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Il riscatto della memoria siriaca

Joseph Yacoub, Qui s’en souviendra? 1915: le génocide assyro-chaldéo-syriaque, Cerf, Paris 2014

Nel centenario della Prima guerra mondiale Joseph Yacoub, Professore onorario di Scienze politiche all’Università Cattolica di Lione, ripropone con forza la questione dello sterminio a cui andò incontro la popolazione siriaco-assiro-caldea nell’Impero ottomano durante i primi decenni del XX secolo. È il “genocidio dimenticato”, consumatosi contemporaneamente a quello ben più noto della popolazione armena, e che si concluse con la morte di 250.000 persone, secondo i dati riportati dall’autore (p. 23), scuotendo l’esistenza delle comunità cristiane nel vasto territorio della Mesopotamia storica, compreso tra l’attuale Turchia, l’Iraq e le regioni iraniane di confine.

Dosando con abilità trasporto personale e analisi d’archivio, l’autore si propone di recuperare la memoria di questi eventi costruendo un percorso dettagliato nei luoghi e nelle voci. Nell’introduzione emergono due aspetti che in questo percorso risultano poi centrali: il richiamo all’abbondanza e alla pluralità delle fonti, che provengono sia dal campo siriaco-assiro-caldeo, sia dalla sfera dei missionari cristiani di diverse nazionalità e confessione e sia, infine, dalle cancellerie e dalla stampa occidentali del tempo, e l’illustrazione delle cause della cancellazione, soprattutto a partire dal 1925, della memoria di questi eventi. Per quanto riguarda il primo aspetto, la puntuale citazione di numerose fonti documentarie serve a provare che «questo genocidio non è un campo geografico e culturale sconosciuto, ancor meno una nuova area di indagine» (p. 21). Al tempo stesso, la pluralità delle testimonianze mostra come la cancellazione della memoria del genocidio sia stata una scelta politica, non dipendente da mancanza di informazione e consapevolezza.

Oltre la constatazione della natura storica del termine genocidio ed etnocidio (termine per l’appunto coniato a conclusione del secondo conflitto mondiale), l’autore sottolinea non solo la brutalità dei massacri del 1915-1918, ma la natura programmata della loro esecuzione. Elementi colti già negli anni in cui questi fatti si consumarono e che raccontano l’altra faccia di una tragedia che, nonostante fosse divenuta tra il 1915 e il 1925 “affare internazionale”, dovette cedere il passo alle esigenze della ragion di Stato e del nuovo assetto geopolitico del Medio Oriente.

Qui s’en souviendra? è dunque un testo che offre al lettore un percorso dettagliato ed è al tempo stesso di facile fruizione. La serrata presentazione di testimonianze di prima mano è certamente l’aspetto di maggior valore. Forse per necessità di sintesi, rimane invece poco esplorata la collocazione di questi eventi in una prospettiva analitica più ampia. Di fatto le profonde trasformazioni storiche che coinvolsero l’Impero ottomano in quelle decadi e che condussero da ultimo al bagno di sangue della Prima guerra mondiale sono lette secondo le categorie statiche di nazione, nazionalismo, nazionalizzazione-turchizzazione, senza cercare di approfondirne il significato più ampio nella prospettiva dell’imposizione dall’alto del modello omogeneizzante dello Stato nazione. A tale assenza si aggiunge la mancanza di riferimenti alle attività politiche organizzate sia nella realtà armena che in quella siriaco-assira-caldea. Questi riferimenti, che non tolgono comunque nulla all’obiettivo principale della ricostruzione documentaria, non avrebbero peraltro concesso alcunché a quella tendenza, denunciata dallo stesso autore, di gerarchizzare le sofferenze. La contestualizzazione storica del genocidio infatti, lungi dal relativizzare l’opera di restituzione alla memoria dei massacri, offre un valido aiuto alla necessaria opera di analisi del controverso periodo, mettendo in luce fin nei più piccoli dettagli il dramma di una modernità ottocentesca e delle sue contraddizioni, che si infransero in Medio Oriente così come in Europa sugli scogli della prima guerra mondiale e di una pace in larga parte costruita sull’oblio e la cancellazione della sofferenza dei più “piccoli”. Un percorso storico di cui il mondo contemporaneo appare ancora incapace di prendere adeguata coscienza e responsabilità.


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