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Religione e società

La Bosnia, periferia dell’Europa che ha qualcosa da insegnare. Con l’aiuto del Papa

Con l’annuncio della sua prossima visita a Sarajevo, Papa Francesco conferma di guardare con attenzione ai luoghi segnati dalla convivenza tra culture, fedi e confessioni diverse. Oasis ne ha parlato con Mons. Mato Zovkić, per molti anni responsabile dei rapporti ecumenici e interreligiosi per l’Arcidiocesi di Sarajevo.

La cattedrale di Sarajevo

Che cosa troverà papa Francesco a Sarajevo durante il suo viaggio in programma per il 6 giugno?

Papa Francesco troverà un Paese multietnico e multireligioso, che dopo la guerra non ha ancora raggiunto una stabilità politica. Il nostro problema è proprio questo: non riusciamo a trovare un accordo al nostro interno e per questo abbiamo bisogno di un appoggio, di un aiuto dall’esterno. In questo senso, certamente, papa Francesco può essere un aiuto per la Bosnia Erzegovina.

Cosa vi aspettate dalla sua visita?

Speriamo che il Papa possa incontrare tutte le comunità, innanzitutto i cattolici in quanto capo della Chiesa, ma anche la rappresentanza politica e la presidenza. Ci auguriamo che incontri la comunità musulmana, che rappresenta la maggioranza nel Paese, e i delegati della Chiesa ortodossa serba. Inoltre, credo che ci sia bisogno di una messa attraverso cui egli possa incontrare tutto il popolo. La visita è ora in fase organizzativa, alla quale collaborano un comitato statale e uno cattolico, che spero facciano tutto il possibile per pianificare al meglio il soggiorno del Papa. La Bosnia non è un Paese cattolico e la visita dovrà essere equilibrata in modo che egli possa raggiungere tutti.

Come hanno reagito la comunità musulmana e quella ortodossa?

Il giorno dopo l’annuncio della visita è apparsa sul quotidiano locale Oslobođenje una comunicazione della comunità musulmana che saluta la visita del Papa e si augura che possa contribuire alla formazione di uno Stato stabile. Finora non si sono registrate reazioni della comunità serbo-ortodossa, probabilmente perché il metropolita Nikolai è al momento fuori Sarajevo e non ha delegato nessuno a parlare a suo nome.

Papa Francesco ha detto che spera che la sua visita sia un incentivo al dialogo interreligioso, all’amicizia e alla pace tra le comunità bosniache. In che pensa modo che possa incidere il suo viaggio?

Il 4 febbraio, il reis-ul-ulema Husein Kavazović, capo della comunità musulmana bosniaca, ha visitato il cardinale Vinko Pulić, arcivescovo di Sarajevo, per proporgli un incontro comune tra il Papa e i capi religiosi della città. Questo incontro sarà probabilmente il cuore della visita di Francesco. Il desiderio dei capi religiosi non cattolici di incontrare tutti insieme Francesco, non separatamente nelle proprie comunità come avvenne durante la visita di Giovanni Paolo II, è certamente un’ottima premessa. Questo mostra una nuova intenzione di dialogo e collaborazione.

Dopo l’Albania e Strasburgo, la terza meta europea del Papa è Sarajevo. Perché partire proprio dai Balcani?

Una caratteristica di questo pontificato è il prestare attenzione alle regioni periferiche, lontane dai centri decisionali. La Bosnia è piccola, ma il Papa vi vede una grande opportunità di coesistenza e dialogo. La sua visita vuole valorizzare questa possibilità.

Pensa che l’attenzione del Pontefice nei confronti di situazioni sociali marginali e difficili possa veramente incidere in modo positivo e migliorare le condizioni delle periferie?

La Bosnia è sicuramente un Paese alle periferie dell’Europa, ma la Prima guerra mondiale è iniziata qui. È un territorio dove si incontrano diverse culture e religioni. Nonostante la nostra situazione marginale, abbiamo degli elementi che possono contribuire alla crescita della comunità, di una società multietnica e plurale.

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