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Religione e società

La sharî‘a non vuole bambini soldato

Pare siano almeno 400 i bambini reclutati da Isis come piccoli combattenti del Califfato. Un reclutamento che avviene con la violenza o il consenso di famiglie, troppo povere per opporsi. Ma una rapida indagine sulle norme islamiche documenta che questa pratica è anche contro la legge islamica, di cui proprio il Califfo si erge a paladino.

Un bambino soldato dello Stato Islamico

Li chiamano i “leoncini del califfato” (ashbâl al-khilâfa)” e sono, purtroppo, molto più numerosi di quel che si creda. Secondo un report dell’Osservatorio siriano per i diritti umani, sono almeno 400 i minorenni che dall’inizio del 2015 a oggi Isis ha arruolato nelle sue fila. Il reclutamento dei piccoli “leoni” avviene tramite uffici speciali sorti in diverse città della Siria tra cui al-Mayâdîn, al-Bûkamâl e Raqqa. La prassi è sempre la stessa: i bambini vengono intercettati nelle scuole, nelle moschee e nelle strade, raggirati con false promesse – soldi, macchine, armi – e convinti ad arruolarsi. In alternativa, sono rapiti con la forza o allontanati dalle famiglie con il consenso dei genitori. In questo secondo caso i militanti approfittano della disperazione e della povertà diffusi per bussare direttamente alle porte delle famiglie e convincerle a consegnare alla causa jihadista i loro figli in cambio di un’esigua somma di denaro – spiega Abû Ibrâhîm, uno dei fondatori del sito “Al-Raqqa tudhbih bi-samt” – “Raqqa subisce il massacro in silenzio”. I militanti si presentano nella veste di “operatori sociali” e si rendono disponibili ad aiutare le famiglie in difficoltà e ad accogliere nei loro campi sia i bambini sani, sia quelli portatori di handicap.

I bambini sono quindi portati nei campi di addestramento e sottoposti a un programma dalla durata variabile, da poche settimane a tre mesi, secondo le necessità militari del momento. Il programma prevede lezioni frontali di indottrinamento sulla sharî‘a, sull’ideologia del califfato e sull’importanza di combattere per ricostituirlo, e lezioni sul campo dove i ragazzi imparano a maneggiare le armi e combattere corpo a corpo. Tra i campi di addestramento di cui si è a conoscenza, vi sono quello di al-Bâb ad Aleppo, che accoglie ragazzi tra i 14 e i 15 anni, e quello di Raqqa, che riceve i bambini dai 10 anni in su.

Il fenomeno dell’arruolamento dei minori è purtroppo più diffuso di quanto si creda. Nonostante la stampa araba colleghi questo fenomeno quasi esclusivamente a Isis, il report ONU stilato dalla Commissione internazionale indipendente d’inchiesta sulla Repubblica Araba di Siria nell’agosto scorso associa il problema del reclutamento di ragazzi minorenni anche alle forze governative e alle milizie curde. Il testo parla dei comitati popolari di Aleppo che hanno reclutato bambini utilizzandoli come spie e corrieri, e delle forze governative che si sarebbero avvalse di bambini tra i 6 e i 13 anni nell’ambito delle operazioni militari. Nella fattispecie i ragazzini sarebbero stati utilizzati come infiltrati per individuare i membri dei gruppi armati nemici, e perciò esposti a rappresaglie e punizioni di vario genere.

L’arruolamento dei minori nel diritto islamico

Secondo il diritto internazionale l’arruolamento di bambini al di sotto dei 15 anni è un crimine di guerra. Ma questo ai jihadisti non importa: ciò che conta per loro è il diritto islamico. Solo che anche una rapida indagine sulle norme previste dalla sharî‘a inerenti l’arruolamento dei bambini permette di comprendere che il fenomeno come si presenta oggi esce anche dagli schemi delle stesse norme islamiche1.

Il diritto islamico sancisce innanzitutto la distinzione tra il combattimento come obbligo collettivo (fard kifâya) se il jihad è offensivo, e come obbligo individuale (fard ‘ayn) se il jihad è difensivo.
Nel caso del jihad offensivo i giuristi concordano sull’idea che per prendervi parte è necessario «aver raggiunto la maturità (bulûgh)». La tradizione parla chiaro: per Ibn Rushd (il nostro Averroè, che fu in primis un giurista – lo si dimentica spesso – m. 1198) «l’obbligo collettivo ricade sugli uomini liberi e adulti», per al-Marghînânî (giurista hanafita, m. 1197) «il jihâd non è un obbligo per il bambino (sabî)», e Ibn Hazm (m. 1064) riteneva che il jihad «non è un obbligo per la donna e per chi non ha raggiunto la maturità». Nel caso in cui il jihad sia fard kifâya, cioè un obbligo che investe solo una parte della comunità, le donne e i bambini non sono perciò tenuti a prendere parte ai combattimenti anche perché, ricorda il Corano, «nessuna colpa sarà da imputarsi ai deboli e ai malati e a coloro che non han mezzi per armarsi…» (9,91).

