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Nelle scarpe degli immigrati

Se il fenomeno dei profughi assume il volto di ognuno di loro fa meno paura e diventa un invito

Focus immigrazione - Dialoghi di Vita Buona

Quel passaporto, di dubbia autenticità, che identificava come profugo siriano uno dei terroristi di Parigi, ha di nuovo gettato un’ombra tetra sul fenomeno “migranti” che sta investendo da anni l’Italia e l’Europa, ora in modo drammaticamente inedito per numeri e impatto sulle nostre città. Quello Stato senza terra, Stato fantasma, costituito dai 60 milioni di persone che nel mondo sono costrette a lasciare la loro casa per fuggire da guerra, persecuzioni o fame (questo il significato letterale della parola profugo) è più ampio, fuoriesce da quell’ombra e non smette di provocare chi intende vivere questo tempo di cambiamento epocale, come lo chiama papa Francesco, da protagonista e non da soggetto passivo recriminante o tendenzialmente escludente.



E se non tutti i profughi sono jihadisti, è anche vero che non si può accostare in modo naïf questo tema che ha una carica divisiva dirompente, tradito dall’essere usato come clava in dibattiti ideologici. Occorre seguirlo in tutto il suo snodarsi nel mondo, cercarne le tracce, risalire fin là dove è originato, sostare dove il percorso resta come sospeso e osare arrivare fino alla meta finale ambita. Anche per provare a disinnescare potenziali derive violente.

Immedesimarsi con chi è costretto a fuggire

Per tentare questo approccio realistico, non irenistico, AVSI propone di scendere in strada, immedesimarsi con i migranti, provare a mettersi “nelle loro scarpe” per fare un pezzo di strada con loro. È il contenuto della Campagna Tende di quest’anno, promossa in collaborazione con Caritas Ambrosiana, Fondazione Progetto Arca e Associazione pro Terra Santa, che ha per titolo Profughi e noi. Tutti sulla stessa strada: in Italia, Spagna, Stati Uniti, Svizzera, per citare soltanto alcuni dei Paesi coinvolti, attraverso oltre un migliaio di eventi di sensibilizzazione e raccolta di fondi, si invitano le persone a sostenere sei progetti articolati in tre tappe diverse.
La prima tappa è “a casa loro”: in Sud Sudan, Siria e Iraq sono avviati tre progetti distinti di sostegno a chi ancora resiste e cerca di non partire. Progetti che hanno carne e ossa, che si riconoscono in volti unici.

In Sud Sudan è quello di Deborah, fuggita dalla guerra, divenuta maestra grazie al sostegno a distanza e che oggi insegna nella scuola di S. Kizito, sostenuta dalla campagna. Qui studiano 1.700 studenti, un’enormità se si considera che in Sud Sudan soltanto un ragazzo ogni quattro sa leggere e la carestia mette a rischio 2,4 milioni di persone.

In cerca di una nuova dimora

In Iraq il progetto AVSI ha, invece, il profilo di Maha, mamma di due bambine che dopo la fuga drammatica da Mosul, dalle milizie di Isis, hanno trovato pace nell’asilo di Ozal City a Erbil, realizzato con il supporto di AVSI; in Siria il progetto è nato per rispondere al bisogno di persone come Samir, 32 anni, che in questi mesi infernali di assedio ad Aleppo cercava una nuova dimora, un’oasi dove alimentare la speranza, e l’ha trovata nel centro della Custodia di Terra Santa, anche questo supportato dalla campagna di quest’anno.

La seconda tappa è nelle “terre di mezzo”, in Libano e Giordania: qui nei campi profughi AVSI organizza le scuole per bambini che rischiano di crescere analfabeti e promuove il cash for work, una possibilità di mantenere la famiglia per chi da anni è sospeso in questi non-luoghi. È il caso di Sultan, siriano, che ha lavorato per la sistemazione della foresta di Ebel Saqy, a Marjayoun nel sud del Libano, un bene per lui e al tempo stesso per tutta l’inquieta comunità libanese.

Infine la terza tappa in Italia, quando i profughi arrivano a lambire le nostre case e finiscono nei titoli della cronaca locale come presenze indesiderate, vicini scomodi e pericolosi. Qui la campagna rilancia il progetto dell’Hub di Fondazione Arca, che si prende cura di chi transita per la stazione centrale di Milano (70.000 persone l’anno scorso), e il progetto “Dall’accoglienza all’autonomia” di Caritas Ambrosiana, che punta a garantire un tetto e una borsa lavoro a chi ha già ottenuto lo status di rifugiato o è richiedente asilo. Aspetti questi che non sono coperti dai fondi pubblici destinati al capitolo migranti e che quindi possono esistere soltanto grazie al sostegno di donatori privati.

Deborah, Maha, Samir, Sultan: se l’imponente e invadente fenomeno profughi assume anche il loro volto fa meno paura, diventa una specie di invito, una chiamata da persona a persona. Mentre il mondo sembra impazzito, gli strateghi si scervellano in cerca della quadra geopolitica, un rigurgito di umanità e di immedesimazione sembra una via praticabile, con sano realismo, per affrontare questa pagina di storia. Perché chi semina il terrore non scippi la parte buona del nostro destino.

@marialauraconte

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