa dell’uomo vi siano stati tanti momenti d’incoerenza, d’infedeltà, oppure di strumentalizzazione della religione per scopi estranei ad essa. Non si può negare inoltre che questo abuso abbia un peso reale nella comprensione del problema, rendendo più facile l’immagine oggi propagata di una violenza di matrice religiosa che va sradicata e superata.
Tuttavia, conviene subito rilevare che neppure le fasi della storia dell’umanità vissute all’insegna della razionalità autonoma possono pretendere di essere senza macchia. Se da una parte è vero che la civiltà occidentale ha riflettuto sulla violenza in termini radicali, fin dalle sue origini greche, per arginarla possibilmente mediante l’utilizzo della ragione, è pur vero che la ragione secolarizzata moderna ha il triste primato di un’applicazione sistematica della capacità strumentale della ragione alla violenza, per moltiplicare la sua oscura efficacia. La religione può essere strumentalizzata – contro la sua natura – per la violenza politica, e di fatto lo è stata. Ma la violenza politica della secolarizzazione e dell’ateismo, nella cosiddetta età della ragione, non risulta meno devastante, a un’analisi storica imparziale.

Comunque sia, la storia dei conflitti di radice religiosa – vera o presunta – che ancora oggi si può riconoscere con dolore nel pianeta, ha favorito il pregiudizio per cui le religioni, e specialmente le religioni monoteistiche, sarebbero per loro natura un fattore di divisione tra gli uomini. La conseguenza “logica” di tale ragionamento sarebbe che per porre fine alle violenze e garantire la pace universale, ci sarebbe un’unica soluzione: la secolarizzazione della società. Quest’argomentazione è una delle forme che assume oggi il pensiero antireligioso in Occidente. Non si combatte tanto formalmente Dio – tranne forse nel dibattito sul “nuovo ateismo” in campo scientifico – quanto la religione e l’uomo religioso. La fede religiosa è denunciata in questa mentalità come una patologia sociale. Com’è noto, le origini di questo rifiuto radicale della religione non risalgono a ieri. In Occidente, lo Stato moderno, religiosamente neutrale e politicamente onnipotente, si è imposto almeno dal XVIII secolo in avanti, autoproclamandosi come il rimedio capace di garantire la convivenza pacifica a fronte delle guerre di religione. L’arginamento, per così dire pratico, delle confessioni cristiane si è poi allargato alle religioni monoteistiche accusate di produrre una “mentalità” intollerante nei loro credenti, convinti di possedere una verità universale e assoluta. Con le parole di Schopenhauer, che non hanno perso di attualità: «L’intolleranza è intrinseca soltanto alla natura del monoteismo. Un Dio unico, è, per sua natura, un Dio geloso, che non tollera nessun altro dio, accanto a sé. Invece gli dèi politeistici, per loro natura, sono tolleranti. Sono soltanto le religioni monoteistiche a offrirci lo spettacolo delle persecuzioni religiose, nonché dei processi agli eretici e della distruzione delle immagini degli dèi stranieri»4.

La versione integrale di questo articolo si trova nella rivista numero 20 di Oasis. La rivista è disponibile in pdf, su iTunes, su Amazon, sul sito di Marcianum Press.

1Intendo qui ragionare dal punto di vista della fede cristiana. Non ho inoltre la pretesa di documentare direttamente i riflessi che le mie tesi possano trovare nelle concrete situazioni vissute nei Paesi a maggioranza islamica. Rimanderò piuttosto a quanto le persone competenti in merito descrivono dall’interno delle situazioni vissute. Detto altrimenti, la mia sarà una “argomentata testimonianza” propria di un teologo cristiano, a partire dai documenti di riferimento per la comunità cattolica, con l’aiuto del pensiero filosofico-teologico di alcuni grandi esponenti di queste discipline.
2Per il testo del documento nonché i saggi di commento, ad opera di Serge-Thomas Bonino, Pierangelo Sequeri, Gilles Eméry e Javier Prades, che userò ampiamente in questo articolo si può guardare il sito della Commissione Teologica Internazionale su www.vatican.va.
3Si può vedere una riflessione articolata sul rapporto fra ragione, religione e pace nell’articolo di Joseph Ratzinger, L’Occidente, l’Islam e i fondamenti della pace, «Vita e Pensiero» 5 (sett.-ott.2004), 21-30.
4Parerga et paralipomena. Sulla religione (1851), cit. in Serge-Thomas Bonino, L’eresia della violenza «in nome di Dio», «L’Osservatore Romano» 17 gennaio 2014, 1.

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