Oltre che per la loro debolezza i bambini sono sgravati dall’obbligo anche in ragione del loro equilibrio psico-fisico, ancora precario e non del tutto sviluppato. Il Corano ritiene infatti i bambini incapaci di decidere per se stessi tant’è che nella sura delle Donne stabilisce che i beni degli orfani siano affidati alla gestione di un tutore: «Sperimentate gli orfani finché giungano all’età del matrimonio e, se li troverete capaci, rendete loro i loro beni» (4,6). Per analogia al-Shâfi‘î, fondatore della scuola giuridica shafi‘ita, ritiene che i bambini non siano neppure nella condizione di combattere.

Accanto al divieto coranico c’è anche quello del Profeta. Al-Bukhârî e Abû Dawûd riportano nelle loro raccolte alcuni hadîth che esonerano dal combattimento il bambino «fino a quando non abbia raggiunto la maturità», «fino a quando non sia diventato adulto», o fino a quando «il piccolo non sia cresciuto». In particolare, una tradizione del Profeta fissa l’età della maturità a 15 anni e sancisce l’esonero dal jihad dei ragazzi di età inferiore. Il detto in questione racconta che durante la battaglia di Badr Ibn ‘Umar chiese a Muhammad se fosse abbastanza grande per poter combattere: «L’inviato di Dio mi passò in rivista il giorno [della battaglia] di Uhud, quando ero solo un ragazzo di 14 anni, e non mi consentì [di combattere]. Poi mi passò in rassegna il [giorno della battaglia] del Fossato, io avevo 15 anni e acconsentì. […]».

Lo snodo dunque è la questione della “maturità”, a proposito della quale tra i giuristi e gli ulema non c’è accordo sui tempi e sui modi in cui questa maturità viene raggiunta. Alcuni ne fanno una questione di sviluppo fisico, altri un fatto puramente anagrafico. Per Abû Hanîfa, fondatore dell’omonima scuola giuridica, il passaggio avviene a 18 anni per i maschi e a 17 per le femmine, ma per alcuni malikiti avviene a 17 anni per entrambi i sessi.
Per quanto riguarda invece l’arruolamento dei bambini nel caso in cui il jihad sia considerato fard ‘ayn, cioè un dovere personale, i giuristi non concordano. Secondo le scuole giuridiche hanafita, shafi‘ita e malikita gli adolescenti che sono capaci di combattere sono tenuti ad andare in battaglia, con o senza il consenso dei genitori, perché l’invasione esterna rappresenta un pericolo per tutti gli abitanti indistintamente e tutti sono chiamati a lanciarsi in battaglia «armati con armi leggere, armati con armi pesanti» (Cor. 9,41). Per la scuola giuridica hanbalita invece è vero il contrario, non si possono costringere i bambini a combattere.

In definitiva, è sempre più evidente che lo Stato islamico pur ergendosi a difensore della sharî‘a, in realtà non si attiene alle sue norme e ne muta le nozioni e le regole a seconda delle necessità contingenti. Se già alcune norme della sharî‘a sono problematiche rispetto alla concezione contemporanea dei diritti umani, certe pratiche dello Stato islamico si allontano anche dalla comprensione tradizionale dell’Islam, come ha osservato di recente Mustafa Akyol2. Lo Stato islamico si prodiga a dare una parvenza di onestà all’operazione “leoncini del califfato”, cercando di convincere i ragazzi della nobiltà delle loro azioni, e persuadere le loro famiglie della bontà del califfato, solerte nel sollevarle dalle difficoltà economiche. Ma ciò che fa lo Stato islamico è contrario al diritto islamico stesso.


Note

1‘Alî al-Sawâ, Mawqif al-Islâm fî tajnîd al-atfâl, «Hawliyya kulliyat al-sharî‘a wa al-dirâsât al-islâmiyya», Jâmi‘at Qatar, 1999, n. 17, 375-402.
2Conferenza “Il tablet e la mezzaluna. Islam e Occidente alla prova dei media”, martedì 14 aprile 2015, Fondazione San Fedele, Milano.


Fonti

Al-Sharq Al-Awsat

Raqqa

United Nations Human Rights

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