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Religione e società

La laicità indiana contro il fondamentalismo

India. In un tessuto culturale caratterizzato da armonia e tolleranza sono entrati in azione fattori di violenza, esplosa con particolare virulenza dopo la partizione del 1947. L’intreccio tra politicizzazione della religione ed esasperato comunitarismo ha portato a una spirale di scontri tra indù e musulmani. Questo articolo è un'anticipazione del numero 20 di Oasis. La rivista è disponibile in pdf, su iTunes, su Amazon, sul sito di Marcianum Press.

L’11 settembre 1893 Sri Vivekananda pronunciò presso il World Parliament of Religions di Chicago un discorso memorabile. Come rappresentante delle tradizioni religiose e culturali dell’India, Vivekananda esprimeva la speranza che tutte le religioni del mondo, in quanto strade diverse per raggiungere lo stesso Dio, potessero collaborare e vivere in armonia. Le sue parole inauguravano una nuova era di tolleranza religiosa e armonia: «Sono orgoglioso di appartenere a una nazione che ha accolto perseguitati e rifugiati di tutte le religioni e di tutte le nazioni della terra»1. Egli esortava il suo uditorio a iniziare un nuovo capitolo nella storia umana fondato sul rispetto reciproco e sulla tolleranza: «Il settarismo, la bigotteria e il loro orribile frutto, il fanatismo, si sono impossessati di questa splendida terra per lungo tempo. L’hanno riempita di violenza e intrisa di sangue umano, hanno distrutto civiltà e fatto cadere nella disperazione intere nazioni.
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