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Medio Oriente e Africa

Una Libia unita è l’unica soluzione all’anarchia

Banconote libiche [Empirio / Shutterstock.com]

Rivalità, ambizioni personali, interferenze esterne, traffici illeciti spaccano il Paese, non le antiche rivalità tribali

Se si porta al massimo lo zoom del binocolo geopolitico e ci si concentra sugli aspetti micro e del quotidiano, la situazione in Libia oscilla frequentemente fra tenui miglioramenti e nuovi focolai di violenza e tensione. L’impressione è quella di uno scenario politico e di sicurezza che lascia poco spazio a ottimismi e molto a un senso frustrante di essere bloccati in un pantano di caos, anarchia, tatticismi esasperati, mancanza di progettualità che da cinque lunghi anni caratterizza il post-rivoluzione nel Paese.

 

Tuttavia, se si allarga lo sguardo agli aspetti più macro e di prospettiva politica, si notano dei mutamenti di indirizzo e di equilibrio fra le forze rivali che sembrano dar ragione alla tanto vituperata linea politica dell’Italia di schierarsi con gli sforzi multilaterali delle Nazioni Unite e di rimanere ancorata all’unità politica della Libia. E di evitare le tentazioni – che hanno contagiato molti attori regionali e internazionali – di imboccare improbabili scorciatoie e spezzatini politico-militari.

Mutamenti di indirizzo ed equilibrio 

Come noto, soprattutto dopo il 2014 – anno in cui è andato in pezzi il nuovo sistema istituzionale – si è accentuata la divaricazione fra le varie regioni libiche; una tendenza centrifuga che ha unito le tradizionali rivalità tribali e geografiche fra Tripolitania, Cirenaica e Fezzan, alla crescente frammentazione degli schieramenti politici rivoluzionari. In questo quadro di crescente fragilità si sono accentuate le interferenze di vari attori regionali e internazionali; alcune di queste tese a sostenere l’azione – in verità debole e poco incisiva – delle Nazioni Unite per stabilizzare il
Paese; altre tese esclusivamente a massimizzare gli interessi nazionali; altre ancora, per accrescere la confusione e la destabilizzazione.

 

Con il tempo, sono emerse principalmente due linee d’azione: gli attori che sostenevano il governo di accordo nazionale (GNA) del debole premier Fayez al-Sarraj (certo una scelta non felice da parte delle Nazioni Unite) quale unico rappresentante riconosciuto, e chi vedeva nel generale Khalifa Haftar, comandante delle presunte forze armate nazionali libiche alla guida della Cirenaica, la figura capace di debellare la piaga delle mille milizie e di combattere i movimenti islamisti radicali, ridando stabilità a tutta la Libia.

 

In verità, questa narrativa pro-Haftar, pur riconoscendo tutti gli errori del confuso e inetto GNA di Tripoli, non regge a uno sguardo attento: il generale rappresenta non già la forza militare nazionale, quanto piuttosto una variopinta aggregazione di milizie, truppe regolari, mercenari pagati con i soldi degli emiri del Golfo, salafiti legati all’Egitto e all’Arabia Saudita (scampati non misteriosamente all’etichetta di islamisti radicali, a differenza dei Fratelli musulmani), i quali vedono in Haftar l’uomo di facciata per garantire i loro interessi. Ed eventualmente per ratificare la divisione fra Tripolitania e Cirenaica, che in fondo a molti non spiace. Presentato come una possibile soluzione al problema Libia, egli ha finito per essere la variabile che ne ha accentuato la discesa nel caos.

 La variabile che accentua il caos

Ma ad acuire il senso di sfilacciamento dell’azione internazionale ha contribuito anche l’improvvisa mossa di fine luglio 2017 dell’ipercinetico presidente francese Emmanuel Macron, il quale ha ospitato a Parigi un incontro fra Sarraj e il suo arci-nemico Haftar, accolto come uno statista. La mossa di Parigi è stata molto abile dal punto di vista della comunicazione, con la proclamazione di un cessate il fuoco fra le parti che si è poi rivelato un puro artifizio retorico.

 

Dal punto di vista della sostanza è servita solo a frammentare ulteriormente le troppe iniziative di stabilizzazione (che irritano il nuovo rappresentante Onu per la Libia, Ghassan Salamé). Oltre che a organizzare l’ennesimo colpo basso contro l’Italia, non invitata al vertice, nonostante il nostro ruolo prioritario nelle trattative di pacificazione. Parigi (ma anche Londra) hanno responsabilità molto serie nello sfacelo della Libia di oggi; eppure continuano a giocare la propria partita senza un reale coordinamento con l’Italia, che di questo disastro paga i prezzi maggiori in termini di minacce alla sicurezza e di migranti.

 

Proprio questi ultimi problemi, assieme alla presa di coscienza delle fragilità e incapacità del governo di Tripoli, hanno spinto Roma, da un lato, ad avviare rapporti diretti con i sindaci delle principali città e con numerosi esponenti tribali, dall’altro, a rafforzare e a rendere pubblici i rapporti con il generale Haftar (mantenuti, a livello ufficioso, anche nei periodi di maggior tensione fra Cirenaica e Italia). Ma proprio questa ripresa evidenzia i limiti di ogni progetto di stabilizzazione fra le parti. Entrambi i maggiori attori, il GNA a Tripoli e Haftar a Est, hanno ridotti margini di manovra: fra i loro sostenitori e sponsor vi sono forze che rifiutano ogni compromesso e puntano sul mantenere il massimalismo movimentista della fase post rivoluzionaria, sabotando ogni possibile Termidoro moderato.

Il traffico di esseri umani

Questo è vero soprattutto per il premier Sarraj che non dispone di milizie proprie e deve basarsi sulla galassia di formazioni (di ispirazione islamista o meno) che percepiscono ogni compromesso come una minaccia al loro ruolo e al loro potere. Se vi fosse un accordo serio fra chi controlla la Cirenaica e la Tripolitania, per fare un esempio, il peso politico attuale delle forze di Misurata non potrebbe che uscirne ridimensionato. Oltretutto, una eventuale pacificazione, porterebbe una riduzione degli enormi traffici illeciti, del contrabbando di armi, beni e uomini, del furto di petrolio, benzina, generi di prima necessità, e dei proventi del traffico di essere umani, in cui tutte le fazioni sono, chi più chi meno, coinvolte.

 

I motivi della spaccatura lungo le tradizionali linee di demarcazione geografica della Libia hanno quindi origine nelle rivalità e nelle ambizioni personali, nelle interferenze esterne e nei sordidi interessi economici derivanti dai traffici illeciti, più che nelle antiche rivalità tribali e localiste. Una costatazione che purtroppo non rende più facile l’opera di mediazione delle Nazioni Unite, da anni arenata in un limbo di buone intenzioni e pessimi comportamenti di quasi tutti gli attori interessati a giocare nel caos libico, ma che ribadisce la giustezza della posizione italiana: fuori dal perimetro di una Libia unita non esiste un progetto ragionevole che possa evitare le infezioni del jihadismo, dello scontro fratricida e del dilagare dei traffici fra nord e sud del Mediterraneo.

 

Le opinioni espresse in questo articolo sono responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente la posizione della Fondazione Internazionale Oasis

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