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Informarsi oltre il mito del real time*

Mai prima nella storia il sistema informativo ha avuto una platea così ampia, sempre connessa e raggiungibile tramite gli strumenti prodotti da tecnologia e aziende in competizione. Eppure proprio in questo contesto di grande offerta il rischio è quello di perdere la profondità storica, il contesto, le chiavi necessarie a interpretare i fatti.

Un momento dell'incontro di lancio della nuova Oasis, con la sala San Giorgio al completo

Ci sono due modi per affrontare il tema del compleanno, del rinnovamento e del rilancio di un “sistema” culturale e informativo come quello che ruota intorno alla Fondazione Oasis. Il primo consiste nel cogliere e sottolineare la centralità dell’obiettivo fondativo di Oasis, cioè l’incrocio culturale e religioso tra il mondo occidentale e quello musulmano, per concludere – quand’anche nel dibattito pubblico ci siano voci, non di rado grida, discordanti – che l’unica strada per capire e governare un processo storico inarrestabile come quello di cui stiamo parlando è quella del confronto e del dialogo. Ma a ciò provvede la cronaca dei nostri giorni, a tutte le latitudini e in tutti gli aspetti della vita delle donne e degli uomini di questi decenni.

Mi soffermo dunque, per pochi minuti, su un diverso punto di osservazione che, per il mio lavoro di operatore del mondo dell’informazione, mi sembra interessante. Qual è l’utilità, nel mondo degli smartphone e dei siti Internet, delle pay-tv e dei social media, di strumenti di lavoro “antichi”, per alcuni addirittura desueti, come una rivista semestrale, una newsletter, perfino due collane di libri? È sempre una buona abitudine partire dai dati: chi dice, di fronte al crollo delle diffusioni dei giornali e al calo di audience dei telegiornali e dei talk show televisivi, che l’informazione è in crisi, è vittima di un abbaglio.

Se è vero infatti che i giornali cartacei hanno subito negli ultimi dieci anni una significativa contrazione delle diffusioni, è però chiaramente rintracciabile nelle cifre anche un altro fenomeno concomitante: senza entrare nel discorso dei social media – che per molti dei nostri figli sono l’unico strumento di informazione – basta un’occhiata ai dati dei principali siti d’informazione per rendersi conto che l’informazione sui fatti dei nostri giorni raggiunge un pubblico di utenti mai così numeroso come oggi.

Stiamo ai dati Audiweb: i primi dieci siti di informazione (non sportivi) nazionale (la Repubblica, il Corriere della Sera, TgCom24, il Messaggero, Citynews, la Stampa, Ansa, Quotidiano.net, Blogo, Il Sole24 Ore) assommano 7,8 milioni di utenti nel giorno medio. E di siti di informazione ne esistono molti, molti più di dieci. Se aggiungiamo i lettori dei quotidiani cartacei – che nonostante la flessione restano alcuni milioni – e gli utenti dei telegiornali e dei giornali radio, ci rendiamo conto come la platea dei cittadini informati non sia mai stata ampia come oggi.

Con tutta evidenza, il problema dell’informazione non è la quantità di mezzi, né di lettori. Quello che viceversa salta all’occhio, immediatamente a fianco dei dati dell’audience dei siti che ho citato in precedenza, è il tempo medio speso quotidianamente da ciascun utente sul sito di informazione preferito: nel migliore dei casi, la sua navigazione in cerca di notizie dura tra i cinque e i sei minuti al giorno, durante i quali consulta in media almeno una decina di pagine. Fate voi il conto di quanto tempo spende su ogni singola notizia, al netto di quello investito per ammirare il nuovo taglio di capelli della star hollywoodiana, la galleria fotografica dei gattini o il gol di Leo Messi nella finale di Champions League.

Questo è il nodo dell’informazione del nuovo Millennio, che è insieme il problema di chi opera nel mondo dell’informazione e quello, spesso inconsapevole, di chi si informa. L’eccezionale dotazione di mezzi tecnologici a disposizione ha sì accresciuto le opportunità (e di conseguenza il numero di coloro che vi accedono), ma ha pure concentrato in pochi e frettolosi minuti l’acquisizione delle notizie. La selezione diventa severa, la fruizione rapida, la digestione affrettata, l’assimilazione difficile.

