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Rassegna stampa

Militari corrotti, rivalità interne: così la Nigeria si è ritrovata sola

La speranza contro gli jihadisti è una missione africana con l’aiuto di Parigi. Washington ha tolto il sostegno al governo perché ha usato le armi sui civili

La capacità di Boko Haram di controllare vaste regioni nel Nord-Est della Nigeria, imponendosi attraverso brutali violenze di massa, si spiega con il fallimento degli sforzi militari finora condotti per sconfiggerlo. Dalla formazione nel 2009, Boko Haram ha ucciso oltre cinquemila civili trovando solo una debole resistenza da parte dell’esercito nigeriano. La situazione è mutata a partire da aprile quando i jihadisti africani hanno rapito 276 ragazze a Chibok, spingendo gli Stati Uniti a inaugurare una cooperazione anti-terrorismo con Abuja, nel tentativo di liberarle, che ha portato anche alla nascita di un patto d’azione militare fra i Paesi del Lago Ciad per tentare di sconfiggere i miliziani di Abubakar Shekau, che a fine agosto hanno proclamato un Califfato islamico sui territori controllati. Ma sia il patto Usa-Nigeria che la cooperazione militare regionale sono andati in frantumi.

Frizioni Usa-Nigeria
Il Pentagono in giugno ha infatti iniziato a consegnare camion ed equipaggiamento - armi leggere - ma sono seguite ripetute frizioni con Abuja perché alcuni militari nigeriani avrebbero commesso «violenze contro i civili» adoperando proprio gli equipaggiamento «made in Usa». Ne sono seguiti mesi di fibrillazioni fra i due governi, che hanno portato Washington prima a sospendere i sorvoli dei droni per cercare le ragazze rapite, poi ad annullare la consegna di elicotteri Cobra e infine a sospendere l’addestramento di un battaglione anti-terrorismo nel quartier generale dell’esercito a Abuja. L’ambasciatore nigeriano a Washington, Ade Adefuye, ha protestato con la Casa Bianca affermando che «sono stati terroristi di Boko Haram con divise dell’esercito a compiere le violenze contro i civili» e che il blocco della fornitura dei Cobra ha arrecato un «grave danno».

Ma l’amministrazione Obama ha aumentato la pressione, fino a contestare al presidente Goodluck Jonathan «politiche che hanno alienato la popolazione musulmana nel Nord» giocando a favore di Boko Haram. Da qui la decisione del Segretario di Stato John Kerry di aprire in tempi stretti un Consolato Usa a Kano per «cercare il dialogo con i musulmani nigeriani» perché «Boko Haram è un problema che non ha solo una soluzione militare».

Vicini in disarmo
Arenatasi l’intesa con gli Usa, l’iniziativa militare è passata a Camerun, Niger e Ciad ovvero gli altri tre Paesi che con la Nigeria si affacciano sul Lago Ciad: accomunati dal timore di contagi jihadisti da parte di Boko Haram, hanno concordato la creazione di un contingente congiunto da inviare in una base nigeriana nella regione di Baga per operazioni di anti-terrorismo.

Ma Abubakar Shekau li ha presi in contropiede, lanciando il 3 gennaio la sanguinosa operazione che da un lato ha espugnato la base e dell’altro ha fatto scempio delle popolazioni locali, causando oltre duemila vittime con una pulizia etnica tesa a consolidare il controllo dell’accesso proprio sul Lago Ciad. La contromossa di Camerun e Ciad è stata posizionare truppe nazionali attorno al lago per prevenire infiltrazioni ma ciò implica mano libera per Boko Haram nella Nigeria del Nord-Est, tantopiù che Abuja va incontro a elezioni politiche in febbraio e ciò impedisce al presidente Jonathan di pianificare vaste operazioni militari.

Da qui l’iniziativa del presidente del Ghana, John Mahama, di proporre questa settimane alle 15 nazioni dell’Africa Occidentale di creare un contingente Ecowas, simile a quello impegnato in Darfur, per chiedere al Consiglio di Sicurezza dell’Onu un mandato di intervento contro Boko Haram. «Da soli i nigeriani non ce la fanno e neanche il Camerun da può bastare, dobbiamo muoverci assieme» sostiene Mahama, appoggiato dall’ex Segretario generale dell’Onu Kofi Annan.

Il sostegno francese
La Francia si è detta pronta a «sostenere una missione Ecowas» con messaggi dell’Eliseo ad Accra nei quali si ipotizza l’invio di armi, equipaggiamento e forse truppe speciali. Anche Mosca mostra interesse e Nikolay Ratsiborinski, ambasciatore in Ghana, promette «armi e assistenza umanitaria». Tace invece Washington, a dimostrazione dell’impasse con Abuja. E nell’esitazione generale, Boko Haram continua a colpire.

La Stampa

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