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Rassegna stampa

Luoghi di culto: tutte le aree alle moschee ma una deve ritirarsi

Graduatorie provvisorie per la costruzione in tre spazi pubblici. I lotti solo a sigle islamiche, ma non è consentito. Escluso il centro di viale Jenner: torneremo in strada

È la via «ambrosiana» alla moschea, un Albo delle religioni e un bando per la costruzione di luoghi di culto su tre aree pubbliche. Ma non è ancora chiaro se possa funzionare come modello per il resto d’Italia. «Un’innovazione assoluta», sottolinea l’assessore Pierfrancesco Majorino. Ma irta di incognite. Due moschee al massimo, era stabilito all’avvio della gara (non più di due spazi per ogni confessione). Ma all’apertura delle buste con le offerte economiche, ieri mattina, in cima alle graduatorie provvisorie per l’assegnazione dei tre lotti ci sono tre associazioni islamiche. Una di queste, con un punteggio inferiore alle altre, dovrà cedere il passo ai secondi classificati evangelici.
È il primo nodo. Ma ce n’è subito un secondo: la sigla bangladese che ha avuto la meglio nella gara per la ristrutturazione di antichi bagni pubblici fascisti ha un contenzioso aperto con il Comune (per un sottoscala adibito abusivamente a luogo di preghiera, è la contestazione). Saranno esclusi dalla graduatoria a vantaggio della Casa della Cultura di via Padova?

Terzo lotto, terzo problema. Se questo percorso amministrativo era stato creato faticosamente, negli anni, per «chiudere gli scantinati», come ha ribadito più volte l’amministrazione; se uno degli obiettivi apertamente dichiarati in quest’opera di «emersione» era l’Istituto di viale Jenner; ecco, l’area dell’ex Palasharp dove attualmente in un tendone pregano i fedeli di quel centro è andata a un altro gruppo, che fa riferimento al Caim, il Coordinamento delle associazioni islamiche di Milano.

Dunque, «viale Jenner torna come dieci anni fa», riflette il presidente dell’Istituto, Abdel Hamid Shaari, con le immagini di centinaia di musulmani inginocchiati sui marciapiedi perché gli spazi adibiti a moschea ufficiosa sono troppo stretti. «Adesso si torna indietro - continua -, considerando che in questi anni ci sono state 52 preghiere del venerdì all’anno, e i 30 giorni del Ramadan...». Il rischio è che si ricominci a pregare in strada.

Majorino sottolinea il buono che c’è nel progetto vincitore, firmato dall’archistar Italo Rota: «Uno spazio comune di preghiera tra uomini e donne». Ma non ignora che il Caim sconta in consiglio comunale molte «antipatie», accuse di scarsa trasparenza. E il risultato del bando dovrà passare in aula per il cambio di destinazione d’uso delle aree. In più, la prefettura sarà investita di un’istruttoria finale perché in stagione di terrorismo islamico, è ancora la linea del Comune, non bisogna tralasciare nessun tipo di controllo.

A partire dalle verifiche sulla provenienza dei finanziamenti. È un fatto che il Caim (che raggruppa più associazioni a Milano, compresi i bangladesi e fino all’anno scorso anche l’Istituto di viale Jenner) mostri una capacità di organizzazione e di raccolta fondi superiore agli altri. «Rispettiamo tutte le norme italiane sulla tracciabilità e la trasparenza», ripete il portavoce, Davide Piccardo, perché dagli ex soci o dalla comunità ebraica o dall’opposizione di centrodestra in Comune è un fuoco costante di sospetti.

Del progetto firmato da Italo Rota si sa che è ispirato alle moschee delle origini, che sarà poco simile alle immagini consuete di cupole e minareti, che sarà al contrario molto verde e arioso, costruito a partire dal confronto con l’associazione milanese di donne musulmane. Si sa anche, però, che non costerà meno di dieci milioni, che tengono conto anche dell’abbattimento della vecchia tensostruttura e del ripristino dell’adiacente giardino. Sulla provenienza dei soldi, quasi la metà verrebbero da enti pubblici e fondazioni private anche dall’estero. Dal Qatar, dal Kuwait e dalla Turchia, in particolare. Per il resto sarebbero raccolti tra organizzazioni sul territorio, qualche privato più pesante. Dal punto di vista del bando, qualunque sia la valutazione politica, sono carte in regola.

Il Corriere della Sera

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