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Medio Oriente e Africa

Medio Oriente nella gabbia confessionale

La concezione del potere come proprietà privata ha condotto al crollo delle società. La svolta verrà solo da una formula politica che allo stesso tempo riconosca i diritti di cittadinanza e consenta una rappresentanza degli spazi comunitari

Intervista a Hamit Bozarslan

Il crollo non solo degli Stati ma anche delle società sembra ormai inarrestabile in Medio Oriente. Vede qualche segnale di un’inversione di tendenza?

No, per il momento le società continuano a disgregarsi senza ricomporsi, che si tratti dell’Iraq, della Siria, della Libia o dello Yemen. Anche l’esodo verso l’Europa lo testimonia indirettamente. Per capire che cosa sta avvenendo, bisogna prima di tutto misurare i numeri in tutta la loro ampiezza, senza ingenuità: oggi, su 22 milioni di siriani, 11 o 12 milioni sono sfollati o rifugiati. Il problema è enorme, al punto che si può parlare non soltanto di crollo delle società, ma di una loro scomparsa, di una loro estinzione, per usare un termine preso in prestito alle scienze della natura. È vero che si possono citare anche contro-esempi: la società curda in via di costruzione, l’Egitto o la Tunisia… Ma ovunque regni la guerra, la disintegrazione è sempre più accelerata.

Non è raro ascoltare, soprattutto in Medio Oriente, la tesi secondo la quale il caos sarebbe in realtà indotto dall’esterno, per mantenere l’intera regione nell’instabilità.

Mi sembra una lettura che sopravvaluta di molto le reali capacità operative dell’Occidente. Gli Stati occidentali non hanno scommesso deliberatamente sul caos. Se è vero che lo hanno prodotto e in un secondo tempo integrato nella loro strategia, lo hanno fatto molto più per cecità e sconsideratezza che per scelta deliberata. Per fare un solo esempio: la città di Falluja, in Iraq, è caduta in mano a Daesh (l’anacronismo arabo di ISIS, NdR) il 4 gennaio 2014: se gli americani avessero preso immediatamente delle contromisure, probabilmente Mosul, con i suoi 1,3 milioni di abitanti, non sarebbe caduta a sua volta, sei mesi più tardi. L’incapacità d’intervenire sul campo è impressionante. Si è perso moltissimo tempo e l’inerzia del 2011-2012 è già costata molto cara. Ancora nel 2012 si parlava di qualche centinaio di jihadisti, mentre oggi si contano a decine di migliaia e nessuno si domanda che cosa succederebbe se a vincere fosse Daesh o i movimenti jihadisti stile al-Qaida. Eppure è un’ipotesi sul terreno, anche se non la si vuole guardare in faccia.
Questo per quanto riguarda l’Occidente. A livello delle potenze regionali e locali, invece, si può affermare che effettivamente ogni attore, non riuscendo a imporsi in maniera egemonica, ha scommesso su una strategia del caos. È il caso dell’Iran, le cui responsabilità non vanno assolutamente minimizzate. Si può discutere sul negoziato con l’Iran – e personalmente lo appoggio – ma bisogna avere ben presente che l’Iran non ha fatto assolutamente nulla per trovare una soluzione al conflitto siriano. Ha optato da subito per Bashar al-Asad e lo ha sostenuto a ogni costo. Allo stesso modo Teheran, pur potendo far valere un peso enorme in Iraq, non ha fatto nulla per correggere le politiche di Maliki e porre un freno alla sua logica di confessionalizzazione atroce. La Turchia non è stata da meno, avendo giocato deliberatamente la carta più pericolosa che possa esistere nella regione, per contenere il movimento curdo e indebolire Asad. Ancora di recente, nella stampa turca sono usciti tre o quattro articoli sull’appoggio fornito allo Stato Islamico e la questione non è chiusa. Una grande parte di responsabilità ce l’ha anche l’Arabia Saudita, che sostiene gli attori jihadisti più inquietanti in un gioco estremamente ambiguo volto a indebolire a ogni costo Asad. Penso che gli storici del futuro, quando tratteranno di questo decennio di sangue, imputeranno il caos molto più agli attori locali che alle potenze occidentali. La colpa di queste ultime è stata piuttosto quella di restare cieche agli eventi e immobili.

Ha fatto cenno al confessionalismo di Maliki in Iraq, un esempio tra tanti della contrapposizione tra sunniti e sciiti nel Medio Oriente attuale. Si tratta di un dato strutturale inaggirabile?

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