Nella legge spietata della domanda e dell’offerta – perché non dobbiamo dimenticare che gli strumenti di informazione sono quasi sempre prodotti da aziende che hanno la necessità di reggersi sulle proprie gambe dal punto di vista economico, perlomeno se hanno a cuore la propria indipendenza – nella legge spietata della domanda e dell’offerta, dicevo, gli utenti chiedono informazioni secche e rapidamente fruibili, i mezzi di informazione si adeguano e anzi, spesso, superano la domanda, in un gioco a rincorrersi che non produce conoscenza.
L’informazione contemporanea, affogata nell’oceano del web e dei social media, è un enorme spazio vociante, in cui tutti parlano, molti urlano, ed è sempre più difficile distinguere, scegliere, leggere, confrontare, capire, assimilare.
Si sorvolano i fatti, li si sfiora, li si osserva distrattamente. In queste condizioni è arduo apprezzarne la reale portata, cogliere i nessi, inserire in un quadro storico, contestualizzare geograficamente o con tutte le altre possibili chiavi interpretative che richiedono tempo e riflessione. Tempo e capacità di riflessione, ecco quello che manca all’informazione contemporanea. E siete autorizzati a considerarla un’autocritica, da parte di chi si occupa di giornali sulla carta e sul web.

Se è vero, com’è vero, che l’informazione è lo strumento indispensabile per comprendere i fatti, cogliere i fenomeni e le tendenze. E se è vero, com’è vero, che la comprensione dei fatti è la condizione necessaria per esprimere opinioni e scelte consapevoli e per esercitare pienamente i diritti del cittadino, allora non si può non riconoscere che l’enorme disponibilità di mezzi – che è un valore - e la conseguente accelerazione violenta dei tempi di fruizione dell’informazione hanno necessità di contrappesi. Cioè di strumenti che ci aiutino – che aiutino anche noi, prima di tutti, operatori dell’informazione – a trovare quei nessi, quei contesti storici, geografici, sociali, semplicemente logici, che ci aiutino a comprendere e, come cittadini, a compiere scelte “piene”.
Tempo, spesso parecchio tempo, profondità e competenza. E il coraggio di intraprendere percorsi di comprensione lunghi e faticosi, in una stagione in cui tutto invita a imboccare scorciatoie. Tempo, competenza, pazienza e coraggio che non è difficile rintracciare, prima ancora che nei contenuti, nella forma delle attività del “sistema Oasis”.

Seguire il filo storico del “secolo lungo dell’Islam”, indagare i modelli del riformismo islamico “esportabile” in India, Pakistan e Bangladesh, studiare il codice dello statuto della persona del Marocco, o la questione delle fatwe sull’allattamento di adulti: sono tutti modi per entrare nel complesso rapporto tra Islam e modernità…
Ecco, questi temi, scelti ad esempio nel sommario del nuovo numero di Oasis, sviluppati con profondità storica e analitica, con la grande attenzione ai dettagli che solo un lavoro “lungo nel tempo” può garantire, ci aiutano a conoscere un mondo che ruota intorno a codici, tradizioni e consuetudini diversi da quelli a cui siamo abituati, ci aiutano a inquadrare, a individuare le relazioni di senso, a comprendere i fatti che si svolgono sotto i nostri occhi e le notizie che distrattamente leggiamo sui nostri giornali, i nostri siti web, ascoltiamo alla radio o alla televisione. Io credo che di questi strumenti di lavoro e di riflessione noi cittadini abbiamo bisogno almeno quanto degli smartphone e dei tablet che annullano tempi e distanze e attraverso i quali siamo connessi al mondo praticamente in ogni momento della giornata. Dobbiamo correggere la sfortunata espressione “real time”, “in tempo reale”, che abbiamo introdotto nel nostro linguaggio corrente ai tempi di Internet. Essere “nel tempo reale” non significa soltanto “in contemporanea” con i fatti. La presunta contemporaneità – che poi non è mai veramente tale – è un vantaggio sprecato se non è il presupposto di una migliore comprensione. Se non diventa uno strumento di conoscenza.
Grazie a Oasis e molti auguri per altri decenni di lavoro proficuo.


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